di Scritto da Lucio Cornelio Silla – Sebbene la cosiddetta Geopolitica Classica costituisca una categoria storico-teorica elaborata soltanto negli ultimi cinquanta o sessant’anni, dunque in epoca successiva rispetto agli autori cui essa fa riferimento e che ne rappresentano il nucleo fondativo, tale espressione viene oggi impiegata per designare un insieme di studiosi attivi tra la fine del XIX secolo e la metà del XX secolo; tra i quali spicca come maggiore esponente l’inglese Halford John Mackinder (1861–1947).Infatti, gran parte degli autori di quella che noi chiamiamo Geopolitica Classica, non si definirono mai “Geopolitici”, ma preferirono utilizzare altri termini e categorizzazioni (maggiormente coerenti con le tradizioni disciplinari di appartenenza, siano esse geografiche, storiografiche o strategiche). Questo a riprova della costruzione postuma di cotale tipo di corrente di pensiero ed analisi del reale. Non è un caso, dunque, che Mackinder si definì sempre, o per lo più, un Geografo Politico (per quanto, in realtà, a livello teoretico, per fini d’applicazioni pragmatiche delle classi dirigenti per cui era consulente, analista ed advisor, fosse un vero e proprio “teorico di Grande Strategia”).Dunque, pur nella consapevolezza dei limiti insiti nella definizione sopra delineata, è possibile affermare che, nell’ambito della cosiddetta Geopolitica Classica, un caso particolarmente emblematico sia rappresentato dall’inglese Halford J. Mackinder, autore della celebre teoria dell’Heartland. Sebbene sia oggi generalmente annoverato tra i principali fondatori della Geopolitica Classica, Mackinder preferiva qualificarsi come geografo politico piuttosto che come “Analista Geopolitico”. Mentre invece si definiva ed era definito come Geografo Politico. Seppure, a livello pratico, per via dei suoi studi, analisi, elaborazioni teoriche, e ruoli di consigli, e consulenze, può essere effettivamente etichettato anche come un “Gran Stratega”.Inoltre, nella vulgata interpretativa, si ricorda frequentemente come Mackinder abbia rivolto una critica esplicita nei confronti della Geopolitik tedesca, non tanto in ragione del suo determinismo geografico, quanto piuttosto per quella che egli riteneva essere un’eccessiva arbitrarietà sul piano filosofico. A suo giudizio, infatti, tale impostazione finiva per fondare l’analisi geopolitica sulle prospettive soggettive e sulle aspettative politico-filosofiche del suo stesso sostenitore, conferendo così all’interpretazione un carattere eccessivamente arbitrario.Al contrario, il pensiero di Mackinder risultava implicitamente informato da una concezione del realismo politico particolarmente rigorosa e profondamente disincantata, che egli collocava entro un saldo impianto di studi geografici fondati su un metodo eminentemente empirico (per quanto su di essi egli aggiungesse il ragionamento politico e di traiettorie e pulsioni strategiche). Quindi, sulla base di tale empirismo induzionista geografico, egli costruiva ragionamenti senza rinunciare al procedimento della generalizzazione teorica. Anzi, la generalizzazione strutturale, sulla base dell’induzione derivata dai dati empirici catalogati, è essenziale per la produzione del suo ragionamento e della sua teorizzazione. Ironicamente, ma non troppo, sotto questo profilo, il suo approccio si inseriva pienamente in quella prospettiva epistemologica che, in epoca successiva, Karl Popper, avrebbe etichettato come rea di falsificazione (negando l’induzione generalizzata sulla base dei dati empirici). Pertanto, in questo ambito, tanto il valore di Mackinder, quanto il valore di altri geopolitici o realisti (ma anche di economisti politici, geo-economisti, pensatori di alta politica, strateghi), utilizzanti esplicitamente o implicitamente il medesimo metodo, par più che abbastanza per confutare le posizioni di Popper (ma anche il relativismo di Khun).L’attività di Halford J. Mackinder si distinse per la sua straordinaria rilevanza tanto sul piano educativo quanto in qualità di geografo e uomo politico, dimensioni che risultano strettamente interconnesse e reciprocamente imprescindibili ai fini di una piena comprensione della sua figura intellettuale. Nell’ambito dell’istruzione, egli si fece promotore del movimento Oxford University Extension, il quale organizzava conferenze pubbliche sull’intero territorio inglese. L’obiettivo di tale iniziativa consisteva nel rendere i cittadini britannici maggiormente consapevoli delle responsabilità politiche gravanti sull’Inghilterra / Impero Britannico quale superpotenza globale. Sperando di coltivare delle classi medie, classi alte, e classi dirigenti inglesi più capaci di formulare giudizi ponderati nell’espressione delle proprie opinioni e delle proprie preferenze elettorali, tenendo sempre a mente la posizione geografica della Gran Bretagna nel mondo, e come questa fosse centro dell’Impero Britannico. L’obbiettivo sostale era il rafforzamento di quel “manpower” al quale Mackinder avrebbe – nel corso delle sue elaborazioni teoriche – dedicato alcune tra le sue riflessioni più significative.