Ponte Morandi: la giustizia fa il suo corso, ora occupiamoci dei vecchi ponti

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Mentre scrivo queste note, al Tribunale di Genova si sta leggendo la sentenza relativa a quelli che sono stati ritenuti responsabili del crollo del Ponte Morandi, il viadotto autostradale sul fiume Polcevera, avvenuto alle 11,26 del 13 agosto 2018.I principali imputati, Giovanni Castellucci e Michele Donferri, rispettivamente all’epoca amministratore delegato di Società Autostrade per l’Italia e responsabile della manutenzione dell’intera rete autostradale di quella società, sono stati condannati a 12 e 11 anni di reclusione.Tragedia annunciataI familiari delle 43 vittime del crollo attendevano da otto anni quella sentenza, che accoglie in parte le richieste della pubblica accusa, pur avendo complessivamente ritenuto le condanne troppo lievi, e ciò è ampiamente comprensibile per chi abbia perso dei cari in un accadimento che ha tutte le caratteristiche della tragedia annunciata.Sono, infatti, state svariate le segnalazioni precedenti al 2018 a riguardo dei segni di ammaloramento di quell’immenso ponte in cemento armato che già da tempo, in sostanza, si stava dimostrando potenzialmente pericoloso. Questi i fatti, depurati dalle opinioni di parte e dai luoghi comuni che, quando si tratta di tragedie con forte impatto sociale, sempre accompagnano gli elementi cruciali della complessa serie di cause e concause reali di un disastro di quelle proporzioni.Vite normali, tra lavoro e vacanzeCon il Ponte Morandi, che oggi sappiamo aveva pressoché raggiunto il suo limite di sopravvivenza all’usura ed agli elementi esterni, l’operosa città di Genova ha visto stravolgere per anni interi la normale operatività di quartieri essenziali per il comparto produttivo, con un vistoso risentimento per il suo porto, uno dei principali del Mediterraneo e dell’intera Europa.Percorrendo quel lungo ponte progettato dall’Ing. Riccardo Morandi nel 1962 e realizzato nel corso dei cinque anni seguenti, rimanevamo sospesi (io stesso l’ho percorso innumerevoli volte) tra le prime colline del Ponente ligure e le pesanti infrastrutture industriali che stavano 45 metri sotto, a metà tra il lavoro e la vacanza per alcuni, mentre per altri era la quotidianità del tragitto casa-lavoro, in un tratto da percorrere col pilota automatico inserito, senza nemmeno pensare che, prima o poi avrebbe potuto crollare.E così è stato anche quel tragico 18 agosto: alcuni lo stavano percorrendo per lavoro, mentre alcuni stavano partendo per le vacanze, del tutto ignari del destino che li attendeva con una scenografia degna di un film horror, quando un fulmine vicinissimo al ponte ha segnato il momento d’inizio dei pochi secondi in cui tutto è finito tra le macerie e le auto accartocciate sotto quel maledetto cemento armato che sembrava eterno.Vite normali, normalissime e senza alcuna possibilità di venire raccontate dai telegiornali e dai giornali se non fossero state spezzate in modo tanto stupido e scellerato.Ponti in età da pensioneNel terzo millennio non siamo stati capaci di evitare che un’opera bisognosa di estrema sorveglianza e manutenzione continua uccidesse 43 persone. La giustizia ha iniziato a fare il suo corso (siamo soltanto al processo di primo grado) e vogliamo credere che i responsabili siano effettivamente quelli sul banco degli imputati ma, anche senza essere dei pessimisti nati, non è difficile ipotizzare che altre opere in cemento armato giungano a malapena ai 50 anni di vita e poi crollino in pochi secondi e senza scampo.Lasciamo la materia agli ingegneri ed architetti (e magari sottraendola un bel po’ ai politici) ma si faccia qualcosa che non siano semplici e inefficaci rattoppi, soluzione nella quale siamo espertissimi.Si fa fatica a credere che una normale automobile sia ritenuta insicura dopo soli 20 anni e che si obblighi il suo proprietario a revisioni ravvicinate, mentre non venga considerato insicuro un ponte stradale sul quale passano oggi dieci volte tanti veicoli e sempre più pesanti rispetto a quando fu costruito.Abbiamo metodologie, progettisti di primissimo piano e ditte attrezzatissime per abbattere e rifare da zero i nostri vecchi ponti in età da pensione. Si faccia come per il Ponte Morandi: in 15 mesi sono riusciti a rifare l’intero ponte partendo dall’abbattimento di quanto ne restava. Sia però una precisa scelta politica. Coi rappezzi si rischia un’altra tragedia.L'articolo Ponte Morandi: la giustizia fa il suo corso, ora occupiamoci dei vecchi ponti proviene da Nicolaporro.it.