La transizione ideologica e la riforma degli ETS

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di Francesco Pontelli – La sopravvivenza dei complessi sistemi industriali europei, giapponesi e persino americani non dipende affatto dall’applicazione dei puri principi del libero mercato, ma oggi è pesantemente condizionata dagli effetti di politiche economiche istituzionali imputabili ai governi nazionali e, soprattutto, a quelli europei.Solo in Europa, infatti, si coltiva ancora l’illusione, di matrice puramente ideologica, secondo cui l’assalto sistematico ai nostri asset industriali strategici, a partire da un settore chiave come l’automotive, sia una semplice e legittima espressione della concorrenza legata al libero mercato globale, di cui la Cina rappresenta il principale attore.La realtà si dimostra invece ben diversa e, mentre i modelli economici di altri Paesi proteggono e pianificano le proprie realtà industriali ed economiche, l’istituzione comunitaria si dimostra l’unica capace di commettere errori sempre più gravi nel tentativo di rimediare a quelli precedenti.L’esempio più lampante di questa deriva è rappresentato dalla riforma del sistema ETS (Emission Trading System, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2), che rischia di azzerare definitivamente il settore manifatturiero, portando a compimento un vero e proprio progetto di deindustrializzazione del continente attraverso l’imposizione di obiettivi irrealizzabili, che si sommano a target già oggi del tutto impossibili da raggiungere.Questa cosiddetta transizione elettrica si scontra violentemente con la realtà dei numeri e della storia recente.Andrebbe infatti considerato come, nel 2011, la quota di energia rinnovabile nella media dell’UE si attestasse al 21% e, nel 2025, abbia raggiunto appena il 23%, con l’Italia ferma poco sopra il 22%, registrando una crescita di soli due punti percentuali in ben quattordici anni.Rimane quindi un mistero come si possa immaginare di guadagnarne altri ventitré nei prossimi quindici anni, come indicato dalla riforma degli ETS approvata dall’Unione europea.Ancora una volta emerge con evidenza che l’intera impalcatura sulla quale dovrebbero reggersi le tesi europee si dimostra un’imbarazzante declinazione politica di un autentico delirio ideologico, guidato all’interno delle istituzioni da decisori privi di competenze specifiche e mossi unicamente dal dogma.In questo contesto sarebbe sufficiente esaminare i dati globali dell’Energy Institute relativi al 2025, che parlano chiaro e smascherano questa impostazione.I combustibili fossili coprono ancora l’86% del consumo totale di energia nel mondo, mentre eolico e solare rappresentano appena il 3,3% del consumo primario globale e i consumi complessivi del pianeta continuano a crescere dell’1,7% all’anno.In questo scenario, il calo di 554 milioni di tonnellate di CO₂ registrato dall’Unione europea nell’ultimo decennio non rappresenta il trionfo di una strategia virtuosa, ma il sintomo del declino legato a un processo di chiusura forzata delle imprese europee, oltre che all’ottimizzazione dei processi industriali e alle minori emissioni delle auto circolanti.Tutto questo sforzo, che è costato centinaia di migliaia di posti di lavoro e investimenti straordinari nell’innovazione tecnologica, consentendo un significativo efficientamento dei sistemi produttivi, è avvenuto mentre il resto del mondo aumentava le proprie emissioni di ben 3.008 milioni di tonnellate.In un mondo normale, i sostenitori e i burocrati di questa transizione ideologica dovrebbero essere chiamati a rispondere politicamente e storicamente dei gravissimi danni economici, industriali e occupazionali che, con il loro ostinato approccio, stanno causando ai cittadini e alle imprese europee.