Adani chiarisce: «Credo che sia giusto che non piaccia a tutti. Però come si fa a non farsi trasportare da tutto questo?»L’intervista a Lele Adani, voce tecnica e opinionista Rai per i Mondiali che stanno per concludersi con la finale tra Spagna e Argentina, offre uno sguardo diretto sul suo modo di vivere e raccontare il calcio. L’ex difensore di Inter e Fiorentina ha condiviso con il Corriere della Sera le sue riflessioni sulla competizione e sul suo approccio alla telecronaca, confermando ancora una volta la centralità della sua passione nel racconto sportivo.Ultime Notizie Serie A: tutte le novità del giorno sul massimo campionato italianoPAROLE – «Messi è probabilmente il più grande genio del XXI secolo e secondo me contro l’Inghilterra ha fatto la giocata più importante della sua storia con la Nazionale: non ho esagerato, anzi non sono arrivato dove Leo avrebbe meritato arrivassi. Tutto quello che ho detto in telecronaca mi è venuto spontaneo, perché io penso al destino, al fatto che a volte ci sono dei segni molto più grandi. E se li vedo mi commuovo: il rapporto tra le parole e la forza emotiva di quello che stiamo vivendo credo sia perfettamente bilanciato. Credo che sia giusto che non piaccia a tutti. Però come si fa a non farsi trasportare da tutto questo? Penso sia impossibile raccontarlo in modo diverso. Quando metto le cuffie allo stadio e prendo il microfono, so chi l’ha portato prima di me. Ma proprio per questo la profondità del racconto e dell’analisi deve essere totale. Anticipare di un anno l’esplosione dellaNorvegia, capace di far fuori il Brasile palleggiandogli in faccia, non è forse un servizio pubblico completo? Ma fa comodo parlare solo del resto»IL CALCIO – «Molti rivivono la passione per il calcio grazie a questo tipo di accompagnamento. Ho migliaia di messaggi di ragazzi che mi dicono “continua così, ci fai vivere un sogno”. E intendiamoci, non penso di meritarmi tutta questa responsabilità. Vedo che i giovani hanno passione. E se tu non te li meriti, i giovani non ti seguono. I bambini guardano Yamal e Messi e non sono tristi. Secondo me tra gli appassionati adulti invece c’è frustrazione, perché una volta eravamo noi a giocarci le finali dei Mondiali. Ma vogliamo chiuderci davanti alla bellezza e alla passione, oppure aprirci al mondo nuovo? Poi però non ci lamentiamo che non si gioca più nei campetti o nelle strade. Guardiamo l’Argentina: questi ragazzi giocano come facevano nei loro club da bambini, nel potrero, nella comunità. Dove il calcio è qualcosa di più, che oggi hanno ancora dentro, se lo portano dentro ovunque. Una volta eravamo così anche noi: il nostro modo di vivere il pallone era più inclusivo di oggi. In Argentina lo è ancora»ULTIMA DI MESSI – «Un privilegio. Sarò emozionato, lucido, eternamente grato. Qui a New York dieci anni fa, Leo diede addio alla Nazionale, lo chiamavano Pecho Frio, lo consideravano catalano. E oggi siamo qui: mi fermo, se no mi commuovo. Dico solo che, andato via Diego, Leo ha cominciato a vincere: uno è la continuazione dell’altro»ARGENTINI…– «Io vengo accostato agli argentini, ma la chiave è essere accostato al futbol. Ora in Italia si parla del ct, si è parlato del presidente federale e qui al Mondiale si è discusso di tante cose extra campo. Io dico solamente che se vuoi tornare a giocare a calcio devi andare sui campi e parlare di calcio, lasciando che i ragazzi siano travolti di nuovo da tutto ciò che fa rivivere la magia. Io la vedo così, amo il calcio, studio, mi preparo, lo vivo al massimo delle mie possibilità. E non voglio cambiare»