L’Ue si sveglia: allentata la stretta sulle quote di CO2. Ma non basta

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Qualcuno a Bruxelles, forse, ha finalmente aperto una finestra. E dalla finestra deve aver visto quello che imprenditori, lavoratori e governi provano a spiegare da anni: non si salva il pianeta mandando al macero l’industria europea. Dopo una lunga stagione di integralismo verde, la Commissione Ue propone infatti di rallentare la stretta sul mercato delle quote di CO2. Non è ancora una rivoluzione, sia chiaro. Non è nemmeno un vero pentimento, anzi a dire il vero cambierà poco. Ma potrebbe essere il primo segnale di un brusco risveglio davanti al baratro.La revisione dell’Ets prevede che il tetto alle emissioni continui a diminuire, ma con minore velocità. Il cosiddetto fattore lineare di riduzione, oggi al 4,4 per cento, dovrebbe scendere al 3,7 per cento tra il 2031 e il 2035 e all’1,7 per cento dal 2036. È prevista anche una verifica il primo gennaio 2033, per valutare la disponibilità e la qualità dei crediti internazionali utilizzabili negli anni successivi. In sostanza, Bruxelles non abbandona il mercato del carbonio, ma ammette che continuare a stringere la cinghia con la stessa ferocia avrebbe rischiato di soffocare definitivamente i settori industriali più esposti.C’è anche un altro dettaglio significativo. Almeno la metà degli incassi nazionali ottenuti dalla vendita delle quote dovrà essere destinata alla riconversione delle industrie che sostengono il costo dell’Ets. Oggi, secondo le stime della stessa Commissione, soltanto una minima parte di quelle entrate torna direttamente alle imprese per finanziare la riduzione delle emissioni. Meglio tardi che mai: dopo avere utilizzato il carbonio come una sorta di bancomat ambientale, Bruxelles sembra essersi accorta che le aziende non si decarbonizzano con le prediche, ma con investimenti, infrastrutture e tecnologie.Il problema è che questo piccolo bagno di realtà arriva dopo anni di follie eco-talebane. Il Green Deal è stato trasformato in un catechismo nel quale ogni dubbio veniva considerato eresia. L’Unione ha fissato l’obiettivo di ridurre le emissioni nette di almeno il 55 per cento entro il 2030, imponendo contemporaneamente traguardi sempre più ambiziosi alle rinnovabili, all’efficienza energetica, agli edifici e ai trasporti.  Poi c’è stata la grande crociata contro l’automobile. E potremmo andare avanti per ore.Ora Bruxelles rilancia con l’elettrificazione e promette di fare dell’Europa il primo “elettro-continente” del mondo. Entro la fine dell’anno dovrebbe arrivare un obiettivo indicativo del 46 per cento di elettrificazione dei consumi finali di energia nel 2040. La Commissione annuncia anche interventi per ridurre la distanza tra il prezzo dell’elettricità e quello del gas. Ed è proprio questo il punto: per anni l’Ue ha imposto la destinazione senza preoccuparsi abbastanza del costo del viaggio. Ha ordinato di elettrificare automobili, fabbriche, riscaldamenti e trasporti prima di garantire energia abbondante, reti adeguate e prezzi competitivi.Un’impresa che paga l’energia e il carbonio molto più dei concorrenti non diventa automaticamente più sostenibile. Può ridurre la produzione, rinviare gli investimenti o trasferirsi altrove. E quando una fabbrica europea chiude per riaprire in una zona del mondo con regole ambientali meno severe, le emissioni globali non spariscono: si spostano insieme ai posti di lavoro. È il grande paradosso dell’ambientalismo ideologico, capace di danneggiare l’economia europea senza ottenere necessariamente un beneficio proporzionato per il clima.La revisione dell’Ets, dunque, è un primo segnale. Qualcuno sembra aver capito che la competitività non è un fastidioso ostacolo alla transizione, ma la condizione necessaria per finanziarla. Resta però intatta l’impostazione di fondo: obiettivi fissati dall’alto, nuove scadenze, nuova burocrazia e la presunzione di poter governare la tecnologia con un regolamento.Questa l’analisi della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: “Il modo migliore per ridurre la dipendenza dell’Europa dalle energie fossili è alimentare la nostra economia con elettricità proveniente da fonti pulite e prodotte internamente. Oggi proponiamo di rendere l’Europa il primo continente al mondo alimentato dall’elettricità. Dalla riduzione dei prezzi dell’energia elettrica all’adeguamento del nostro mercato del carbonio alle mutevoli realtà globali, si tratta anche di un piano per l’indipendenza e gli investimenti. Per mantenere la transizione verso l’energia pulita sulla giusta rotta, dare sollievo alla nostra industria e sostenere la decarbonizzazione. Accendiamo il cambiamento”. Leggi anche:L’Ue si dà la zappa sui piedi: il target green… ostacola le rinnovabiliForse a Bruxelles si sono svegliati. O forse hanno semplicemente visto il precipizio avvicinarsi. In entrambi i casi, rallentare è meglio che continuare a correre con gli occhi chiusi, certo, ma concretamente c’è ancora tanto, tantissimo da fare. Serve ben altro per invertire la rotta, per tornare al buonsenso, per tornare a correre. Perché un’Europa senza fabbriche, senza automobili e con energia inaccessibile potrà anche vantarsi di avere rispettato ogni decimale delle proprie tabelle climatiche. Ma sarà un continente più povero, più dipendente e molto meno capace di guidare qualunque transizione.Massimo Balsamo, 17 luglio 2026L'articolo L’Ue si sveglia: allentata la stretta sulle quote di CO2. Ma non basta proviene da Nicolaporro.it.