È altresì necessario contestualizzare storicamente il quadro entro il quale maturò il pensiero di Halford J. Mackinder. Tra la fine del XIX secolo e gli albori del XX secolo, infatti, lo sviluppo del territorio, dello Stato – non soltanto nella dimensione degli Stati nazionali e delle monarchie nazionali del Vecchio Continente, ma anche nelle rispettive proiezioni imperiali e coloniali, estese attraverso gli oceani e a cavallo dei continenti –, della burocrazia, dell’apparato militare, delle infrastrutture di comunicazione e di trasporto, nonché delle modalità di pianificazione strategica delle traiettorie d’azione, raggiunse un livello di complessità sino ad allora sconosciuto, tanto sotto il profilo quantitativo quanto, soprattutto, sotto quello qualitativo. Parallelamente, anche la crescente regolamentazione della proprietà fondiaria e dei rapporti interpersonali, tanto economici quanto politici, contribuì a delineare un assetto istituzionale e amministrativo caratterizzato da un grado di organizzazione e di razionalità senza precedenti. Emblematico, in tal senso, fu lo sviluppo di una concezione scientifica e predittiva della pianificazione delle grandi scelte di alta politica strutturale, processo che trovò una significativa elaborazione teorica nella nozione di “razionalizzazione della burocrazia” formulata dal sociologo tedesco Max Weber.Sotto questo profilo, le riflessioni di Halford J. Mackinder presentano rilevanti punti di contatto con quelle di Max Weber. Quest’ultimo, infatti, concepiva lo Stato moderno come un’“impresa”, al pari di una grande fabbrica, il cui fondamento economico essenziale risiede nella separazione del lavoratore dai mezzi materiali dell’attività produttiva, concentrati invece nelle mani del vertice politico-amministrativo. In tale prospettiva, lo Stato moderno tende progressivamente ad accentrare e ad ampliare le proprie prerogative, mentre la burocrazia costituisce lo strumento attraverso il quale tale accentramento viene reso concretamente operativo. L’amministrazione dello Stato moderno, secondo Weber, è organizzata in modo tale che i propri atti possano essere calcolati razionalmente sulla base di norme generali e impersonali, con un grado di prevedibilità analogo a quello con cui è possibile determinare il funzionamento di una macchina.Alla luce di tale contesto risulta altresì comprensibile la forte tensione educativa che caratterizzò l’opera di Mackinder. Egli confidava, infatti, che la diffusione delle proprie concezioni, sia in modo complesso elevato ed appropriato ma anche attraverso forme divulgative e semplificate, potesse favorire, soprattutto all’interno delle classi medie, alte, e dirigenti britanniche, la formazione di una classe amministrativa e dirigente composta da funzionari, apparati burocratici, organismi di intelligence e corpi ufficiali dotati degli strumenti analitici necessari per pianificare razionalmente l’azione dello Stato (sia all’interno, tendendo conto anche del mondo, quanto verso l’esterno in proiezione sul mondo). Laddove l’obiettivo consisteva nel rendere tale azione quanto più possibile prevedibile ed efficace, così da conseguire i risultati strategici prefissati nelle aree geografiche di interesse e, più in generale, nelle grandi dinamiche di equilibrio del sistema internazionale, contribuendo in tal modo al rafforzamento della competitività dell’Inghilterra / dell’Impero Britannico.In definitiva, ci si trova dinanzi allo sviluppo di un rapporto sempre più stretto e scientificamente fondato tra le ambizioni della potenza e gli strumenti necessari alla loro realizzazione, tra i quali il controllo del territorio e delle aree geografiche da parte dello Stato e delle sue proiezioni imperiali occupava una posizione primaria. Tale dinamica si manifestò in maniera costante all’interno del sistema delle grandi potenze europee, nel quale la Gran Bretagna svolse indubbiamente un ruolo pionieristico e di guida, costituendo, sotto molteplici aspetti, un modello di riferimento anche per le potenze concorrenti.Però, come evidente, serviva una scienza in grado di garantire l’efficienza di questoprocesso. Geografia Politica Classica ha risposto a questa esigenza, e