Scala, torna la “Traviata” di Liliana Cavani: regia datata, ma Francesca Pia Vitale conquista il Piermarini

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Su Milano Quotidiano le recensioni e le cronache di Francesco Bogliari, giornalista, appassionato melomane e autore di “Piccole cronache musicali”. Uno sguardo libero, ironico e spesso controcorrente agli eventi musicali. Dalla lirica alla sinfonica, senza accademismi né reverenze, mescolando memoria personale, gusto per il racconto e giudizi affilati.Ci sono regie liriche capaci di attraversare indenni i decenni e altre che, con il passare del tempo, finiscono inevitabilmente per mostrare la propria età. È il caso della “Traviata” di Giuseppe Verdi firmata da Liliana Cavani, tornata in questi giorni al Teatro alla Scala e arrivata alla centesima rappresentazione dalla prima del 21 aprile 1990. Una produzione storica, con le scene di Dante Ferretti, che continua a esercitare un indubbio richiamo sul pubblico ma che oggi appare inevitabilmente segnata dagli anni. Masse imponenti, palcoscenico costantemente affollato, ricchezza di arredi e dettagli: una lettura tradizionale e didascalica che guarda al grande teatro di regia del Novecento, ma senza riuscire più a restituirne la stessa freschezza.Una “Traviata” tradizionale che continua a riempire la ScalaLa regia di Cavani procede seguendo il libretto con estrema fedeltà, senza particolari riletture o forzature. Ed è probabilmente proprio questa caratteristica a spiegarne una parte del successo: dodici recite sold out, a conferma di come “La traviata” continui a essere uno dei titoli più amati dal pubblico. È, in fondo, una “Traviata” ideale anche per chi si avvicina all’opera per la prima volta: lineare, comprensibile, tradizionale. Uno spettacolo che rassicura il pubblico e che garantisce ai grandi teatri quella capacità di riempire la sala che produzioni più sperimentali o titoli meno conosciuti non sempre riescono ad assicurare. Il risultato, però, è oggi quello di un allestimento che appare polveroso e prevedibile, soprattutto se confrontato con produzioni di vent’anni fa che conservano ancora intatta la propria vitalità. La Scala riproporrà nei prossimi mesi anche un altro grande classico della propria storia, la “Bohème” di Franco Zeffirelli, mentre nel febbraio 2027 tornerà il “Don Giovanni” di Robert Carsen, nato nel 2011 e ancora capace di parlare al pubblico contemporaneo.Michele Gamba convince sul podioBen diverso il giudizio sul versante musicale. Michele Gamba, già apprezzato nel “Rigoletto” di Mario Martone del 2022, dirige con eleganza e sensibilità, mantenendo un buon equilibrio tra orchestra e voci. Particolarmente riusciti i preludi del primo e del terzo atto, nei quali il direttore milanese riesce a concentrare tutta la dimensione tragica della vicenda di Violetta. Solo nella scena iniziale della festa gli ottoni tendono per qualche battuta a prevalere eccessivamente sul resto dell’organico, senza però compromettere una prova complessivamente di alto livello.Francesca Pia Vitale, un debutto da protagonistaLa vera sorpresa della serata è però Francesca Pia Vitale, al debutto assoluto nel ruolo di Violetta Valéry. Trentunenne, campana, diplomata nel 2020 all’Accademia del Teatro alla Scala, Vitale affronta uno dei ruoli più impegnativi del repertorio con una prova di grande maturità. Il timbro è caldo e morbido, il vibrato elegante e luminoso, il fraseggio curato. Nei pianissimi riesce a costruire momenti di forte intensità emotiva, mentre nell'”Amami Alfredo” la voce si espande senza perdere controllo e qualità. Alla solidità vocale si aggiunge una presenza scenica naturale: Vitale sa recitare, domina il palcoscenico e costruisce una Violetta credibile anche sul piano drammaturgico. Un debutto che lascia intravedere una carriera importante, a condizione che il repertorio venga gestito con attenzione. Mozart, Donizetti, Bellini e alcuni ruoli pucciniani possono accompagnarne la crescita prima di affrontare, con il tempo necessario, parti più pesanti come Tosca, Turandot, Norma, Lady Macbeth, Elektra o Santuzza.Ivan Ayon Rivas, un Alfredo elegante e verdianoMolto convincente anche Ivan Ayon Rivas nei panni di Alfredo Germont. Il tenore offre un’interpretazione elegante, nobile e commovente, sostenuta da un colore autenticamente verdiano, qualità oggi tutt’altro che scontata. Più controversa la prova di Amartuvshin Enkhbat nel ruolo di Giorgio Germont. Il baritono mongolo dispone di uno strumento vocale di impressionante potenza, ma il suo ingresso in scena, con “D’Alfredo il padre in me vedete”, è apparso eccessivamente stentoreo.Una scelta interpretativa che rischia di tradire la natura stessa dell’opera: “La traviata” non è un’opera verista e la forza del personaggio di Germont padre non necessita necessariamente di essere espressa attraverso il volume. Superato l’ingresso, Enkhbat ha comunque saputo trovare accenti più nobili e controllati, mostrando quanto le sue straordinarie qualità vocali possano risultare ancora più efficaci quando vengono affidate al fraseggio e all’interpretazione anziché alla pura potenza sonora. Il punto, con una voce di queste dimensioni, non è aumentare i decibel ma governarli. Ed è proprio nel controllo dello strumento e nella capacità di piegarlo alle esigenze teatrali che Enkhbat può trovare la strada per imporsi definitivamente tra i grandi baritoni della sua generazione.L'articolo Scala, torna la “Traviata” di Liliana Cavani: regia datata, ma Francesca Pia Vitale conquista il Piermarini proviene da Nicolaporro.it.