Dopo Trump, il diluvio o la continuità? Il libro di Viviana Mazza

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Mancano poche settimane al voto di metà mandato, eppure a Washington si ragiona già sul 2028. Repubblicani e democratici si stanno riposizionando in vista del dopo Trump, ed è proprio su questo passaggio, ancora tutto da scrivere, che Viviana Mazza ha costruito “L’America che verrà. Dopo Trump” (Bompiani), presentato il 2 ottobre al Centro Studi Americani di Roma insieme a Giampiero Massolo, vicepresidente di Mundys e membro del CdA del Csa. Un libro nato dalla scelta di parlare con tutti, anche dentro le singole fazioni dei due partiti, in un Paese dove, ha raccontato la corrispondente del Corriere della Sera, raccontare la politica significa spesso “passare costantemente tra due stanze adiacenti”: in una il mondo è diviso in buoni e cattivi, nell’altra quella stessa divisione è completamente capovolta.Quelle due stanze si sono materializzate sullo schermo della sala, dove si sono collegati due degli intervistati del volume. Il primo è Leon Panetta, già direttore della Cia e segretario alla Difesa, voce di un’America che considera l’attuale stagione una parentesi. Dal secondo dopoguerra, ha ricordato, presidenti democratici e repubblicani hanno condiviso gli stessi principi, dalla leadership morale alle alleanze, dalla forza militare accompagnata dalla diplomazia alla resistenza contro la tirannia, e prima o poi entrambi i partiti dovranno tornarvi. Il giudizio sulla Casa Bianca è severo. Trump critica gli alleati e l’Europa e, anziché tenere testa a Putin e Xi, confida nella sola forza della personalità, un approccio che Panetta definisce ingenuo e che produce un risultato preciso: “L’America è sempre più sola”.La prova più evidente, per l’ex capo del Pentagono, è la guerra con l’Iran. L’attacco è partito dall’idea, che l’intelligence non sosteneva, che eliminare i vertici avrebbe fatto crollare il regime. Sette mesi dopo l’obiettivo non è stato raggiunto, Teheran rischia di uscirne più forte e il conflitto, ha detto, “è diventato un pantano simile al Vietnam”. Un pantano che pesa anche in casa, tra benzina più cara e costo della vita, e che secondo Panetta spingerà gli elettori a premiare i democratici a novembre, a patto che il partito resista alla tentazione degli estremi e torni a parlare al centro del Paese. Non a caso, anche le critiche di Trump a Giorgia Meloni gli appaiono come un errore verso uno degli alleati più affidabili di Washington.Di tutt’altro avviso Alexander B. Gray, ex capo dello staff del Consiglio di sicurezza nazionale nel primo mandato di Donald Trump, per il quale non ci sarà nessun ritorno al passato. “L’era Trump non è un’aberrazione”, ha spiegato, perché risponde a vincoli strutturali che qualsiasi presidente, anche democratico, dovrà affrontare. Con 40mila miliardi di dollari di debito, gli Stati Uniti non hanno più le risorse per fare da garanti globali dell’ordine liberale come tra il 1989 e il 2008: “Quell’epoca è finita”. È in questa chiave che Gray legge anche la guerra all’Iran, da lui sostenuta come l’occasione per fermare il programma nucleare e sganciarsi finalmente dal Medio Oriente, così da concentrare le energie sulla Cina. E nei due anni che restano immagina un presidente a caccia di un’eredità di pace negoziata, tra Pyongyang, Caracas, L’Avana e Mosca.È sull’Europa che il confronto si è fatto più concreto. Gray ha riconosciuto che, nel breve periodo, il contributo americano contro la minaccia russa resta indispensabile, ma ha avvertito che nel medio e lungo periodo Washington “non può più permettersi di fare dell’Europa la sua priorità principale, e nemmeno una delle prime due o tre”. Con una spesa militare americana destinata a ridursi, toccherà agli europei accelerare. Un messaggio che Massolo ha raccolto ponendo il problema della percezione, evidenziando che nelle opinioni pubbliche europee cresce l’impressione che “Occidente” e “sicurezza” non significhino più la stessa cosa sulle due sponde dell’Atlantico, e una terapia troppo intensa rischia di uccidere il paziente. Gray ha ammesso che Washington potrebbe spiegarsi meglio, senza però arretrare sulla sostanza. E sul 2028 non ha dubbi: che il candidato sia JD Vance o Marco Rubio, sarà comunque l’erede di Trump.