Mackinder ne è stato pertanto uno dei principali gran maestri.Da tale contesto risulta altresì possibile comprendere le ragioni per cui Mackinder elaborò il proprio metodo scientifico mediante l’importazione e il riadattamento, nell’ambito della tradizione britannica, dei principi epistemologici e metodologici elaborati dalla Geografia Scientifica tedesca. Già nel saggio On the Scope and Methods of Geography, egli manifestò chiaramente l’intento di emancipare la geografia inglese dalla tradizionale funzione descrittiva e funzionale all’aiuto della collezione dei dati statistici per fini economici ed esattivi a livello coloniale (come era stato in gran parte sino a quel periodo), al fine di conferirle una più solida dimensione teorica, interpretativa ed esplicativa.Nel corso del XIX secolo, infatti, la geografia britannica, profondamente influenzata dalla vocazione marittima dell’Impero e dalla prevalenza di un approccio statistico-descrittivo ed esplorativo, tendeva prevalentemente a concepire lo spazio quale estensione suscettibile di amministrazione ovvero quale insieme di risorse economiche da rilevare, censire e organizzare. Mackinder si distaccò consapevolmente da tale impostazione, ritenendola incapace di rendere conto della struttura complessiva dei rapporti di potenza su scala mondiale. In sua vece, egli propose di rifondare la geografia su basi autenticamente scientifiche, fondate su un rigoroso impianto metodologico, idoneo a cogliere le relazioni profonde intercorrenti fra la dimensione spaziale e l’organizzazione politica, interpretando il territorio non come una mera realtà fisica o amministrativa, bensì come un fattore dinamico, storico e strategico nello sviluppo delle civiltà e dei rapporti internazionali.Parimenti, sebbene Mackinder non ne abbia mai assunto formalmente la direzione, egli fu strettamente e informalmente associato al processo che condusse, nel 1920, alla fondazione del Royal Institute of International Affairs, universalmente noto come Chatham House. Tale istituzione, tra quelle pubblicamente accessibili, rappresenta il più rilevante centro di elaborazione gran strategica e di alta politica dell’Inghilterra e del Regno Unito. Mentre, ovviamente, all’epoca aveva un ruolo di particolare rilievo nell’ambito della riflessione sulle questioni internazionali e, più in generale, nella prospettiva della gestione degli interessi dell’Impero Britannico (per quanto negli ultimi decenni della propria esistenza).Non casualmente, nel corso della sua carriera politica, che si protrasse sostanzialmente per il resto della sua vita, Mackinder partecipò a numerosi organismi e consessi di rilevanza di alta politica, di geo-economia, di economia politica, di gran strategia, etc., tra cui il Comitato Economico Imperiale e il Comitato per la Marina Imperiale, ricoprendo in entrambi i casi la carica di presidente.Di particolare rilievo fu l’incarico che, tra il 1919 e il 1920, lo condusse a Odessa in qualità di Alto Commissario britannico per la Russia meridionale, nel contesto della Guerra Civile Russa (1917 – 1923), ufficialmente con il compito di contribuire al coordinamento e al sostegno del fronte anti-bolscevico, comunemente identificato con la componente “bianca”.Tale interpretazione corrisponde alla giustificazione esplicitamente fornita nelle dichiarazioni ufficiali britanniche dell’epoca; tuttavia, analisi successive nell’ambito degli studi internazionali hanno avanzato letture fortemente critiche circa la piena attendibilità di tali motivazioni. Secondo tali interpretazioni, infatti, la prospettiva di una Russia Bianca sostenuta dall’Occidente e potenzialmente orientata verso una collaborazione con la Germania – nonostante la recente dissoluzione del II Reich (ma con la persistenza della Germania come Stato-nazione) – avrebbe potuto generare, in una prospettiva di grande strategia e di lungo periodo, conseguenze potenzialmente negative per gli interessi dell’Impero Britannico (e pertanto Mackinder sarebbe stato lì per assicurarsi la caduta delle Armate Bianche dall’interno, in modo mascherato e dissimulato).In ogni caso, secondo la narrativa ufficiale britannica, la presenza di Mackinder a Odessa come consigliere e rappresentante politico, nel ’19 e ’20 del XX secolo, si inseriva nel più ampio tentativo di ostacolare il consolidamento del potere sovietico, il quale avrebbe potuto realizzare quello che, alla luce delle sue elaborazioni geografiche e geopolitiche, costituiva il principale scenario di rischio: la formazione di uno Stato forte e centralizzato all’interno dell’ “Area Perno” (“Pivot Area”).Proprio il concetto di Area Perno (così definita The Geographical Pivot of History del 1904), o Heartland (così definita in Democratic Ideas and Reality del 1919), costituisce dunque il contributo più duraturo e influente di Mackinder nell’ambito delle scienze geografiche e geopolitiche, al punto da essere divenuto la teoria geopolitica più celebre e maggiormente discussa fino ai giorni nostri. Secondo tale concezione, l’Heartland si colloca all’interno dello spazio eurasiatico, l’Eurasia intesa come una grande unità geografica nella quale l’Europa rappresenta soltanto una penisola, ovvero un’appendice occidentale della più vasta massa continentale comprendente le immense estensioni territoriali del Medio Oriente e dell’Asia.La complessiva continuità geografica della massa eurasiatica, unita al continente africano, costituisce ciò che Mackinder definì la World Island (“Isola del Mondo”), ossia il più ampio aggregato territoriale del pianeta e il principale spazio geografico entro cui, secondo la sua interpretazione, si sarebbero determinate le dinamiche fondamentali della competizione per la potenza globale (v. Halford J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, in The Geographical Journal, Vol. 23, No. 4, The Royal Geographical Society, London, 1904, pp. 421 – 437: 423).La regione centrale dell’Eurasia coincide, secondo la celebre elaborazione di Mackinder, con l’Area perno o Heartland. Essa è costituita da una vastissima fascia steppica, caratterizzata da un territorio prevalentemente pianeggiante, che si estende per oltre quattromila miglia dalla pianura ungherese fino al deserto del Gobi, in Mongolia, confinando verso meridione con l’area persiana, corrispondente all’odierno Iran. La particolare conformazione climatica e geografica di tale spazio deriva, secondo Mackinder, dalla sua posizione interna rispetto alla grande massa continentale eurasiatica, poiché siccome le precipitazioni provengano dal mare, è pertanto normale e naturale che il cuore della più grande massa terrestre sia alquanto arido. Tale osservazione sintetizza il rapporto fondamentale individuato dall’autore tra collocazione geografica, caratteristiche ambientali e sviluppo storico-strategico dello spazio continentale (cfr. H. J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, cit., p. 428).Dunque, Mackinder delineò una rappresentazione complessiva della carta del globo terraqueo, individuandone le principali strutture geografiche e strategiche: al centro della più vasta massa continentale terrestre si colloca il cuore arido della Terra, identificabile con la grande regione steppica eurasiatica, nella quale la mobilità costituisce il principio dominante, mentre le aree periferiche risultano essere quelle maggiormente caratterizzate dalla presenza e dalla concentrazione delle popolazioni umane.Laddove quell’area all’interno, l’Heartland, la Pivot Area, era meno accessibile dalla proiezione dagli oceani, così come sarebbe stato tipico per l’Impero Britannico. Da cui, da questa prospettiva, se ne sviluppava la maggiore attenzione ed importanza, sia assoluta sia relativa, da qui concessali.Seppure, parenteticamente, qui si può osservare in nuce, la base su cui, con il ribaltamento della prospettiva d’interesse principale dal centro a quest’aree periferiche esterne, contingenti ai mari globali, più abitate e più sviluppate, contornanti cotale massiccia concentrazione continentale, seppure l’elaborazione sarà fatta solo nei decenni successivi, non per l’Inghilterra, ma per gli Stati Uniti d’America, durante la Seconda Guerra Mondiale, da parte di N. J. Spykman, di ciò che verrà quindi definito Rimland (v. Nicholas John Spykman, The Geography of the Peace, Institute of International Studies at Yale University, Harcourt Brace and Company Inc., New York, 1944, pp. 40 – 61).Comunque, immediata è la differenza tra i due autori, laddove il primo specula sulla geografia, mentre, invece, dove quest’ultimo – Spykman – parte essenzialmente da un ragionamento duro e di potenza, fisico e pragmatico, un realismo empirico duro, nelle dinamiche e tendenze di sviluppo e strategiche delle grandi potenze (nella loro competizione e lotta), applicato però alla realtà geografica (cfr. Ibidem).Tornando dunque invece a H. J. Mackinder, l’Area Perno / Pivot Area / Heartland, infatti, entra in relazione verso occidente, meridione e oriente con quattro grandi regioni periferiche, le quali costituiscono quella che Mackinder definì la “Mezzaluna Interna”. Qui, il pensatore inglese, entra quasi, seppure sia un implicito del testo, in rimandi ad una dimensione esoterica – seppure appena annunciata – laddove ciascuna di tali aree coincide con