Rennes 2028: la fabbrica francese che produrrà auto cinesi (e nessuno ne parla)

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A Rennes, in una fabbrica che produce auto dagli anni Sessanta, gli operai sanno già che il loro futuro passa da Wuhan. Stellantis ha annunciato che lo stabilimento, storicamente legato alla Citroën, inizierà entro il 2028 a produrre veicoli per Dongfeng Motor. Non è un caso isolato: la joint venture con Leapmotor si allarga, Geely ha acquisito parte dello stabilimento di Valencia, e Ford si prepara ad avviare in Michigan la produzione di batterie con tecnologia CATL. Volkswagen, dal canto suo, non esclude accordi analoghi. Il canovaccio è sempre lo stesso: impianti sottoutilizzati, transizione elettrica costosa e mal calibrata, tecnologia delle batterie in cui l’Europa ha perso il passo. E la soluzione, ci dicono, è affidarsi a chi quella tecnologia ce l’ha già.Io sono docente e consulente di strategia, e vi dico subito una cosa: quando un settore che impiega 14 milioni di persone comincia a cedere pezzi del proprio know-how a chi glielo ha sottratto in dieci anni di investimenti mirati, non stiamo parlando di “partnership pragmatiche”. Stiamo parlando di una resa. Di una resa dolce, presentata bene, con il conforto delle rassicurazioni sindacali e degli impianti salvati “nel breve termine”. Ma è sempre così che iniziano i suicidi industriali: con una buona ragione contingente e una pessima visione di lungo periodo.In questi giorni sto seguendo la tesi di laurea di uno studente che ha fatto pratica in una piccola-media impresa italiana, un caso concreto di quel tessuto industriale che rischiamo di perdere se non stiamo attenti. E mi torna in mente quello che si sentiva dire ai ragazzi della mia generazione: “delocalizziamo in Cina, costa meno”. A me sembrava già allora una stupidaggine, perché era ovvio, ovvio, che nel lungo periodo fosse un errore strategico madornale. Ma l’errore non è stato delle imprese. State bene attenti a questo punto, perché è quello decisivo: l’errore è stato del mondo politico.Se il mondo politico non fa nulla per tutelare le imprese europee, anzi le massacra ogni giorno con campagne di stampa vergognose, facendo credere all’opinione pubblica che gli imprenditori siano poco più che ladri ed evasori fiscali, si crea inevitabilmente un contesto di conflitto sociale. E quel conflitto, alla fine, danneggia proprio noi, mentre altrove — in Cina, ma non solo — il sistema politico tratta l’industria come un asset strategico da proteggere e far crescere. Il risultato lo vediamo oggi: le case cinesi, forti di un vantaggio competitivo enorme su batterie e software, entrano in Europa non sfondando le barriere tariffarie, ma passando dalla porta che i costruttori occidentali hanno aperto dall’interno.Il dilemma è drammatico, e chi lo minimizza mente sapendo di mentire: salvare l’occupazione nell’immediato, accettando una cessione di controllo tecnologico, oppure rifiutare l’intesa e rischiare il collasso industriale, con gli investimenti che comunque finiscono altrove perché in Europa non ci sono le condizioni per trattenerli. Non è una scelta tra un’opzione buona e una cattiva. È la fotografia di trent’anni di assenza di strategia industriale, presentata oggi come se fosse un evento imprevedibile.Buona economia umanistica.Valerio Malvezzi, 15 luglio 2026The post Rennes 2028: la fabbrica francese che produrrà auto cinesi (e nessuno ne parla) appeared first on Radio Radio.