Venezi attacca Giuli: “Io rimossa per un pretesto. In sette mesi non ci ha mai messo la faccia”

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La storia di Beatrice Venezi è la prova di quanto in Italia il merito conti zero se non sei allineato al pensiero dominante. Ospite del podcast “Sette Vite”, il direttore d’orchestra si è aperto in una lunga confessione a cuore aperto, ripercorrendo le tappe di una carriera costellata di successi internazionali ma anche di un pregiudizio ideologico che l’ha trasformata in un bersaglio da distruggere.Tutto parte da lontano, da un’infanzia in cui il talento era già una condanna. “Ero la secchiona della classe”, racconta Venezi, spiegando come al liceo artistico a indirizzo musicale, un ambiente “molto rosso”, il clima le divenne irrespirabile quando il padre decise di candidarsi a sindaco in una lista di destra. Il giorno dopo, la scuola era “tappezzata di volantini antifascisti contro di me”. Ma fu l’ostracismo dei professori a segnarla davvero: “C’era una professoressa di Storia della Musica che non mi dava mai più di sei, con motivazioni assurde come un presunto errore sintattico. La situazione degenerò a tal punto che dovetti fare l’esame di maturità con un commissario ministeriale a fianco”. Una lezione precoce sulla “totale mancanza di uguaglianza nel trattamento”.Da quegli anni, la strada è stata in salita. All’Accademia Chigiana, il maestro Gianluigi Gelmetti dopo un’audizione la gelò: “Non c’è male, però la prossima volta mettiti un altro paio di pantaloni, sennò non riesco a concentrarmi”. Risatine cameratesche dei colleghi maschi e solidarietà femminile inesistente. Al Conservatorio di Milano, poi, l’insegnante era abituato a una corte di allievi pronti ad asciugargli il sudore. “Io non sono mai stata così. Non ci riuscirò mai”, confessa Beatrice. Risultato? Uscita con 110 e lode, ma nessuna delle opportunità che ebbero i suoi colleghi.Poi arriva il momento della visibilità pubblica e il peccato originale: la stima per Giorgia Meloni. “Da quel momento è stato più difficile? Ah, sì. L’ho pagato molto con il pregiudizio e con gli attacchi diretti, sfrontati, denigratori. Una campagna totalmente diffamatoria portata avanti da tutti, inclusi i giornali”. E qui la direttrice snocciola il meccanismo subdolo di una gogna premeditata: “È stato fatto scientificamente: vengono sempre riportate le stesse identiche frasi come un mantra per inculcarlo nella testa delle persone”. Il mantra? “Raccomandata, inadeguata, curriculum non all’altezza, sostenuta dalla politica”, mentre la realtà è che Beatrice Venezi ha vinto concorsi in Armenia, lavorato in Georgia, Giappone, Corea, Bulgaria, Stati Uniti, ben prima di conoscere l’attuale presidente del Consiglio. “Tutto questo – accusa – è stato completamente cancellato dalla narrazione”.L’ultimo atto del massacro è il caso Fenice. Un vero e proprio metodo per colpire una professionista rea di non aver mai nascosto le proprie idee. Per mesi i musicisti del teatro l’hanno contestata, hanno manifestato e fatto proclami dal palcoscenico. “Non hanno mai ricevuto una lettera di richiamo. Prova a farlo in un’azienda privata, ti sbattono fuori il giorno dopo”, commenta amara. E il Ministero? “Il ministro Giuli in sette mesi non ha fatto nulla, mai una telefonata, mai messo la faccia”. Poi la doccia gelata: “Ho saputo della mia rimozione dall’ANSA. Se il problema era una mia dichiarazione, un pretendente ti chiama, ti chiede cosa hai detto, ti chiede una rettifica o le dimissioni. Invece no, è stato colto un pretesto”.La dichiarazione incriminata, quella sul presunto “nepotismo”, è in realtà la constatazione di un’ovvietà sociologica: chi viene da una famiglia di musicisti ha un vantaggio competitivo. “Termine che peraltro non ho mai usato”, precisa. La verità, per Venezi, è che il sistema non vuole cambiare: “È più comodo mantenere lo status quo. Se esci fuori dalla scatola, quel circoletto che determina cosa è cultura non ha più il potere di stabilire se una cosa vale o no”. E qui si inserisce la riflessione più amara, quella su un femminismo distorsivo e partigiano. “In Italia abbiamo un femminismo a doppia corrente, sempre e comunque un femminismo inutile per come viene praticato. Me lo dicono dall’estero: tutti leggono misoginia in questa vicenda. Noi siamo talmente abituati a queste dinamiche che non ce ne accorgiamo. Alla Fenice i sindacati hanno manifestato contro una lavoratrice donna: un ossimoro”. E ancora: “Mi è stato scritto che mi sono appropriata indebitamente del femminismo. Il problema italiano è la doppia morale, il doppio pesismo”.Quando le si chiede se, col senno di poi, salirebbe di nuovo su quel palco di Atreju, la risposta è un secco “No. Credevo nella possibilità di un cambiamento culturale che non c’è stato. Si mette il cappello su un artista e lo si lascia in mezzo al guado. Se un artista oggi mi chiedesse se dichiarare le sue simpatie di destra, gli direi di no, perché non ci sarà nessuno a tutelarti”.Ora Beatrice Venezi è pronta a dare battaglia legale: un pool di avvocati (civilista, penalista, giuslavorista) per quello che definisce un “mobbing fortissimo, enorme, mediatico”. Non lo fa per sé, ma per “un forte senso di giustizia: chi si macchia di certe colpe deve pagare. Ed è diseducativo per la società accettare passivamente che una giovane professionista venga distrutta”. Intanto, il suo futuro è all’estero: Georgia, Russia (“Finalmente posso tornare, basta con questi pregiudizi: l’arte e lo sport non c’entrano con la politica”) e il sogno di innovare la musica sinfonica attraverso le nuove tecnologie, magari prendendo spunto dall’esperienza immersiva di The Sphere a Las Vegas.Alla Fenice, assicura, “hanno perso un’occasione di modernità. Avrei creato sinergie con Biennale Cinema e Arte. Non si vuole cambiare nulla”. L’ultimo pensiero è per le tante donne che le hanno scritto: “Si sono riconosciute nel percorso di una vita costruita con studio, sacrificio, disciplina e passione. Non c’è una donna che non sia stata vittima di tutto questo”.L'articolo Venezi attacca Giuli: “Io rimossa per un pretesto. In sette mesi non ci ha mai messo la faccia” proviene da Nicolaporro.it.