lo spazio storico di diffusione e consolidamento di una grande religione mondiale e, al contempo, presenta un grado significativo di accessibilità rispetto alle potenze marittime. Si tratta della Cina, associata al buddhismo, e dell’India, legata al bramanesimo, entrambe appartenenti alla regione climatica monsonica; dell’Europa, connessa alla tradizione cristiana e influenzata dalle precipitazioni provenienti dall’Atlantico; e del Vicino Oriente, sede storica dell’Islam e caratterizzato da condizioni climatiche rese aride dalla prossimità geografica con il continente africano (v. H. J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, cit., p. 435 – 436).Alla “Mezzaluna Interna” si contrappone una seconda configurazione geografico-strategica, definita da Mackinder come “Mezzaluna Esterna”, detta anche “Terre di Fuori” / “Terre Esterne”, situata al di fuori della massa continentale dell’Eurasia a e costituita prevalentemente da potenze insulari o da realtà periferiche dotate di una significativa capacità di proiezione marittima. Come osservava lo stesso Mackinder: Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Sudafrica, Australia e Giappone costituiscono attualmente un anello di basi esterne e insulari per la potenza navale e il commercio marittimo, inaccessibili alla potenza terrestre eurasiatica (v. H. J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, cit., pp. 436 – 437).Perciò, seppure venga esposto molto concisamente, la contrapposizione tra il nucleo continentale interno, espressione della potenza terrestre (Land Power), e il sistema periferico esterno, fondato sulla capacità marittima (Sea Power), costituisce uno degli assi fondamentali della costruzione “geopolitica mackinderiana”. In tale prospettiva, il controllo dello spazio eurasiatico e il dominio delle principali direttrici oceaniche rappresentano fattori determinanti nella competizione per la supremazia internazionale, poiché definiscono il rapporto strategico tra le potenze continentali e quelle marittime su scala globale (cfr. Ibidem).L’Heartland viene individuato e delimitato da Mackinder attraverso l’analisi dei grandi bacini idrografici privi di collegamento diretto con gli oceani, e dunque sostanzialmente impermeabili alla penetrazione delle talassocrazie. La potenza marittima, infatti, può estendere la propria influenza all’interno delle masse continentali sfruttando le vie fluviali navigabili come naturali direttrici di penetrazione; tuttavia, quando tali possibilità vengono meno, essa è costretta a trasformarsi in potenza terrestre per poter proseguire la propria avanzata nello spazio continentale. Quindi, nella prospettiva di Mackinder, soltanto la Siberia centrale e le regioni immediatamente circostanti presentano, sull’intero pianeta, caratteristiche geografiche tali da garantire un livello di impermeabilità e di isolamento strategico paragonabile, rendendole lo spazio per eccellenza sottratto all’azione diretta delle potenze marittime (v. H. J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, cit., pp. 429 – 430).Per elaborare il concetto di Area Perno / Pivot Area, o, in converso, per individuarla nel globo terraqueo, Mackinder non si avvalse esclusivamente delle proprie conoscenze geografiche, ma fece ricorso anche a una profonda interpretazione dei processi storici. Secondo la sua ricostruzione, durante l’età medievale la straordinaria capacità di proiezione dei popoli delle steppe derivava principalmente dalla posizione strategica occupata all’interno della massa eurasiatica e dalla distanza che separava le grandi potenze peninsulari del continente. Tale configurazione geografica divideva infatti le civiltà dell’area monsonica da quelle europee e del Vicino Oriente, rendendo le comunicazioni e gli scambi commerciali prevalentemente dipendenti dalle direttrici terrestri attraversanti gli spazi steppici. Gli equilibri di potenza mutarono profondamente, determinando una sostanziale inversione dei rapporti strategici, con l’avvento dell’epoca delle grandi esplorazioni oceaniche guidate dai navigatori europei, a partire dal periodo di Vasco da Gama, di Cristoforo Colombo, di Amerigo Vespucci, etc. (a cavallo tra la fine del XV secolo ed il XVI secolo). In particolare, il superamento del Capo di Buona Speranza da parte degli europei modificò radicalmente la struttura delle connessioni globali, riducendo il vantaggio strategico precedentemente detenuto dalle popolazioni delle steppe e consentendo il collegamento diretto tra le estremità occidentale e orientale dell’Eurasia attraverso le rotte marittime. Parallelamente, la scoperta dell’America offrì alle potenze