Mario Roggero, il gioielliere pistolero, non piace alla sinistra etica e estetica: “Deve marcire in galera”, mi ha scritto una dell’inflessibile legalismo di sinistra che su X si definisce “comunista fino al midollo”.Ci vogliono la storia e la faccia giusta per godere del curioso legalismo garantista di sinistra, non solo di sinistra, non sempre di sinistra. Quella da comunista che all’occorrenza ammazza per rendere più giusto il mondo. Quella da maledetti di cartone come i leggendari coniugi Morettì che sembrano usciti da un fumetto di Diabolik, tetri gelidi cinici ma che “creano reddito”.O certe “facce grandguignolesche del potere”, per dirla con Pasolini, che meritano d’istinto l’occhio di riguardo, la cautela cerimoniosa. Roggero no, lui ha la faccia insignificante o peggio malmostosa, vagamente da clown crudele o da monsù Travet che non sta al posto suo, del bottegaio piemontese che per difendere la famiglia corre dietro a due rapinatori e li fa secchi.Accendendo lo sdegno fiammeggiante dei garantisti moralisti e legalisti di sinistra, non solo di sinistra. Curioso legalismo, curioso, garantismo, curiosa logica: “Ah, finché non ti tocca non lo puoi toccare”. Che è un po’ la stessa cosa, a livello geopolitico,” di finché non ti invade non puoi reagire, non ti puoi premunire, difendere”. Neanche dopo perché quando ti ha toccato, ti ha invaso e sei spacciato, ma le madame della sinistra piddina che aspirano a farsi conoscere sui social pontificano: te ne devi fare una ragione, vigilante vannacciano, l’iracheno che parla sei lingue non lo puoi sfiorare finché non delinque.E se delinque? A maggior ragione, il crimine è diseguale per tutti, va contestualizzato cioè ricondotto a matrice ideologica: l’iracheno o fatto o scemo o marginale, comunque pericoloso, è un valore aggiunto e chi lo placca è un maiale in cerca di visibilità. E glielo mandano a dire da esibizioniste compulsive. La sinistra inorridisce per i gioiellieri pistoleri, molto meno per i guerriglieri, i teppisti climatici, gli anarcoinsurrezionalisti, i bombaroli in Valsusa, tutti più affamati di fama di Chiara Ferragni, e manda al parlamento europeo Ilaria Salis che fa la morale a Ruggero.Ci vuole la faccia e ci vuole la storia. Il 16 febbraio 1979 un altro piccolo gioielliere, Pierluigi Torregiani, viene freddato davanti al suo negozio di via Mercantini, alla Bovisa, da un commando di balordi che si son dati una riverniciata marxista, i PAC. Meno di un mese prima il commerciante aveva subito una rapina alla pizzeria il Transatlantico di via Malpighi: rapinatori comuni fanno irruzione, Torregiani ha la pistola, spara insieme a un amico armato anche lui: finisce nel sangue, muoiono un bandito e un cliente ma non è certo se centrati dalla pistola del commerciante o meno.Sta di fatto che Giorgio Bocca su Repubblica scrive un pezzo contro i giustizieri e quelli dei PAC se ne sentono ispirati, decidono di passare all’azione e freddano Torregiani che fa appena in tempo a sparare un colpo che raggiunge il figlio quindicenne Alberto rendendolo invalido a vita. Un ragazzo orfano, preso dal brefotrofio ma nessuno ne ha pietà, la sinistra non ha mai smesso di sfotterlo come “sfigato”, vittima di suo padre; ne so qualcosa io che sul “Mucchio” lo difendo da amico e mi sento augurare la stessa fine.La sinistra preferisce esaltare il capo di questi PAC, un farabutto matricolato capace di tutto, perfino di infierire su una quattordicenne disabile. Si chiama Cesare Battisti, è considerato il mandate morale di questo omicidio e di altri tre, a due dei quali partecipa: fugge per anni agevolato dai Servizi e dall’intellighenzia, viene smistato in Francia, poi in Messico, poi in Brasile dove lo protegge il presidente terrorista Lula, infine acciuffato in Bolivia dopo 38 anni di latitanza dorata durante la quale non smette mai di mentire, di provocare, di irridere i parenti delle sue vittime, di proclamarsi un martire e uno scrittore che chissà perché avrebbe diritto a chissà quale licenza di uccidere.Lo sostengono in tanti, lo dipingono un perseguitato in tanti, sordi alle sentenze, alle evidenze, alle fughe: politici d’area, giornalisti “garantisti”, il circolo degli imbrattacarte comunisti che lo considerano uno di loro, che organizzano collette e omertà. Un collettivo maoista bolognese da tempo finito nel dimenticatoio, wu ming, fa una raccolta di firme in suo onore: la