Come si abbina la moda con la sostenibilità? Salvando i capi di abbigliamento invenduti dal macero. Dal 19 luglio, cambiano le regole: l’invenduto non potrà più finire in discarica o negli inceneritori. Per le grandi imprese della moda entra in vigore il divieto di distruggere capi di abbigliamento, calzature e accessori rimasti nei magazzini, una misura destinata a cambiare il modello di business del settore, facendo un passo in più verso l’economia circolare. Una stretta, a livello europeo, nel segno del riuso e del riciclo. Il provvedimento è previsto dal Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (Espr), in vigore dal 2024: le grandi aziende dovranno trovare una seconda vita agli stock, puntando su donazioni, rivendita, riparazione, riuso e riciclo. Le medie imprese avranno tempo fino al luglio 2030 per adeguarsi. La finalità – spiega a LaPresse Francesca Romana Rinaldi, direttrice monitor for circular fashion Sda Bocconi – è “lavorare sulla prevenzione dell’invenduto, riducendo la sovrapproduzione, favorire l’estensione della vita dei prodotti attraverso riparazione e riuso, rendere più trasparente la gestione”. Per Rinaldi, però, la svolta non basta da sola. “Elimina una pratica simbolicamente molto forte, ma interviene quando il problema esiste già. La vera sfida resta cambiare il modello industriale lineare del settore, producendo meno, meglio e con maggiore attenzione alla circolarità”.Se finora distruggere gli invenduti era spesso la soluzione più semplice e meno costosa, ora le aziende saranno chiamate a programmare meglio produzione e collezioni, limitare la sovrapproduzione e valorizzare gli stock. Nei prossimi mesi e anni ne potrebbero beneficiare le piattaforme di rivendita, i servizi di riparazione ed upcycling. Moda, qual è la dimensione del fenomeno? Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente circa il 21% dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo rimane invenduto e una parte di questo stock viene distrutta. Ogni anno tra il 4% e il 9% dei capi in Europa viene distrutto prima ancora di essere indossato. Uno spreco che genera circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. A incidere è anche il boom dell’e-commerce: tra il 22% e il 43% dei capi restituiti dopo un acquisto online non torna in vendita ma viene eliminato. Per Assoutenti il cambio di passo porterà benefici concreti. “Grazie alle nuove regole – sottolinea il presidente Gabriele Melluso – le imprese della moda non potranno più sprecare prodotti che possono avere una seconda vita e dovranno reimmetterli sul mercato o donarli, con benefici per i consumatori, i quali potranno acquistare capi di abbigliamento o scarpe a prezzi scontati, e per l’ambiente”. Ma anche il mondo delle imprese giudica positivamente il divieto europeo di distruggere i prodotti invenduti, riconoscendolo come un passo importante per una migliore valorizzazione delle risorse. Per Confindustria Accessori Moda, però deve tradursi in una transizione gestibile, “con regole chiare, strumenti operativi e attenzione particolare alle Pmi” in modo che la sostenibilità rappresenti un’opportunità di crescita e non un onere sproporzionato.Questo articolo Seconda vita ai capi di abbigliamento invenduti, scatta il divieto per le imprese di moda di mandarli al macero proviene da LaPresse