europee la possibilità di disporre di uno spazio geografico enormemente più vasto rispetto a quello precedentemente conosciuto, accrescendo la loro capacità di controllo degli oceani e permettendo loro, di fatto, di circondare la massa centrale eurasiatica attraverso la superiorità marittima. Grazie alla navigazione oceanica, divenne quindi possibile raggiungere i mercati orientali senza dover più dipendere dalle antiche vie terrestri che attraversavano le regioni steppiche dell’Asia centrale. Quest’ultima subì così una trasformazione radicale della propria posizione strategica: privata della funzione di collegamento privilegiato tra le due estremità dell’Eurasia e progressivamente esclusa dalle principali direttrici commerciali mondiali, essa si ritrovò improvvisamente marginalizzata e impoverita rispetto al ruolo precedentemente esercitato, perdendo quei fondamentali circuiti terrestri che avevano storicamente connesso l’Occidente e l’Oriente continentale (cfr. H. J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, cit., pp. 423 – 436)Dunque, schematizzando il ragionamento attraverso il quale Mackinder giunge all’individuazione della Pivot Area si fonda, essenzialmente su una prospettiva geografica e spaziale, la regione centrale della massa continentale eurasiatica assume, infatti, una posizione dominante in virtù di una serie di caratteristiche strutturali che ne determinano il particolare rilievo strategico:L’inaccessibilità rispetto alle potenze oceaniche, poiché tale area non risulta raggiungibile dalle forze marittime né attraverso le rotte oceaniche né mediante le principali vie fluviali navigabili;La straordinaria estensione territoriale, che conferisce allo spazio centrale eurasiatico una profondità geografica difficilmente eguagliabile;La rilevante capacità produttiva, derivante dalla disponibilità di risorse naturali e dalle potenzialità economiche proprie di un territorio vasto e ricco;La particolare facilità di movimento e di manovra, garantita dalla conformazione prevalentemente aperta e pianeggiante degli spazi steppici, che favorisce la mobilità strategica delle popolazioni e delle forze organizzate.Pertanto, nell’elaborazione di H. J. Mackinder, la Pivot Area – che poi più avanti sarà definita anche Heartland – non costituisce semplicemente una regione geografica centrale, bensì uno spazio dotato di caratteristiche fisiche e strategiche tali da poter determinare gli equilibri fondamentali della competizione per il potere sulla scala mondiale.Inoltre, va altresì rilevato come Mackinder, pur appropriandosi in maniera tacita e implicita, lungo l’intero sviluppo della propria elaborazione teorica, di alcune categorie riconducibili alla concezione del potere marittimo formulata da Mahan, riconoscesse l’importanza strategica del Sea Power nella configurazione degli equilibri mondiali. Giungendo infine a evidenziare esplicitamente come tale forma di potenza costituisse il risultato storico della stagione successiva alle grandi esplorazioni colombiane, resa possibile dalla capacità di movimento e di proiezione transoceanica acquisita dalle potenze europee: laddove tale tipo di proiezione, lambente i continenti, diventasse essenziale per un certo tipo concettualizzazioni di tendenzialità gran strategiche come quelle elaborate tanto da Alfred Thayer Mahan quanto da Henry Spenser Wilkinson (v. H. J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, cit., pp. 432 – 433).Ad ogni modo, va osservato come Mackinder fosse pienamente consapevole del fatto che, in implicita virtù delle due rivoluzioni industriali e del progressivo sviluppo della produttività e della tecnica, la tradizionale superiorità strategica delle talassocrazie potesse essere destinata a perdere parte della propria centralità. In quanto, egli riteneva infatti che il potenziamento della mobilità terrestre, reso possibile dalla ferrovia, potesse restituire alle potenze continentali una rinnovata capacità di movimento rapido, sulla massa continentale, e di proiezione strategica attraverso le linee interne, mettendo potenzialmente in discussione il primato precedentemente assicurato alle potenze marittime dal controllo degli oceani (v. H. J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, cit., pp. 434 – 436).Non a caso, qui, immediatamente, su questo aspetto, emerge la preoccupazione centrale di Mackinder, cioè quella della tutela dell’interesse di potenza inglese / britannica (giacché, tali riflessioni, essoteriche e pubbliche, sono effettualmente sostanziali per qualsivoglia tipo di riflessione, anche privata e chiusa, ai fini di mantenimento della propria potenza).Considerando