La forza della continuità, cosa raccontano i dieci anni di CyberChallenge.IT. Scrive Baldoni

Wait 5 sec.

Nei giorni scorsi una cosa mi ha colpito. A Salerno si è conclusa il 14 Luglio la decima edizione di CyberChallenge.IT, il programma nazionale che forma i migliori giovani talenti italiani della cybersicurezza. Ho cercato sui quotidiani nazionali una notizia sulla finale. Quasi nulla.Non me ne lamento. Mi ha semplicemente fatto riflettere. Forse nel nostro Paese facciamo ancora fatica a raccontare le storie che funzionano. Eppure, proprio da quelle, dovremmo imparare.Quando, più di dieci anni fa, insieme a Camil Demetrescu iniziammo a progettare la prima edizione di CyberChallenge.IT, avevamo aspettative molto contenute. Pensavamo di raccogliere un centinaio di iscrizioni: alcuni studenti dei nostri corsi alla Sapienza e qualche altro ragazzo appassionato di sicurezza informatica. Accadde esattamente il contrario. Ricevemmo oltre mille candidature da tutta Italia, grazie soltanto a una semplice pagina web che presentava il progetto.Ricordo quei ragazzi che prendevano un treno per venire a Roma e sottoporsi a prove durissime di matematica, logica e informatica per entrare nella prima masterclass nazionale dedicata alla sicurezza informatica. Alla fine ne selezionammo 26 sui 630 che completarono i test. Arrivavano il venerdì primo pomeriggio per le lezioni teoriche e trascorrevano il sabato nei laboratori della Sapienza imparando tecniche di attacco e difesa informatica e ripartivano per essere il lunedì mattina di nuovo a scuola o all’università.E ricordo anche i tanti docenti che, allora come oggi, dedicavano gratuitamente i propri fine settimana a quei ragazzi. Fu allora che io e Camil capimmo una cosa che non abbiamo più dimenticato. I giovani italiani erano molto più avanti di noi. Non mancava il talento. Mancava un luogo dove quel talento potesse incontrarsi, emergere e contaminarsi.CyberChallenge.IT nacque per questo. Non per organizzare una competizione, ma per dare una casa a migliaia di ragazze (purtroppo poche) e ragazzi che volevano imparare, mettersi alla prova e costruire il proprio futuro in un settore che allora quasi nessuno considerava strategico. Una comunità nella quale gli studenti di ieri diventano i tutor di domani, alimentando un ciclo virtuoso che continua ancora oggi.Dieci anni sono un tempo sufficiente per capire se un’intuizione fosse davvero destinata a diventare qualcosa di importante. Oggi possiamo finalmente guardare ai risultati con un minimo di distacco. Circa 35.000 giovani hanno partecipato al programma e 6000 hacker etici formati nelle masterclass. Siamo passati da una sola università, la Sapienza di Roma, a oltre quaranta sedi distribuite su tutto il territorio nazionale, comprese le Accademie militari. Migliaia di quei ragazzi lavorano oggi nelle imprese, nelle università, nei centri di ricerca, nelle pubbliche amministrazioni e nelle istituzioni che ogni giorno contribuiscono alla sicurezza digitale del nostro Paese.Questi risultati non sono arrivati per caso. Sono arrivati grazie a centinaia di persone. Camil Demetrescu ne fu l’anima scientifica. Aveva una capacità straordinaria di riconoscere il talento e un entusiasmo contagioso. La sua prematura scomparsa lasciò un vuoto enorme. Ma proprio allora si vide la forza del progetto. Paolo Prinetto raccolse quel testimone con una dedizione fuori dal comune. In questi anni ha rafforzato e ampliato CyberChallenge.IT, accompagnandone la crescita insieme a centinaia di colleghi, tutor, università, istituzioni e imprese che hanno creduto nell’iniziativa. Non a caso Paolo ama ricordare che, quando Enisa, l’Agenzia Europea per la Cybersecurity, confronta i numeri di CyberChallenge.IT con quelli di programmi analoghi negli altri Paesi europei, serve una scala logaritmica per rappresentarne le dimensioni. È un’immagine che restituisce bene la straordinaria crescita raggiunta in questi dieci anni.Ed è proprio questa, secondo me, la lezione più importante. Le istituzioni hanno certamente il compito di creare nuove iniziative. Ma ne hanno uno ancora più importante. Riconoscere quelle che funzionano. Proteggerle. Lasciarle crescere. Migliorarle anno dopo anno.Le migliori politiche pubbliche non sono quelle che cambiano continuamente nome o logo. Sono quelle che maturano nel tempo, costruiscono comunità e diventano patrimonio del Paese.C’è un episodio che, più di ogni altro, mi ha fatto capire che CyberChallenge.IT era diventata molto più di un programma di formazione. Qualche anno fa mia moglie tornò a casa raccontandomi una storia. Una sua amica, ignara di parlare con la moglie di uno degli ideatori, le confidò che il figlio, uno studente delle superiori, era stato ammesso a una delle masterclass di CyberChallenge.IT organizzate da un’università romana. Quella sera tutta la famiglia era andata in pizzeria per festeggiare. Non una laurea. Non un posto di lavoro. L’ammissione a un percorso altamente selettivo che, agli occhi di quei genitori, rappresentava una straordinaria opportunità per il futuro del figlio. Fu allora che capii davvero cosa era diventata CyberChallenge.IT. Non più soltanto un progetto universitario, ma una speranza condivisa da tante famiglie italiane, la possibilità di aprire ai propri figli opportunità che altrimenti forse non avrebbero mai avuto. Quell’immagine rimane una delle ricompense più belle di questa avventura.Oggi parliamo molto di intelligenza artificiale, sovranità digitale, autonomia strategica e tecnologie critiche. Sono temi fondamentali. Ma anche nell’era dell’intelligenza artificiale, il capitale umano resta la vera infrastruttura critica del XXI secolo. Per questo mi auguro che le istituzioni continuino ad avere cura di programmi come CyberChallenge.IT. Non perché siano perfetti. Ma perché hanno dimostrato di funzionare.Le buone idee non hanno bisogno di essere reinventate ogni pochi anni. Hanno bisogno di continuità. Hanno bisogno di fiducia. Hanno bisogno del tempo necessario per crescere.Per la cronaca, la finale di quest’anno è stata vinta dall’Università di Pisa (Cesare Siringo, Francesco Lugli – caposquadra -, Niccolò Pratesi, Lorenzo Vanni, Samuele Bradke e Giuseppe Gurciullo). Lo scorso anno vinse Sapienza, oggi Pisa. Il testimone passa a un’altra grande scuola dell’informatica italiana.Mi piace pensare che Camil Demetrescu avrebbe sorriso vedendo tutto questo. Non tanto per una coppa, ma perché avrebbe visto realizzarsi l’idea che avevamo condiviso fin dall’inizio: costruire una comunità di scala nazionale di ragazzi pazzi dell’informatica capace di camminare con le proprie gambe e di crescere anno dopo anno. Siamo partiti sperando di trovare qualche decina di ragazzi appassionati di sicurezza informatica. In dieci anni ne abbiamo trovati trentacinquemila. La vittoria più bella che potessimo immaginare.