Il Dpcm del 22 aprile 2026 prevede, per la prima volta nella storia della Repubblica, l’adozione di una Strategia di sicurezza nazionale. Definita l’architettura, la sfida ora sono i contenuti. Il documento non dovrà essere una Grand Strategy, ma una bussola operativa per il coordinamento dell’azione di governo. E per stabilire che cosa è – e che cosa non è – questione di sicurezza nazionale serve un criterio: la portata sistemica dell’eventoIl Dpcm del 22 aprile 2026 prevede l’adozione, per la prima volta nella storia della Repubblica, di una Strategia di sicurezza nazionale (Ssn) da parte del presidente del Consiglio, su proposta del Cisr e sentito il Copasir, da aggiornarsi almeno ogni tre anni. Ora che l’architettura è definita, la sfida principale è il passaggio ai contenuti: di che cosa deve parlare il documento?L’articolo 5 del decreto fornisce la traccia: la Ssn definirà gli interessi fondamentali da salvaguardare, gli obiettivi strategici, le politiche e gli strumenti per la prevenzione e il contrasto dei fattori di minaccia e di rischio, oltre agli indirizzi generali per la gestione unitaria delle situazioni di crisi. Indicazioni apparentemente generiche che, al contrario, delineano con sufficiente chiarezza il percorso da seguire.Un concetto volutamente apertoUna premessa è necessaria, perché costituisce il cuore del problema: i documenti di strategia di sicurezza nazionale quasi mai contengono una definizione chiusa e univoca di “sicurezza nazionale”. È una scelta in larga misura deliberata. La definizione operativa non sta in una formula, ma nel perimetro che il documento traccia: i beni che dichiara di voler proteggere, le minacce che riconosce, gli attori che mobilita, l’orizzonte temporale entro cui colloca prevenzione, resilienza e risposta.In via di lavoro, la sicurezza nazionale può essere intesa come la condizione di protezione duratura degli interessi vitali dello Stato – esistenza, sovranità, integrità territoriale, ordine costituzionale, sicurezza della popolazione e delle infrastrutture essenziali – da minacce esterne e interne, militari e non militari, perseguita con l’impiego coordinato dell’insieme degli strumenti pubblici (whole of government) e, sempre più spesso, con il concorso della società e del settore privato (whole of society).Il nucleo classico, westfaliano, della sicurezza resta essenziale, ma è oggi affiancato dalla sicurezza economica, energetica, tecnologica, sanitaria, climatica, informativa e delle catene di approvvigionamento; lo spettro delle minacce si è esteso al dominio cyber, economico, cognitivo e ibrido, erodendo il confine tra interno ed esterno; l’attore della sicurezza non è più il solo Stato, ma un sistema integrato che coinvolge amministrazioni, imprese strategiche, ricerca e infrastrutture critiche.Un’avvertenza terminologica: la nozione di sicurezza nazionale impiegata in un documento strategico è politico-programmatica, e risponde a una logica diversa da quella delle nozioni tecniche usate nei contesti giuridici, dove “interesse nazionale”, “sicurezza nazionale”, “interessi essenziali di sicurezza” e “sicurezza pubblica” non sono affatto equivalenti. La strategia definisce l’ambizione politica e l’orizzonte di coordinamento; è poi il diritto a fissarne i confini operativi.Non una Grand StrategyLe indicazioni dell’articolo 5 suggeriscono anzitutto cosa la Ssn italiana non dovrebbe essere. Non un documento di Grand Strategy – il disegno complessivo e di lungo termine con cui uno Stato organizza tutti gli strumenti del potere nazionale per perseguire i propri interessi nel sistema internazionale – ma uno strumento formalizzato e concreto: una bussola operativa per coordinare l’azione di governo e allineare le politiche di settore nel medio termine. Non a caso se ne prevede l’aggiornamento almeno ogni tre anni.La distinzione è della massima importanza per un Paese come l’Italia, che da sempre soffre di frammentazione e scarso coordinamento interistituzionale e che negli ultimi anni ha visto moltiplicarsi documenti strategici settoriali in