Inflazione giù, l’agenda Trump funziona

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Il Bureau of Labor Statistics ha pubblicato ieri i dati statunitensi sui prezzi al consumo, registrando il valore della cosiddetta inflazione annuale al 3,5 per cento a giugno, in calo dello 0,4 per cento rispetto a maggio e al di sotto delle attese degli analisti che avevano previsto un 3,8. Il più grande calo mensile dalla pandemia 2020.Merito dell’agenda TrumpRiduzione ancora maggiore se non si considerano i prezzi degli energetici. Merito dell’amministrazione Trump e della sua agenda pro-crescita e anti-inflazione, con, per esempio, le storiche riforme sui prezzi dei farmaci e i controlli sui principali prodotti alimentari. Tra le tante cose, Trump ha sguinzagliato ispettori federali a verificare i prezzi delle pompe di benzina, con multe sino a 100 mila dollari per chi specula. In Usa il litro di super – oggi che è rincarato – costa in media 0,96 euro.Tuttavia, bisogna smettere di parlare di indice inflazionistico. Il “Regime Economico Mondiale” non vede l’ora di definire inflazione ogni aumento dei prezzi, per colpevolizzare i popoli e deresponsabilizzare governanti ed élite finanziarie.Il mercato del petrolioQuesto indice non misura l’inflazione, nemmeno quando aumenta. Infatti in quel caso i consumatori non hanno improvvisamente le tasche piene di soldi, non sperperano il denaro facendo salire i prezzi: tutt’altro. L’unico vero aumento di prezzi è dovuto al costo del greggio, che sale in modo assolutamente autonomo rispetto al denaro in circolazione.Questi indici non definiscono l’inflazione ma soltanto il rincaro dei prezzi, che dipendono dal prezzo del petrolio, il quale fa sì aumentare tutti gli altri prodotti, ma non per un processo inflattivo, bensì esclusivamente per un rialzo con effetto domino dovuto a pure speculazioni borsistiche che nulla hanno a che fare con l’economia reale, tanto meno con il denaro in circolazione.Il prezzo del petrolio dipende da due parametri considerati dai mercati finanziari: il Brent, giacimenti del Mare del Nord, indicativo di due terzi dei contratti petroliferi mondiali, e riferimento per Europa, Africa e Medio Oriente; e il West Texas Intermediate, riferimento per il Nord America. Il Brent può risentire di crisi sulle vie di navigazione, mentre il WTI dipende dalla capacità di stoccaggio dei siti dell’Oklahoma.Chi decide il prezzo del petrolio? Le borse merci, in base a investimenti e speculazioni tra domanda e offerta dei relativi contratti. Ci sono contratti spot con consegna e pagamento immediati, e contratti future, con un prezzo fissato prima e una consegna in data futura. Quasi tutti i contratti sono future, e qui nasce il problema. I future sono una scommessa, un tiro alla roulette.Se fissi un prezzo basso e poi il prezzo sale, hai pagato meno, hai vinto; al contrario, hai perso. E perché il prezzo si muove da un minuto all’altro senza che nella realtà sia cambiato nulla? Perché è un gioco di borsa, un algoritmo per guadagnare miliardi in pochi minuti senza che una goccia di petrolio sia stata in realtà spostata.Gli operatori finanziari agiscono facendo variare il prezzo grazie ai movimenti di giganteschi fondi di investimento privati e istituzionali, hedge fund e quant’altro, spostando pesanti capitali sui future del greggio, scommettendoci sopra, e provocandone così rialzi e ribassi. Come spiega l’esperto analista Giovanni Spatola, “l’ascesa del trading algoritmico ha ulteriormente modificato la struttura del mercato. Strategie ad alta frequenza, basate su modelli quantitativi che reagiscono in millisecondi alle notizie macroeconomiche e ai flussi di dati, possono generare movimenti bruschi e temporanei che non riflettono cambiamenti nei fondamentali”.Cos’ha a che fare tutto ciò con l’inflazione e i relativi catastrofici aumenti dei tassi bancari? Nulla. Ma ha molto a che fare con l’ulteriore speculazione delle compagnie petrolifere quando aumentano il prezzo alla pompa senza alcun motivo reale, e poi – in Italia – non lo riabbassano più.L'articolo Inflazione giù, l’agenda Trump funziona proviene da Nicolaporro.it.