La scommessa non ha pagato. Per un solo voto, alla Camera, è stato bocciato l’emendamento con cui il centrodestra tentava di reintrodurre le preferenze nella legge elettorale. Il tabellone di Montecitorio ha consegnato un risultato clamoroso: 188 contrari e 187 favorevoli. Una sconfitta politica per Giorgia Meloni, inutile girarci intorno, ma anche un curioso motivo di festa per un’opposizione che ha celebrato come una vittoria la possibilità che i prossimi parlamentari continuino a essere scelti dalle segreterie dei partiti. Il premier ci aveva messo la faccia, invitando le opposizioni a rinunciare al voto segreto e ad assumersi pubblicamente la responsabilità della propria scelta. La richiesta è caduta nel vuoto. Alla fine, nel segreto dell’urna, sono mancati almeno una trentina di voti rispetto ai calcoli della maggioranza e si è immediatamente aperta la caccia ai franchi tiratori. E va detta una cosa: quelli di destra che hanno giocato di sponda con il campo largo avrebbero molto da spiegare agli elettori.I ministri sono arrivati in Aula subito dopo il Consiglio dei ministri, in un Montecitorio affollato come raramente accade. Nel centrodestra si respirava un certo ottimismo, tanto che governo e relatori avevano espresso parere favorevole all’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc. La proposta prevedeva capilista bloccati e la possibilità di esprimere fino a tre preferenze. L’intesa era stata raggiunta soltanto dopo le iniziali titubanze di Lega e Forza Italia. Poi è arrivato il voto segreto e il castello è crollato.“Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude”, ha commentato la Meloni, rivendicando il tentativo di “reintrodurre le preferenze dopo più di 30 anni di liste bloccate”. Il presidente del Consiglio non ha nascosto che siano mancati “diversi voti” della maggioranza, ma ha immediatamente sottolineato la contraddizione politica degli avversari: “L’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto”.Ed è proprio questo il punto. Elly Schlein era arrivata alla guida del Partito Democratico promettendo il cambiamento, la partecipazione, un partito aperto e una politica restituita alle persone. Ora esulta perché il tentativo di introdurre le preferenze è stato affossato. Tradotto: i cittadini continueranno a trovare sulla scheda nomi selezionati e ordinati dalle segreterie, senza poter incidere realmente sulla scelta degli eletti.Una contraddizione difficile da nascondere dietro le accuse alla maggioranza. Schlein ha definito la proposta un “compromesso farsa”, contestando anche le conseguenze sulla rappresentanza di genere. Obiezioni politicamente legittime. Ma resta il fatto che il risultato celebrato dal Pd è il mantenimento di un sistema nel quale il potere di scegliere i parlamentari rimane saldamente nelle mani dei vertici dei partiti. Esattamente quella politica delle stanze chiuse che la segretaria dem sosteneva di voler rottamare. La Schlein ha potuto persino sottolineare che “le opposizioni” si sono presentate unite mentre “la maggioranza si è subito divisa al voto segreto”. Su questo ha ragione: il centrodestra è andato incontro a una sconfitta pesante e ha mostrato una crepa evidente. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia dovranno capire chi abbia cambiato posizione e perché.Il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami ha assicurato che sui deputati del suo partito può mettere “la mano sul fuoco, forse anche due”. Ha contato cinque assenti, compresa la stessa Meloni, la cui presenza “non era nemmeno prevista”, e ha segnalato che alcuni esponenti della maggioranza “platealmente, ostentatamente non hanno votato”. Per Bignami, tuttavia, la riforma “va avanti” e non esiste alcuna ragione per parlare di dimissioni: si è trattato di “un voto parlamentare, nessuno aveva detto mi dimetto se non passa come aveva fatto Renzi”.Anche Antonio Tajani ha parlato di un “incidente di percorso”. Il leader di Forza Italia ha ammesso che “non sarebbe dovuto accadere” e che “bisognerà riflettere”, escludendo però conseguenze sulla durata della legislatura. Francesco Lollobrigida ha ridimensionato il caso descrivendolo come una “cosa puntiforme”, non come il risultato di gruppi di dissidenti “organizzati in maniera militare”. Quanto alle possibili conseguenze, ha risposto con prudenza: “Lo vedremo quando sarà il momento”. La riforma, del resto, potrebbe riaprirsi al Senato. Ignazio La Russa ha ricordato che a Palazzo Madama non sarebbe previsto il voto segreto e che esiste una “possibilità concreta di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera”. La partita, dunque, non è necessariamente chiusa.Le opposizioni, intanto, hanno reagito come se il governo fosse caduto. Giuseppe Conte ha sostenuto che la Meloni, dopo essere stata “sfiduciata dalla sua maggioranza”, debba andare a casa. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si sono abbracciati in Aula, mentre dai banchi dell’opposizione si levavano richieste di dimissioni e di elezioni anticipate. Ma anche qui la rappresentazione appare piuttosto teatrale. La sinistra invoca il ritorno alle urne sapendo che, qualora si votasse davvero subito, si presenterebbe nel caos più totale. Il campo largo non dispone ancora di un programma comune, non ha una linea condivisa sui principali dossier e non ha nemmeno risolto il problema della leadership.Pd e Movimento 5 Stelle continuano a dividersi sulla politica estera, sull’Ucraina, sul riarmo, sull’Europa e sulle infrastrutture. Alleanza Verdi e Sinistra prova a spostare ulteriormente l’asse a sinistra, mentre i centristi non intendono seguire Conte e Fratoianni sulle posizioni più radicali. Sono uniti quando devono votare contro Meloni, molto meno quando devono spiegare agli italiani che cosa vorrebbero fare al governo.Le richieste di elezioni anticipate, dunque, sembrano soprattutto uno slogan da scandire davanti alle telecamere. Servono a trasformare una sconfitta parlamentare della maggioranza in una presunta crisi di governo. Ma tra chiedere le urne e volerle davvero c’è una differenza enorme. Perché se il presidente della Repubblica sciogliesse le Camere domani, le opposizioni dovrebbero decidere in pochi giorni chi candidare, con quale coalizione, con quale programma e soprattutto con quale candidato premier. È assai probabile che gli abbracci di Montecitorio finirebbero in fretta.Il centrodestra ha perso una votazione importante e dovrà fare i conti con i propri franchi tiratori. Ma la sinistra che festeggia perché gli elettori non potranno scegliere i parlamentari e contemporaneamente invoca elezioni che non è pronta ad affrontare offre un’immagine altrettanto contraddittoria. Unita nel voto segreto, divisa su tutto il resto.Massimo Balsamo, 14 luglio 2026L'articolo AUTOLESIONISMO proviene da Nicolaporro.it.