un perdurante vuoto di visione unitaria. Il governo potrà scegliere un documento prevalentemente politico, come in parte avviene nel caso britannico, o una strategia centrata sulla coerenza interministeriale, come mostra il modello tedesco della sicurezza integrata. Essenziale è che la Ssn svolga la funzione prevista dal Dpcm: delineare un quadro di riferimento condiviso al quale le amministrazioni possano effettivamente allineare piani e attività settoriali.La lezione dei partnerL’evidenza comparata conferma il punto. Le più recenti strategie di Regno Unito, Germania, Francia e Stati Uniti non risolvono il problema definitorio: lo gestiscono, con scelte diverse di perimetrazione. Le strategie europee compiono un movimento espansivo: la National Security Strategy britannica del 2025 riconosce che la sicurezza nazionale include ormai economia, prezzi alimentari, catene di approvvigionamento e ambiente digitale; la strategia tedesca del 2023 assume la sicurezza integrata come principio guida; la Revue nationale stratégique francese del 2022 articola l’azione per funzioni strategiche, aggiungendo l’influenza come sesta funzione.La National Security Strategy statunitense del 2025 compie un movimento in parte opposto: critica l’espansione eccessiva delle strategie precedenti e tenta di ricondurre la politica di sicurezza a pochi interessi essenziali. Ma anche questa pretesa di restringimento non chiude il problema, perché la selezione di ciò che è vitale resta politicamente orientata. La lezione per l’Italia è chiara: l’alternativa non è tra una definizione larghissima e una tassativa, ma tra una perimetrazione priva di criterio e una fondata su un test funzionale.Il criterio della portata sistemicaDall’articolo 5 emerge una nozione multidimensionale, integrata e sistemica di sicurezza nazionale. Integrata non significa però somma di segmenti settoriali: la sicurezza nazionale è più della somma delle sue parti, perché comprende le interdipendenze e le vulnerabilità trasversali tra componenti diverse – quelle stesse interconnessioni che la guerra ibrida sfrutta sistematicamente. Il coordinamento ordinario tra amministrazioni non basta: serve un meccanismo con visione d’insieme, capace di orientare e rendere convergente l’impiego delle risorse pubbliche rilevanti, generando effetti che si rafforzino reciprocamente.Come tracciare, allora, il perimetro? Il criterio suggerito è la portata sistemica dell’evento. Non conta soltanto cosa accade – chi è l’attore, in quale settore, con quali mezzi – ma quali conseguenze quell’attività può generare sul posizionamento del Paese: è questione di sicurezza nazionale qualsiasi evento, interno o esterno, capace di compromettere in modo significativo o duraturo la posizione strutturale dell’Italia nel contesto strategico di riferimento, innescando effetti a cascata che degradano capacità critiche, riducono le opzioni strategiche future e, in ultima analisi, la capacità di azione del Paese.Un esempio: una crisi di approvvigionamento di microchip può diventare questione di sicurezza nazionale se incide sulla capacità industriale di difesa, sulla continuità delle infrastrutture critiche e sull’autonomia tecnologica. Una fluttuazione ordinaria dei prezzi delle materie prime, invece, no. Il criterio discriminante non è il settore, ma l’impatto sistemico.Il problema del perimetro, in definitiva, non si risolve con una definizione astratta – nessuna delle strategie comparate lo fa davvero – ma con un filtro che consenta di distinguere caso per caso, mantenendo la nozione abbastanza ampia da riflettere la complessità del XXI secolo e abbastanza precisa da impedire che la sicurezza nazionale diventi un concetto politicamente onnivoro, applicabile all’occorrenza a qualsiasi politica governativa. La Ssn italiana dovrebbe muovere esattamente da qui: non dalla ricerca di una formula definitiva, ma dalla costruzione di un perimetro operativo, giustificabile e stabile, capace di orientare l’azione pubblica senza dissolvere la sicurezza nazionale nell’intero programma di governo.