Niente crisi di governo: giovedì è stata approvata alla Camera dei Deputati la nuova legge elettorale, c.d. “Stabilicum”.Il passo falso sulle preferenzeAlla fine, quindi, la maggioranza parlamentare ha superato l’incidente sulle preferenze in cui era andata sotto per un solo voto, registrando circa una trentina di franchi tiratori. Episodio che è bene non minimizzare perché è stato chiaramente un segnale politico interno alla maggioranza che comunque ancora regge.È peraltro possibile che il tema delle preferenze sia ripreso in Senato, dove si voterà col voto palese e quindi si dovrebbe evitare qualsiasi imboscata, per poi tornare alla Camera con un eventuale voto di fiducia per blindare la riforma. Ovviamente vedremo nelle prossime settimane.Infatti, a settembre entreremo nell’ultimo anno di legislatura e quindi è prevedibile che aumentino le tensioni tra partiti, anche della stessa coalizione, e nei partiti, soprattutto se si interviene sulla disciplina che può determinare la rielezione dei parlamentari.Obiettivo: un vincitore chiaroSiamo quindi in presenza di una riforma elettorale che potrebbe subire modifiche ulteriori, anche significative, ma che comunque si muoverà lungo una direttrice sufficientemente chiara: tentare di assicurare un quadro politico stabile con la vittoria di uno schieramento. Come è noto, Giorgia Meloni preferisce perdere piuttosto che avere un risultato di stallo che potrebbe portare alla disarticolazione delle coalizioni e del meccanismo bipolare.Per ottenere lo scopo predetto, la riforma prevede un impianto proporzionale accompagnato da un premio di maggioranza. Alla lista o alla coalizione capace di raggiungere almeno il 42 per cento dei voti saranno assegnati 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, con l’obiettivo, per l’appunto, di garantire una maggioranza parlamentare al soggetto politico più votato.Inoltre, è prevista anche l’indicazione preventiva del candidato alla presidenza del Consiglio. Al momento del deposito del contrassegno, ciascuna coalizione dovrà comunicare il nome della persona che intende proporre al presidente della Repubblica per l’incarico di premier. L’indicazione non modifica, ovviamente, le prerogative costituzionali del capo dello Stato, al quale resta il compito di conferire formalmente l’incarico, ma certamente vuole rappresentare un ulteriore elemento a supporto di un confronto tra due opposti schieramenti, di cui uno dovrebbe risultare vittorioso.Si vuole cioè evitare che l’esito del voto determini un ritorno al passato con governi sostenuti da maggioranze formatesi dopo il voto e spesso di carattere “tecnico”, o, forse, più correttamente tecnocratico.I tentativi precedentiL’intenzione alla base della riforma elettorale sembra lodevole e condivisibile. Ma funzionerà? In via preliminare, si può osservare che questa è la quinta disciplina elettorale della c.d. “Seconda Repubblica”, la quale inizia con il Mattarellum, per poi passare alla legge Calderoli (c.d. Porcellum), alla riforma elettorale renziana (che ha il record di essere l’unica elegge elettorale mai applicata) e, infine, l’attuale sistema elettorale, cioè il Rosatellum.Questo susseguirsi di discipline elettorali contrasta con la stabilità regolatoria della c.d. Prima Repubblica che vive tutta la sua stagione con un sistema proporzionale. Questa differenza, forse, indica una tendenziale difficoltà a raggiungere un momento di equilibrio nella Seconda Repubblica che consenta di adottare un quadro elettorale costante di lungo periodo, con il conseguente rischio di novelle elettorali fondate su motivi contingenti e quindi destinate a durare poco.Stabilità e rapporto elettori-elettiUn ulteriore elemento da evidenziare è il prevalere in materia elettorale di considerazioni riferite agli scenari parlamentari che possono produrre. Si vuole cioè dire che spesso la riforma elettorale è ricercata in chiave di consolidamento istituzionale dell’Esecutivo a costituzione invariata, come accade nel caso della riforma in itinere dove, come detto sopra, l’obiettivo è assicurare la vittoria di uno schieramento e, potenzialmente, l’indicazione elettorale del presidente del Consiglio.Tende invece ad avere minore rilevanza il tema del legame tra elettore ed eletto che è parimenti essenziale per la qualità di un sistema democratico ed è quello che difetta nel sistema elettorale vigente.Le preferenze andavano in tale direzione, anche se erano introdotte in modo mitigato, ma per ora sono state accantonate. Il tema, però, resta sul terreno, perché una disciplina elettorale che demanda quasi esclusivamente alle segreterie dei partiti l’individuazione degli eletti con le liste bloccate è un serio problema democratico e, crediamo, che nel medio periodo determini uno scollamento della rappresentanza dai territori, con aumento della disaffezione e dell’astensione.Peraltro, nello specifico, anche la questione del voto dei fuori sede aumenta il problema della rappresentanza perché, perlomeno alle elezioni politiche, altera il rapporto circoscrizionale che dovrebbe sussistere tra elettore ed eletto, posto che il fuori sede voterà i candidati non della propria circoscrizione ma di quella dove risiede.Il fine ultimoNonostante le criticità evidenziate, resta condivisibile il fine ultimo della riforma, il quale è connesso inevitabilmente con il tema delle coalizioni e della loro ampiezza e coesione politica. Forse questo sembra l’elemento più problematico della riforma, nella parte in cui prevede la logica interamente proporzionale nel caso nessuna lista o coalizione raggiunga il 42 per cento dei consensi.Infatti, tale meccanismo potrebbe incentivare la corsa solitaria di liste che ritengono di conseguire un numero sufficiente di voti idoneo a fare evitare il raggiungimento del quorum per il premio di maggioranza ovvero aumentare il prezzo politico per l’inclusione in coalizione di liste che possano consentire il conseguimento del premio elettorale.Le incognite sono ancora molte e, forse, dopo il passaggio in Senato lo scenario potrà essere più chiaro, anche, e forse soprattutto, sul versante politico. D’altronde, la posta in gioco nella prossima legislatura è molto alta, il Quirinale, e forse questo potrebbe consentire lo sviluppo di alleanze anche di più corto respiro politico, ma sufficienti a conseguire l’obiettivo.E per la maggioranza di governo questa potrebbe essere alla fine la riforma più importante da realizzare e far dimenticare la cocente sconfitta referendaria.L'articolo Legge elettorale: obiettivo un vincitore chiaro. Ci riuscirà? proviene da Nicolaporro.it.