Coraggio Mattarella, sulla grazia a Roggero non abbia dubbi

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La vicenda di Mario Roggero interroga lo Stato, la politica e la coscienza collettiva del Paese. Non siamo di fronte a un dibattito sulla legittimità della violenza privata o sulla possibilità di sostituire la giustizia con le armi. La magistratura si è pronunciata, la sentenza è definitiva e, in uno Stato di diritto, le decisioni dei giudici si rispettano.Ma uno Stato maturo non è soltanto il luogo nel quale la legge viene applicata; è anche la comunità che sa interrogarsi sulle conseguenze concrete delle proprie decisioni e sulla capacità dell’ordinamento di cogliere la complessità della condizione umana.Mario Roggero ha settantadue anni. È stato condannato a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due dei rapinatori che avevano fatto irruzione armati nella sua gioielleria. La giustizia ha stabilito che la sua reazione abbia oltrepassato i limiti della legittima difesa. Questo è il punto fermo dal quale partire.Esiste, tuttavia, un altro elemento che non può essere ignorato: il contesto. Roggero non era un uomo che cercava lo scontro. Era un commerciante che aveva già subito rapine ed effrazioni, che viveva da anni in una condizione di tensione e paura e che, nel momento più drammatico della sua esistenza, ha reagito nel modo che la legge considera illegittimo, ma che molti cittadini faticano a non comprendere.Il nostro ordinamento pone la tutela della vita al di sopra della tutela del patrimonio. È giusto che sia così. Se così non fosse, verrebbe meno uno dei pilastri della nostra civiltà giuridica. Tuttavia, questa affermazione, per essere pienamente compresa, deve essere accompagnata da un’altra considerazione: lo Stato ha il dovere di garantire ai cittadini condizioni di sicurezza tali da non costringerli a vivere nell’angoscia di dover scegliere, un giorno, tra la propria incolumità e il rispetto di un principio giuridico.Ogni rapina lascia ferite profonde. Ogni effrazione erode il senso di sicurezza. Ogni episodio criminale alimenta la convinzione, giusta o sbagliata che sia, di essere soli di fronte al pericolo. È in questo terreno che maturano le tragedie. La pena inflitta a Mario Roggero è, sotto il profilo giuridico, una pena temporanea. Sotto il profilo umano, per un uomo di settantadue anni, assomiglia molto a una condanna definitiva. Quattordici anni e nove mesi equivalgono, nei fatti, a un ergastolo.Ed è qui che entra in gioco la politica, non per contestare la magistratura, ma per interrogarsi sul significato più profondo della giustizia. La nostra Costituzione, con straordinaria lungimiranza, ha previsto uno strumento eccezionale: il potere di grazia del Presidente della Repubblica. Non un atto di debolezza, non una smentita del giudicato, ma una manifestazione della capacità dello Stato di contemperare la giustizia legale con quella sostanziale.I Padri Costituenti mantennero l’istituto della grazia proprio nella consapevolezza che esistono vicende che sfuggono alle categorie ordinarie. Vicende nelle quali la legge deve essere applicata, ma nelle quali la Repubblica può decidere di esercitare la clemenza.Concedere la grazia a Mario Roggero non significherebbe legittimare la giustizia fai da te o introdurre forme surrettizie di giustizia privata. Significherebbe affermare un principio diverso e altrettanto importante: che lo Stato sa riconoscere la complessità di una vicenda nella quale la paura, il trauma accumulato negli anni e l’istinto di protezione verso i propri cari hanno avuto un ruolo determinante.Lo Stato ha il dovere di distinguere tra chi sceglie deliberatamente di violare la legge e chi, travolto dal turbamento generato da una violenta dinamica di sopraffazione, compie un gesto irreparabile. La grazia non rappresenta una sconfitta della giustizia, ma una delle più alte espressioni della sua umanità: lo strumento attraverso il quale la Repubblica dimostra di saper coniugare il rigore della norma con la complessità della condizione umana, riconoscendo che non tutte le vicende possono essere comprese esclusivamente attraverso la fredda applicazione del diritto.Leggi anche: Mario Roggero sfida Mattarella: ;Hai graziato Minetti, mettiti la mano sulla coscienzaRoggero è entrato in carcere. La mossa della moglie: e ora che fa Mattarella?La forza delle istituzioni non si misura soltanto nella capacità di punire, ma anche nella saggezza con cui sanno esercitare la clemenza. E la grazia, nel disegno costituzionale, rappresenta proprio questo: la possibilità che, una volta esaurito il tempo del processo, si apra quello della comprensione.Mario Roggero non è un simbolo politico e non deve diventarlo. È il volto di una domanda che attraversa il Paese: fino a che punto la legge riesce a cogliere la drammaticità di alcune vicende umane? La risposta dei tribunali è arrivata ed è definitiva. Resta, però, una prerogativa costituzionale che appartiene al Capo dello Stato.Per queste ragioni, chiedere che il Presidente della Repubblica valuti la concessione della grazia non significa schierarsi contro la giustizia. Significa confidare nella parte più alta e nobile della nostra tradizione costituzionale: quella che riconosce che la legge, pur necessaria, non esaurisce mai completamente il significato della parola giustizia.Andrea Amata, 18 luglio 2026L'articolo Coraggio Mattarella, sulla grazia a Roggero non abbia dubbi proviene da Nicolaporro.it.