LONDRA — «Fondamentalmente vogliamo vendere auto alla Cina, quindi devo proteggere quel mercato di esportazione». Lo diceva Jonathan Reynolds, ministro britannico per il Commercio e le Imprese, a metà settembre nello stabilimento McLaren di Woking, nel Surrey. Tre settimane dopo lo stesso Reynolds prepara un pacchetto di dazi sulle auto elettriche cinesi, con l’ipotesi di allinearsi al prelievo europeo del 45%. Lo ha scritto domenica il Times, rilanciato da Reuters.La notizia pesa per due ragioni. Il Regno Unito applica oggi un dazio del 10% sulle elettriche prodotte in Cina, contro il 17,8-45,3% dell’Unione europea e il 100% degli Stati Uniti. E i marchi cinesi, con oltre 300.000 vetture vendute nei primi nove mesi del 2026, valgono ormai quasi un quarto del mercato britannico.A Woking Reynolds era stato netto. «Se alzi barriere commerciali, probabilmente saranno ricambiate e ci perderai», aveva detto, citando Jaguar Land Rover, Bentley, Rolls-Royce, Aston Martin e la stessa McLaren, i costruttori di lusso che vendono in Cina. Ora, secondo il Times, i ministri sono pronti a cambiare linea: le fonti di governo citate dal quotidiano parlano di «dumping» di vetture sussidiate, ma precisano che la decisione dovrà fondarsi sull’interesse nazionale e non su un allineamento automatico a Bruxelles.Il governo frena senza smentire. Nessun dazio è stato imposto sui veicoli elettrici cinesi, ha risposto un portavoce: «Continuiamo a confrontarci strettamente con l’industria perché il nostro approccio rifletta gli interessi del settore e del Paese». Il ministero del Commercio di Pechino non ha commentato.La pressione di BruxellesA spingere Londra è la Commissione europea. Bruxelles sta costruendo il meccanismo «Made in Europe», che riserva ai beni prodotti nell’Unione una corsia preferenziale in sussidi, incentivi fiscali e appalti pubblici, e ha avvertito che senza misure sulle auto cinesi il Regno Unito ne resterà fuori. Il timore dichiarato dei funzionari europei è che la Gran Bretagna diventi la porta di servizio per le vetture di Pechino dirette sul continente. A settembre, secondo il Financial Times, Bruxelles ha chiesto direttamente al primo ministro Andy Burnham di avvicinarsi alla politica commerciale comune e alzare i dazi.Burnham ha risposto il mese scorso chiedendo che il Regno Unito sia trattato da «partner affidabile», perché l’esclusione danneggerebbe l’industria dell’auto. I numeri spiegano la sua preoccupazione: nel primo semestre del 2026 l’Unione ha assorbito il 58% dell’export automobilistico britannico, la Cina circa il 4%. Nei conti del governo le ritorsioni cinesi su Jaguar Land Rover costerebbero meno dell’esclusione dal «Made in Europe». La partita è tutta qui: Londra sceglie tra la vetrina cinese dei suoi marchi di lusso e il mercato europeo dove finisce più della metà delle sue auto.Il precedente europeo mostra come risponde Pechino. Dopo i dazi dell’Unione sulle elettriche, la Cina ha aperto inchieste antidumping su brandy, carne di maiale e latticini europei, chiuse con tariffe fino al 34,9% sul brandy, nel luglio 2025, e fino al 19,8% sul maiale a dicembre.Sulle strade britanniche l’avanzata cinese si vede a occhio nudo. MG ha immatricolato circa 80.000 vetture quest’anno, BYD 68.000. A settembre i marchi cinesi hanno sfiorato il 20% delle immatricolazioni secondo l’associazione dei costruttori, il 23% secondo il Times, con il Jaecoo 7 del gruppo Chery, un suv da circa 30.000 sterline, come modello più venduto del mese.L’industria chiede di non essere tagliata fuori dall’Europa. «Le filiere britannica ed europea sono profondamente integrate: escludere di fatto i veicoli prodotti nel Regno Unito dal loro mercato più grande garantirebbe un danno reciproco», ha detto Mike Hawes, amministratore delegato dell’associazione dei costruttori. Lo stesso Hawes ricorda che nel Paese si immatricolano quasi cinque auto a batteria al minuto, più del doppio di tre anni fa.