che, seppure l’Inghilterra riuscirà allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, a portare la Russia dalla propria parte contro il II Reich – e l’Impero Russo fu proprio il responsabile nella zona dei Baltici e della Prussia di uno tanto dei primi quanto dei più, numericamente e per mezzi e per uomini, vasti attacchi della Grande Guerra contro la Germania – a fine ‘800 e quantomeno nel primo lustro del ‘900, si trascinava lungamente, sin dal tempo di Bismarck (con legami ancora esistenti in epoca Guglielmina), un legame di collaborazione strategica, commerciale, diplomatica e militare tra Mosca e Berlino. Il principio di cambiamento di cotale equilibrio fu la pesante sconfitta della Russia nella Guerra Russo Giapponese (1904 – 1905) combinata alla conseguente sanguinolenta e pesantissima, seppure fallita, Rivoluzione Russa del 1905. Nei seguenti nove anni, in modo repentino sin dal principio, la Russia si spostò velocemente e con un crescendo nella cumulazione di forze ed armamenti in orientamento anti Germania, che culminò nello schieramento dell’Impero Russo a fianco dell’Inghilterra contro il II Reich durante la Grande Guerra (1914 – 1918; o quantomeno, per la Russia, viste le due Rivoluzioni del 1917, di febbraio e di ottobre, si consideri il 1914 – 1917).Da qui, scrivendo nel 1904, H. J. Mackinder sosteneva come lo spostamento dell’equilibrio di potenza a favore dello “Stato perno”, determinando la sua espansione verso le terre marginali dell’Eurasia, consentirebbe a tale potenza di impiegare le immense risorse continentali per la costruzione di una flotta; a quel punto, la possibilità di un dominio mondiale si profilerebbe concretamente all’orizzonte. Tale scenario potrebbe verificarsi qualora la Germania giungesse a un’alleanza con la Russia (cioè la collaborazione tra l’asset industriale tedesco, le risorse russe, e l’apparato militare russo, in modo stretto, a mo’ di alleanza). Da questi semplici principi deriva che sarà interesse costante delle potenze oceaniche impedire alleanze tra lo Stato perno – dell’Area Perno / Heartland – e gli Stati della mezzaluna interna, ossia creare un cordone sanitario che ne impedisca l’unione. La minaccia rappresentata da una simile eventualità, nella fattispecie l’alleanza tra la Mosca e Berlino, dovrebbe pertanto indurre – implicitamente il maggiore interessato è l’Inghilterra (seppure Mackinder non lo espliciti in questo modo, ma lo lasci intendere per tramite d’un evidente non detto) – la Francia a stringere un’alleanza con le potenze d’oltremare; in questo modo, Francia, Italia (implicitamente, ormai eliminato nel 1900 il Re Umberto I di Savoia, avente come madre un’Asburgo-Lorena ed essente stato filo-Austria e filo-Germania), ed i vari protettorati, vicereami, e possedimenti coloniali dell’Inghilterra – seppure mai nominati in questi termini a discapito della propria evidente natura strutturale in quel periodo storico – dall’India all’Egitto, si unirebbero contro la Germania. Sarebbero, in cotale contesto, pronte a farsi teste di ponte nelle quali le flotte esterne – pertanto, ancora una volta implicitamente Britanniche / Inglesi – potrebbero tenere a bada le forze terrestri, costringendo le potenze terrestri a disperdere le proprie risorse militari nell’impiego di forze di terra e impedendo, nei fatti, sia l’alleanza tra la Germania e la Russia (che infatti finirono a farsi la guerra), sia la possibilità che quest’ultime – qualora ancora in sintonia ed accordo – di concentrare l’intera propria capacità strategica sulla costruzione e sul potenziamento delle flotte, cosa che andrebbe implicitamente a minare il potere delle potenze trans-oceaniche; nella fattispecie, ulteriore implicito: andrebbe a minare la strutturalità strategica dell’Impero Britannico (cfr. H. J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, cit., p. 436).Qui si può avanzare un’osservazione parentetica, in quanto, non è casualmente che, durante la Prima Guerra Mondiale, la Germania favorì il rientro di Lenin in Russia attraverso il celebre treno blindato, con l’obiettivo di agevolare un mutamento di regime già nella fase rivoluzionaria del febbraio 1917. La successiva presa del potere bolscevica nell’ottobre dello stesso anno condusse, in pochi mesi, all’armistizio di Brest-Litovsk (marzo 1918) e alla pace separata con la Germania guidata dall’OHL di Guglielmo II, Hindenburg e Ludendorff, permettendo a Berlino di concentrare le proprie risorse sul fronte occidentale (sia contro la Francia, sia soprattutto contro l’Impero Britannico). Pertanto, dal novembre 1917 al novembre 1918, la Germania sostenne l’Armata Rossa dei