La vita di Mario Placanica dopo il G8: «Sento le voci, gioco alle slot e sono stato abbandonato da tutti»

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Mario Placanica è il carabiniere ausiliario in servizio di leva al G8 di Genova che ha ucciso Carlo Giuliani. Un proiettile partito dalla sua pistola colpì un sasso in aria e centrò, di rimbalzo, il manifestante alla base dell’occhio. Oggi, a 45 anni, vive con la madre a Siano (Catanzaro) insieme a un figlio di vent’anni avuto con la moglie da cui si è separato. La figlia 17enne abita con l’altra ex compagna. Dal 6 aprile 2005 non è più un carabiniere per causa di servizio: disturbi dell’ansia, atipie del pensiero. E in un’intervista al Corriere della Sera dice di essere «in cura al Centro di salute mentale di Catanzaro. Sento voci, forse lo sparo del G8 è partito troppo vicino al mio orecchio».Il cervello morto«Oggi ho il cervello morto, se sto in silenzio non ho un pensiero. Sono stato torturato da troppe persone. Di sicuro, i carabinieri hanno cercato di farmi passare per pazzo, ma sono solo un uomo distrutto dalla vita che ha vissuto», aggiunge. «Vado al Bar Chalet, qui sotto. Slot machine, qualche schedina, ma non ho amici. Sono stato abbandonato da tutti, le fidanzate, la moglie. Il G8 di Genova mi ha devastato. Ho servito lo Stato, non merito questo inferno». Dice di ricordare tutto di quel 20 luglio 2001: «In servizio da meno di un anno ero un pessimo tiratore. E avevo preso una bomba carta su una gamba, allo stadio di Messina. A Genova esplose la guerra. Quei lacrimogeni avevano un potenziale urticante terribile. In Via Tolemaide li toglievo dalle confezioni per passarli al maggiore, che li sparava. Sono rimasto intossicato».Carlo GiulianiPoi rievoca la morte di Carlo Giuliani: «Io e Dario Raffone, l’altro ausiliario, sanguinavamo alla testa, colpiti dalle pietre. Ho urlato: “Finitela, andatevene”. «Ho sparato per allontanarli. Due volte, più in aria possibile. Non ho preso la mira». Il processo ha stabilito che uno dei proiettili ha colpito un sasso ed è stato deviato sul volto incappucciato di Giuliani. «Nell’impatto la pallottola si era scamiciata, probabilmente aveva colpito qualcosa di molto duro, forse un pezzo di marmo». A questa versione lui «ci credo, ma non penso dica tutto. Il processo non ha risposto a troppe domande. I carabinieri, ne sono convinto, mi hanno nascosto molte cose. Non è un caso che il papà di Carlo, Giuliano, ha sempre cercato nuove prove, testimonianze».L’incontro con il padre di CarloDice di averlo incontrato «alla Stazione Termini di Roma, direi nel 2005. Gli ho stretto la mano, gli ho detto che ci avevano rovinato tutti e due, io e Carlo. Non mi sono mai sentito un suo avversario, era un ragazzo di vent’anni, come me. Aveva le sue idee, ci ha messo contro lo Stato». E ancora: «Non penso sia stato il proiettile della mia pistola a uccidere, una scheggia sotto un occhio non può ammazzare una persona. Carlo respirava ancora quando è crollato a terra, lo hanno tramortito dopo». Ovvero con il Defender: «In verità in un video pubblicato dal padre Giuliano ho visto altre tre persone, un poliziotto e due carabinieri, intorno a Carlo Giuliani. Avevano in mano una pietra insanguinata, credo gli abbiano aperto il cranio».Cosa ha fatto dopoHa lavorato per un periodo all’Agenzia del territorio, oggi «vivo con la pensione di invalidità, ma non arrivo alla fine del mese. Devo dare 520 euro a mio figlio, che non studia, non vuole lavorare e mi ridicolizza. Devo girare soldi per l’altra figlia. Sto finendo una rottamazione fiscale, ho dovuto vendere la casa a Sellia Marina. E la banca non mi dà un fido. No, non ho neppure i soldi per andare al mare. Vorrei un’occupazione e non mi vergogno a chiedere un aiuto». E ricorda: «Ho rischiato di morire in un incidente d’auto, nel 2003. Guidavo forte perché i miei colleghi mi dicevano sempre che ero pedinato».L'articolo La vita di Mario Placanica dopo il G8: «Sento le voci, gioco alle slot e sono stato abbandonato da tutti» proviene da Open.