C’è un fantasma che si aggira per i corridoi di Viale Mazzini e tra i server di Dazn, ed è il fantasma più radioso, ottimista e commerciale della storia italiana: quello di Silvio Berlusconi. Chi pensava che la sua scomparsa avrebbe archiviato quel modo Pop, iperbolico e spudorato di fare televisione, oggi deve fare i conti con la dura realtà dei palinsesti dei Mondiali. La verità è che il Cavaliere aveva capito tutto prima degli altri e la televisione del 2026, dal grande schermo piatto del salotto fino al display dell’iPad o dello smartphone, non fa altro che applicare i suoi comandamenti. Il mercato non ha sentimenti, ha target, e quando si tratta di catturare l’attention della massa, le vecchie regole del marketing berlusconiano asfaltano qualunque pretesa di saggistica o di approfondimento culturale.Per rendersene conto basta guardare la Rai che, per questi Mondiali, ha deciso di scommettere forte sul carrozzone mediatico di Lele Adani. Parliamo di un personaggio che ha un patentino da allenatore in tasca, potrebbe esercitare il mestiere in panchina, ma ha intuito con largo anticipo che fare il saltimbanco della telecronaca rende infinitamente di più. Dal punto di vista del commento tecnico puro siamo vicini allo zero, se non a valori direttamente negativi, eppure i ragazzini lo idolatrano e conoscono a memoria i suoi slogan. Il suo show personale, ribattezzato da molti come una sorta di Tele Buenos Aires permanente, trasforma ogni tocco di palla di Messi in un’epopea mistica sudamericana. È la logica del baraccone che vince sulla lavagna tattica, ed è esattamente ciò che serve per giustificare gli oltre cinquanta milioni di euro di raccolta pubblicitaria portati a casa da Rai Pubblicità.Le calamite del marketing tra Dazn e SportitaliaSe la Rai si è dovuta “mediasetizzare” per sopravvivere, Dazn ha capito la lezione fin dal primo giorno di vita. La piattaforma streaming sa perfettamente che le curve di Diletta Leotta a bordo campo sono una calamita commerciale identica a quella delle ragazze fast food del Drive In degli anni Ottanta. Non è una questione di maschilismo, come amano ripetere i censori con il dito alzato, ma un limpido e vincente discorso di marketing applicato all’intrattenimento globale. La presenza della Leotta catalizza l’attenzione, genera interazioni infinite sui social e costringe l’utente ad aprire l’applicazione sul telefonino anche solo per pochi minuti, monetizzando al massimo i diritti dell’evento. Chi controlla i flussi dello streaming non cerca la tesi di laurea sul fuorigioco semiautomatico, cerca l’evento pop, la scintilla visiva che ipnotizza lo spettatore.Questo teorema trova la sua massima e orgogliosa espressione quotidiana nel modello editoriale di Michele Criscitiello su Sportitalia. Nel bel mezzo della sessione di calciomercato, le notizie più calde e le bombe dell’ultima ora vengono lanciate da vallette dall’estetica mozzafiato, con outfit audaci e scollature generose studiate per bucare lo schermo. È il trionfo della tv commerciale allo stato puro, un format leggero che non si vergogna di essere ciò che è: un generatore di ascolti e di contratti pubblicitari. Il pubblico maschile apprezza, gli inserzionisti staccano gli assegni e il contatore dei profitti gira senza sosta, dimostrando che il binomio tra donne bellissime e pallone resta il motore immobile dell’editoria sportiva italiana.Perché gli intellettuali odiano il mercato e tifano a sinistraDi fronte a questo scenario, la casta degli intellettuali si rifugia nel solito, prevedibile risentimento antibellico. Il filosofo ed economista Friedrich von Hayek spiegava che gli intellettuali diventano storicamente di sinistra perché le loro specializzazioni non hanno un reale mercato, e di conseguenza covano rabbia contro un sistema che non premia i loro sforzi accademici. Il professore che ha studiato per anni i movimenti difensivi della linea a quattro dell’Inghilterra o le transizioni positive della Spagna si ritrova ignorato, mentre le pagliacciate di Adani e la scollatura di Diletta Leotta fatturano milioni di euro. Questa frustrazione spinge gran parte della classe colta a schierarsi a sinistra, implorando l’intervento dello Stato per proteggere la cultura alta e normare quella che loro definiscono volgarità commerciale.La realtà liberale è che il mercato si comporta esattamente come uno Swatch, l’orologio di plastica che ha salvato l’industria svizzera perché se lo potevano permettere tutti, vincendo la sfida contro il prestigioso ma di nicchia Patek Philippe. L’orologeria di lusso resta un privilegio riservato a pochissimi eletti che si compiaccono della propria esclusività, ma è lo Swatch che crea i volumi, muove l’economia e risponde ai desideri della stragrande maggioranza delle persone. Silvio Berlusconi ha sempre ragionato pensando a questo immenso sbocco popolare, costruendo un impero editoriale sul principio che la democrazia televisiva si misura con il telecomando e non con il gradimento dei salotti buoni. Oggi che il mercato ha stravinto e che la TV di Stato insegue i balletti social del commento pop, ai puristi della tattica non resta che spegnere lo schermo e continuare a coltivare la loro rabbiosa e improduttiva nostalgia.Enrico Foscarini, 17 luglio 2026L'articolo Mondiali 2026: Adani e Leotta sono il trionfo di Berlusconi proviene da Nicolaporro.it.