quarta è di un ancora sconosciuto Roberto Saviano.Battisti è un eroe, un compagno, Torregiani uno storpio adottato da un killer che l’ha rovinato, che spasso, che splendida Nemesi. Quando Battisti, appena arrestato confessa tutto, i suoi tifosi, più vili di lui fanno finta di niente ma se li provochi scatta subito il vecchio impulso di cosca, Battisti è uno di noi e per lui deve valere un’altra legalità. Oggi il mio amico Alberto Torregiani manda appelli a Mattarella perché conceda la Grazia a Roggero, ed io vorrei dirgli ma come fai a illuderti, ma davvero non hai ancora capito come gira?Vecchio vizio quello dei firmaioli di sinistra puntualmente in favore del peggio. Un’altra raccolta fa scalpore all’inizio degli anni Settanta, è quella contro il commissario Calabresi, detto il Commissario Cia e il Commissario Cavalcioni o Finestra, quella dalla quale era precipitato l’anarchico Giuseppe Pinelli coinvolto(a torto) nelle indagini per la strage di piazza Fontana. Lotta Continua intraprende una campagna omicida violentissima dove si teorizza espressamente la soluzione terroristica, un morto per un morto,Calabresi deve morire. Il commissario non ha mai frequentato la Cia e non ha scaraventato Pinelli giù dal balcone della questura, tutti lo sanno ma tutti firmano per la sua morte: la radical chic Camilla Cederna, gli immancabili Fo e Rame del Soccorso Rosso nell’alone del brigatismo, Gae Aulenti, l’archistar, giornalisti, scrittori, a centinaia in quella ubriacatura infame, lo stesso Bocca, perfino Primo Levi, poi la Maraini, la Pivano, si fa prima a dire chi non c’è. Ma non manca nessuno.Calabresi un anno dopo viene ammazzato e Lotta Continua esulta, rivendica, Sofri dice “è un atto di giustizia in cui si riconoscono i proletari” e non si capisce a che titolo parli questo piccolo borghese carrierista; nessuno tradisce il minimo scrupolo, il minimo rimorso, poi i tre capi, Sofri, Bompressi e Pietrostefani, vengono tirati in ballo, condannati dopo alterne vicende, ma hanno la faccia giusta, particolarmente Sofri, del quale la sinistra non si è mai stancata di pretendere una Grazia che non può arrivare, vorrebbe dire dare degli infami o degli incompetenti ai giudici.La faccia giusta ce l’avevano anche quelli delle Brigate Rosse per i quali, a dispetto degli omicidi e degli ergastoli, la sinistra legalista ha preferito contrabbandare una storia terroristica torbida, gonfia di misteri e di ambiguità, per una storia civile che esige “la soluzione politica”, a dire il solito chi ha avuto ha avuto, il salvacondotto in cambio dei silenzi, delle bugie.Qualcosa che non può, ancora una volta, arrivare di diritto ma che giunge presto nei fatti, secondo profezia di Mino Pecorelli, il giornalista spione: “Presto verrà una amnistia a tutto lavare, tutto obliare”. Pecorelli vuol dire che i segreti si pagano e si ricompensano, e l’amnistia arriva, generosa, a pioggia: nessuno dei boss brigatisti ha scontato neppure lontanamente le sue condanne, uno come Moretti, il capo della seconda fase “militarista”, con 6 ergastoli esce dopo 12 anni per la prima volta, va alla Scala, all’Opera e si vanta: “Mi hanno riconosciuto e, mi pare, con una certa simpatia”.Curcio, uno dei fondatori, si reinventa piccolo editore e gira a rinnovare i suoi folli j’accuse senza verità e senza ritegno, Senzani, l’ideologo, quello dell’ultima e più cruenta stagione, con comprovati legami nei Servizi (Moretti non è meno tenuto in sospetto da molti brigatisti, su tutti Franceschini e lo stesso Curcio, che si considera venduto ai carabinieri all’epoca della latitanza nel covo di via Maderno), ottiene la semilibertà dopo 17 anni e viene impiegato al Centro di Documentazione Cultura della legalità democratica della Regione Toscana dove collabora con Linda Giuva, moglie di Massimo d’Alema, archivista. Il centro raccoglie ampio materiale legato al terrorismo rosso.Sergio d’Elia è il caso più clamoroso: ex Prima Linea, condannato a 30 anni per banda armata e concorso morale nell’omicidio dell’agente di polizia Fausto Dionisi, sconta 12 anni, entra in politica coi Radicali, viene eletto e nominato segretario alla presidenza della Camera ovvero del capo di Rifondazione Comunista Bertinotti. Un eminente, un parlamentare, uno con la scorta se vuole.Ma vogliamo parlare dei responsabili del rogo di Primavalle che nel 1973 costata la vita ai fratelli Mattei, Virgilio e Stefano, di 