LONDRA — Una voce via radio, l’ordine di invertire la rotta «o la nave sarebbe stata presa di mira», un comandante che obbedisce. È la ricostruzione che l’Ukmto, il centro marittimo britannico guidato dalla Royal Navy, ha diffuso oggi nell’avviso 152-26: una petroliera in ingresso nello stretto di Hormuz è stata interpellata domenica dai pasdaran, i Guardiani della rivoluzione iraniani, a 11 miglia nautiche (20 chilometri) a nord di Khasab, l’enclave dell’Oman che chiude lo stretto da sud. Le indagini sono in corso e alle navi si raccomanda di transitare con cautela.L’episodio chiude tre giorni in cui, secondo il centro informativo marittimo a guida americana Jmic, fino a quattro navi sono state colpite nell’area tra il 2 e il 4 ottobre. Il passaggio nello stretto, chiuso di fatto da inizio luglio nella guerra che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran dal 28 febbraio, torna sotto tiro mentre Teheran ripete in parlamento che non riaprirà senza un accordo e il mercato dei noli si organizza per fare a meno di Hormuz.La nave colpita domenica si chiama Lipsi. È una Aframax da 115.000 tonnellate di portata, bandiera liberiana, gestita dalla greca Dynacom Tankers Management e di proprietà di una società di leasing cinese. Era uscita dal cantiere di Shanhaiguan, in Cina, il 24 agosto: sei settimane fa, al primo viaggio. Un «proiettile di origine ignota» ha danneggiato la sala macchine; l’equipaggio è incolume e non c’è stato sversamento. Per Dynacom è la terza nave colpita dall’estate, dopo la Kavomaleas, raggiunta da due proiettili il 20 luglio, e la superpetroliera Acheloos.Due giorni prima era toccato alla Uhud, bandiera di Panama, operata da Emirates Shipping: colpita il 2 ottobre alle 11:22 Utc (le 13:22 in Italia) mentre usciva dallo stretto, ha avuto un piccolo incendio a bordo e un blackout, poi è stata trainata da un rimorchiatore a Fujairah, il porto degli Emirati sul Golfo di Oman.Il silenzio di TeheranNessuno ha rivendicato gli attacchi. L’Iran non ha commentato i rapporti dell’Ukmto e i proiettili restano senza paternità; in un episodio precedente i pasdaran avevano sostenuto che una petroliera avesse urtato una mina, mentre gli Stati Uniti parlavano di un drone iraniano. Sulla chiusura, invece, Teheran parla apertamente. Il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha detto in aula che Hormuz resterà «chiuso» finché Washington non accetterà le sette condizioni iraniane derivate dal memorandum di giugno: l’epoca «del tirare per le lunghe il processo e imporre richieste unilaterali è finita», nelle parole riportate dall’agenzia iraniana Nournews.Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha aggiunto che «non c’è soluzione militare» e che l’Iran, se gli americani «si muovono di nuovo verso soluzioni militari», è «più preparato di prima». A fine settembre Teheran aveva fatto arrivare a New York, tramite il Qatar, un piano in sette giorni: riapertura dello stretto entro una settimana in cambio della fine del blocco navale, dell’allentamento delle sanzioni petrolifere e dello sblocco dei beni congelati. Il presidente Donald Trump lo ha respinto. Domenica il responsabile iraniano per gli affari giuridici, Kazem Gharibabadi, ha detto che gli Stati Uniti hanno fatto pervenire le loro osservazioni attraverso i mediatori. Lo stesso giorno il ministro del Petrolio Mohsen Paknejad si è dimesso per «motivi personali» e il presidente Masoud Pezeshkian ha affidato l’interim al capo della compagnia petrolifera nazionale, Hamid Bovard.Il greggio, intanto, continua a uscire: si carica nel Golfo e viene trasbordato da nave a nave al largo di Sohar, in Oman, e di Fujairah. Secondo i dati della società di analisi Kpler citati da Reuters, nell’ultima settimana di settembre le esportazioni mediorientali hanno superato per quattro giorni i livelli prebellici, con punte di 22,5 milioni di barili al giorno contro una media di 18 prima della guerra. Il costo è nei noli: una superpetroliera sulla rotta Golfo-Estremo Oriente si paga 1,3 milioni di dollari al giorno, 43 volte i circa 30.000 di gennaio. Il trasporto aggiunge 33 dollari a barile, più di un quarto del prezzo consegnato. Stamattina a Tokyo il Brent ha aperto a 102,60 dollari.Oggi l’Intercontinental Exchange di Londra ha annunciato due nuovi contratti a termine sui noli, calcolati su rotte dal Golfo di Oman e dall’Africa occidentale, cioè fuori dallo stretto, «mentre il benchmark principale del trasporto petrolifero continua a essere stravolto dalla guerra con l’Iran», scrive Bloomberg. È il mercato che si attrezza per uno stretto chiuso a lungo.Chi abbia sparato alla Lipsi, e perché a una nave nuova al primo viaggio, l’Ukmto non lo dice. Scrive solo che le indagini sono in corso.