Se anche le autorità del compassato Giappone iniziano a dare il via libera ai pantaloncini in ufficio per gli uomini, evidentemente non è più possibile ignorare il grande tabù che anche in Italia pesa sull’abbigliamento degli uomini sul posto di lavoro. Ad aprire un varco verso la libertà di lavorare in presenza, ma a gambe pelose in vista è stata la governatrice di Tokyo, Yuriko Koike, già ministro dell’Ambiente. Come racconta il New York Times, la governatrice ha ampliato da aprile la storica campagna “Cool Biz”, dando il via libera ai pantaloncini e alle scarpe da ginnastica per i dipendenti dell’amministrazione metropolitana. La misura punterebbe a contenere l’uso dell’aria condizionata in un momento in cui i costi energetici sono cresciuti anche per le tensioni legate al conflitto in Iran, ma ha finito per riaprire due discussioni che in Giappone si pensavano ormai archiviate. A cominciare proprio dai peli sulle gambe degli uomini.Cos’è la “sune-hara”, la molestia legata ai peli sulle gambeIl primo tema è quello della cosiddetta sune-hara, letteralmente «molestia da peli sulle gambe», un’espressione coniata dai media giapponesi per descrivere il disagio che alcune colleghe dicono di provare davanti alle gambe scoperte, e non depilate, dei colleghi in pantaloncini. Non è un caso isolato nel lessico giapponese, nel paese esiste già un intero repertorio di “hara” diverse, dalla sekuhara (molestia sessuale) alla pawahara (molestia legata al potere).Chi è il funzionario che per primo ha indossato i pantaloncini in ufficioA raccontare il cambiamento in prima persona è Noboru Watanabe, 53 anni, funzionario dell’ambiente a Tokyo, che per oltre trent’anni ha indossato la classica uniforme del salaryman: pantaloni, camicia inamidata, giacca e cravatta. Poi è passato a maglietta e pantaloncini kaki. «Tutti mi dicono che sembro più giovane», ha raccontato al New York Times, «sembro più avvicinabile. Sento di contribuire a rilassare l’atmosfera in ufficio».Cosa ne pensano le colleghe più giovani della sune-haraNon tutte le dipendenti vivono la questione come un problema. Ruai Sajiki, 23 anni, impiegata negli uffici del governo metropolitano, ha ammesso al New York Times che vedere gambe scoperte in un contesto professionale può comunque risultare spiazzante per alcune donne. Interpellata dal suo stesso superiore, Watanabe, su un eventuale disagio, ha però dato il proprio assenso: «Ho visto le gambe di mio padre, quindi personalmente non mi crea problemi», ha detto, «non si può evitare che ci siano opinioni diverse, e donne che provano resistenza».La docente universitaria e il doppio standard esteticoCi sono anche voci critiche, come quella di Atsuko Tamada, docente di letteratura francese alla Chubu University e commentatrice online, secondo cui la misura, pur rivolta formalmente a entrambi i sessi, resta squilibrata: gli uomini raramente vengono giudicati per come si vestono al lavoro, mentre le donne continuano a dover coprire le gambe con collant, ancora molto diffusi in Giappone, o gonne lunghe. Tamada fa notare che alle lavoratrici viene chiesto di investire tempo e denaro in depilazione, cura dei piedi e abbigliamento. «Se agli uomini viene ora concesso di indossare pantaloncini o sandali», si chiede, «gli stessi standard estetici dovrebbero valere anche per loro?»Che legame c’è tra Cool Biz, il Protocollo di Kyoto e il nuovo appello di KoikeLa campagna Cool Biz, lanciata nel 2005 dal ministero dell’Ambiente, nacque in parallelo agli impegni presi dal Giappone con il Protocollo di Kyoto del 1997 per ridurre le emissioni. Koike, all’epoca ministro dell’Ambiente e oggi governatrice di Tokyo, ha collegato la scelta di quest’anno anche ai rincari energetici legati alla guerra in Iran. In una conferenza stampa di aprile, ricorda il New York Times, ha detto: «Abbiamo progressivamente esaurito gli strati da togliere, fino ad arrivare al punto di indossare i pantaloncini».Quanto fa caldo davvero negli uffici giapponesi, tra termostati e nuovi recordNegli uffici pubblici il termostato resta fissato per legge a 28 gradi da maggio a settembre. L’estate scorsa è stata la più calda mai registrata, con temperature di circa quattro gradi sopra la media storica, tanto che l’agenzia meteorologica giapponese ha coniato quest’anno un termine apposito, kokushobi, «giorni crudelmente caldi», per le giornate sopra i 40 gradi. Il boom dei pantaloncini ha già ricadute sul commercio, Yofuku no Aoyama, catena specializzata in abbigliamento da lavoro, ha lanciato una linea Cool Biz in nylon pensata apposta per l’ufficio. La portavoce Yui Hamano ha spiegato di aver testato i capi anche da seduti, «abbiamo curato molto la lunghezza per evitare che si scoprisse troppa pelle», ha detto.Perché in ufficio a Tokyo i pantaloncini restano ancora una minoranzaNonostante il via libera, l’adozione resta limitata, come mostra un video del New York Times alla sede del governo metropolitano, in un pomeriggio afoso, solo 11 dipendenti su 70 li indossavano. Tra i più cauti c’è Toshio Suzuki, 57 anni, dell’ufficio comunicazione, che ha preferito pantaloni sportivi elasticizzati e si è rasato le caviglie scoperte per dimostrare attenzione all’igiene. Suzuki ha detto di non sentirsela ancora di mostrare le gambe per non urtare la sensibilità delle colleghe, seguendo anche i consigli della moglie su cura della pelle e abbigliamento adeguato all’età. «In Giappone non c’è un’immagine positiva, virile, delle gambe pelose», ha spiegato, «non sono così peloso, ma ci faccio attenzione. Non voglio sembrare trasandato».L'articolo «Venite in ufficio in pantaloncini», svolta in Giappone per risparmiare sull’aria condizionata. Lo scontro uomini-donne sulla «molestia da peli sulle gambe» proviene da Open.