22 e 9 anni, bruciati vivi da un commando di Potere Operaio che viene fatto scappare in Francia, dove restano tutti, Lollo, Grillo e Clavio, grazie alla rete di complicità del citato Soccorso Rosso di Fo e Rame?Del gruppo di Avanguardia Operaia che nel 1975 “giustizia” il diciottenne Sergio Ramelli e colpi di chiave inglese che gli scoperchiano la scatola cranica, tutti concretamente impuniti, mentre la morte del giovane dopo 43 giorni di orrenda agonia viene salutata con una allucinante standing ovation dal Consiglio comunale di Milano quasi al completo?Degli assassini mai trovati, perché mai cercati davvero, del giudice Francesco Coco a Genova? O del brigatista Innocente Salvoni, fatto fuggire insieme alla compagna Francoise Tucher, nipote dell’Abbé Pierre, ambigua figura di partigiano francese legato al clero rivoluzionario, morto in un vortice di accuse di ladrocinii e molestie sessuali, all’epoca influente al punto da ottenere una udienza privata al cospetto di Giovanni Paolo II e poi di organizzare la fuga dei due?Altra copertura oscena, seppur breve, quella di Marco Donat Cattin, figlio del ministro democristiano Carlo, tra i fondatori di Prima Linea, coinvolto in diversi omicidi, fatto penetrare in Francia in circostanze sospette che arrivarono a lambire, oltre al padre, lo stesso presidente del Consiglio Cossiga (in seguito scagionato).Ed è notizia di queste ore la rottura dei canali diplomatici tra Italia e Nicaragua a seguito delle proteste del ministro degli Esteri italiano, Tajani, per la ostinata mancata consegna del brigatista di spicco Alessio Casimirri, coinvolto nella strage di via Fani. Una polemica della quale si fatica a cogliere il senso, visto che un politico di lungo corso come Tajani non può ignorare che Casimirri, lui pure con ottime entrature nei Servizi (le BR avevano in pancia più Stato che antistato), non ha mai fatto un giorno di carcere dalla sua fuga 46 anni fa, legandosi al regime sandinista e diventato confidente dei Servizi nicaraguensi dietro la copertura di due ristoranti. Un intoccabile.Con lui la ex moglie Rita Algranati, la “compagna Marzia” che segnalava il passaggio di Moro in via Fani con un mazzo di fiori, poi legata a un altro brigatista di spicco, Maurizio Falessi, stesso curriculum, stesse responsabilità criminali (4 omicidi oltre alla strage), e stesse coperture, che tuttavia spirano all’inizio del 2004 dopo lunga latitanza fra il Nicaragua, l’Angola e l’Algeria francese.In tutti questi e infiniti altri casi per cielo per terra e per mare, tipo lo scafista Alaa Faraj, lui sì graziato da Mattarella per la morte di 49 migranti, unito con la Alessandra Sciurba già a capo di un Ong umanitaria in sponsali transreligiosi affidati all’arcivescovo Corrado Lorefice e all’imam di Palermo, il senso di legalità della sinistra se n’è esaltato, quello di giustizia se n’è sbattuto. L’indignazione con la bava alla bocca si riversa sul gioielliere pistolero dal faccino carogna che sta nel giro dei leghisti e di Vannacci. Ed è questo che non gli si perdona, alla sinistra delle vittime, dei migranti, dei poveri, delle minoranze, di chiunque non ha mai importato né mai importa un fico secco.Basta si possano strumentalizzare, basta servano a diffondere il loro odio fazioso, la loro faziosità odiosa. Meraviglioso umanitarismo legalitario: per chi ammazza ma nel modo giusto, non per chi rifiuta di farsi ammazzare ma nel modo sbagliato. Com’è che dicevano? Compagni che sbagliano. Com’è che dicono oggi? Se non ti tocca non puoi toccarlo. Ed è la stessa identica cosa, è l’elogio dell’impunità di appartenenza.L’iracheno di San Benedetto adottato dalla curia e dalla politica, vale a dire la connection locale tra Forza Italia e PD, è tornato in circolazione, l’hanno visto in un parchetto dove i bambini giocano in mezzo a risorse strafatte come bestie, è lo stesso che l’aveva menato, il Barboni, ad averlo filmato, polemicamente.Così si piglierà un’altra denuncia. A chi gli chiede che ci faccia lì, l’assiro laureato risponde: attento che io ti denuncio, io ho l’avvocato e conosco quelli importanti. E siccome è poliglotta lo dice in tutte le lingue del mondo. Poi dice che non si integrano. Marcisci in galera, gioielliere pistolero, no che ti candidano. Chi ti credi di essere?Max Del Papa, 19 luglio 2026L'articolo La sinistra perdona i terroristi, ma vuole Roggero in galera proviene da Nicolaporro.it.