sovietici fornendo sostegno per tramite d’intelligence, armi, addestramento e finanziamenti, etc., al fine di neutralizzare il fronte orientale e di potersi concentrare sul fronte occidentale. La strategia tedesca mirava dunque o a garantire la stabilizzazione bolscevica della Russia, oppure, in alternativa, a mantenerla paralizzata da un conflitto interno, impedendole ogni efficace proiezione di potenza contro Berlino (come successe negli anni precedenti). Ad ogni modo, con il crollo della Germania imperiale nel 1918, tale disegno strategico venne tuttavia meno, aprendo la nuova fase degli equilibri interbellici (1919-1939).Quindi, tornando a H. J. Mackinder, si può osservare come, seppure la sua più famosa e conosciuta opera fu The Geographical Pivot of History del 1904, l’autore scrisse anche una considerevole opera pilastro della cosiddetta “Geopolitica Classica” quale Democratic Ideas and Reality del 1919. Quest’ultima è un’opera molto più lunga, molto più sostanziale. Pubblicata per la prima volta nel 1919 dalla casa editrice Henry Holt and Company, l’opera di Mackinder rimase inizialmente in larga parte trascurata dal pubblico (ma fu profondamente studiata dalle classi dirigenti e dai pensatori strategici e geopolitici durante tutto il periodo interbellico), fino a quando la Seconda Guerra Mondiale non determinò un rinnovato interesse per le sue teorie. Pertanto, nel 1942 la stessa casa editrice ne curò una nuova edizione, contribuendo alla riscoperta del pensiero di Mackinder nel contesto delle nuove dinamiche strategiche globali (della Seconda Guerra Mondiale e poi della Guerra Fredda).In tale opera, Mackinder presentò la propria teoria dell’Heartland – chiamata qui esplicitamente in questo modo e non più Area Pivot – e sostenne la necessità di considerare pienamente i fattori geopolitici nella definizione degli assetti internazionali emersi dalla Conferenza di pace di Parigi (da cui scaturì il Trattato di Versailles). La sua analisi si poneva in esplicito contrasto con l’impostazione idealistica – dell’internazionalismo liberale e/o democratico – di Woodrow Wilson, contrapponendo alla visione fondata sui principi universali e sull’autodeterminazione dei popoli la realtà concreta dei rapporti geografici, territoriali e strategici che continuavano a determinare la competizione tra le potenze.Non a caso, si deve proprio a tale opera la formulazione più celebre di Halford John Mackinder (in traduzione dall’inglese mia, n.d.a.):«Un generale romano vittorioso, quando faceva il proprio ingresso nella città tra lo splendore abbagliante di un Trionfo, portava dietro di sé, sul carro, uno schiavo incaricato di sussurrargli all’orecchio che egli era pur sempre un mortale. Analogamente, mentre i nostri uomini di Stato si confrontano con il nemico sconfitto, sarebbe opportuno che una sorta di etereo cherubino ricordasse loro periodicamente questo principio:Chi controlla l’Europa orientale domina l’Heartland;chi controlla l’Heartland domina l’Isola Mondo;chi controlla la l’Isola Mondo domina il Mondo»[Halford John Mackinder, Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction, National Defense University Press (Washington, D.C.) – The London School of Economics University Press – Constable Publishers, London, 1942].Infine, in conclusione, si può quindi evidenziare come l’elaborazione di Halford John Mackinder rappresenti uno dei tentativi più organici e ambiziosi di trasformare la geografia in uno strumento di comprensione e previsione delle dinamiche di potenza mondiale. La sua teoria dell’Heartland / Pivot Area, pur non dovendo essere interpretata come una legge deterministica della storia, ha fornito una chiave di lettura destinata a influenzare profondamente il pensiero strategico dei secoli XX e XXI. Laddove si pone al centro il rapporto tra spazio, geomorfologia, topografia, climi, tecnica, tecnologia, produzione, risorse, mobilità e organizzazione strategica e politica, quant’anche le proiezioni di grande strategia elaborate sulla scorta di questi parametri. Il valore duraturo di cotale approccio risiede nell’aver individuato delle costanti strutturali dello sviluppo storico di potenza. In tale prospettiva, Mackinder rimane una figura fondamentale della tradizione realista e strategica, avendo mostrato come la geografia, integrata con l’analisi storica e politica, costituisca uno degli elementi essenziali attraverso cui gli Stati perseguono la propria sicurezza e la propria proiezione di potenza nel sistema internazionale. Dunque, non a caso, si può comprendere perché tale autore sia considerato uno dei “Padri” della cosiddetta “Geopolitica Classica”.