Ecco perché la Gigafactory italiana per l’AI è molto più di un investimento

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Forse è arrivato davvero il momento di giocare da grandi. Specialmente quando c’è di mezzo la madre di tutte le rivoluzioni, l’Intelligenza Artificiale. La partita è quella delle Gigafactory europee, le mastodontiche infrastrutture di supercalcolo che l’Unione europea considera decisive per ridurre il divario con Stati uniti e Cina. Bruxelles ha lanciato una gara per realizzarne fino a sette, con un investimento complessivo superiore ai 30 miliardi di euro e una quota significativa di capitale privato. Una sfida dentro la quale si colloca il progetto italiano che sta prendendo forma a Palazzo Chigi, con un obiettivo decisamente ambizioso per un Paese che non sempre ha saputo glorificare il proprio passato industriale come doveva: mettere a sistema competenze, capitali, infrastrutture ed energia per costruire qualcosa che nessuna azienda, da sola, avrebbe la forza di realizzare.La prima pietra per la realizzazione della Gigafactory per l’AI, che potrebbe prendere forma e corpo a Genova, è stata posta a luglio. Quando cioè i capi azienda delle grandi partecipate italiane, da Eni ad Enel, passando per Leonardo, Saipem, Snam e Terna, si sono seduti intorno a un tavolo a Palazzo Chigi, uniti per un progetto sistemico per il Paese. Il prossimo passo sarà quello utile a delinerare le prime linee guida del consorzio di aziende che il Tesoro dovrà costituire: si comincerà a mettere nero su bianco il documento che dovrà essere inviato a Bruxelles, entro il 3 dicembre. In ballo c’è il via libera ad una delle Gigafactory formato large, alla quale concorrono insieme Madrid e Lisbona in tandem, e la Germania.Uno schema che ricalca quanto fatto dagli americani, per esempio, con il progetto Stargate, alleanza fra Microsoft e OpenAI varata a gennaio dell’anno scorso, o quella di Pechino del 2022, con Eastern Data-Wester Computing, che ha unito colossi come Huawei, Alibaba e Baidu. Nella rincorsa l’Italia mette sul piatto il meglio delle sue capacità tecnologiche. Ma non è solo un discorso di realizzare un impianto mai visto prima. In ballo c’è anche la possibilità di fare un vero salto di qualità e dare vita a una filiera: nella sostanza, a una nuova industria. E non è il momento di disunirsi, come ha ricordato dalle colonne del Corriere della sera il senatore dem, Francesco Boccia.“Sulle grandi infrastrutture tecnologiche, che determineranno la posizione dell’Italia e dell’Europa nei prossimi decenni, bisogna essere capaci di riconoscere un interesse nazionale che attraversa maggioranze, opposizioni e legislature. La candidatura italiana a una delle AI Gigafactory europee è uno di questi obiettivi strategici e se il progetto sarà forte e nell’interesse del Paese va sostenuto”. Insomma, “l’unità nazionale è fondamentale”. Ma non basta, bisogna andare oltre, creare delle connessioni. La filiera, si diceva. “La Gigafactory da sola non basta, va integrata con un Cern europeo per l’AI e un Polo strategico nazionale dell’Intelligenza artificiale a controllo pubblico”, ha chiarito Boccia.Animatore, peraltro, della rassegna digitale Digithon. E anche di questo ha parlato il senatore democratico. “Digithon è partita come finestra aperta sull’innovazione spinta digitale. Ma la rivoluzione di questi ultimi quattro-cinque anni ci impone un polo strategico, a partecipazione pubblica, a controllo pubblico, partendo da aziende che si occupano di AI agentica: abbiamo il dovere di farlo. E questa cosa non va contro, ma si può unire al progetto che il governo sta portando avanti e che noi anche dall’opposizione vogliamo sostenere sulle Gigafactory. Si sta costruendo un fronte di tutte le aziende pubbliche italiane e noi da qui chiediamo di metter dentro almeno i tre politecnici. Siamo di parte, il Politecnico di Bari vale quanto il Politecnico di Milano e il Politecnico di Torino”.E questo perché lo Stato “non può essere soltanto cliente dell’intelligenza artificiale: deve possedere una propria capacità tecnologica e industriale. Il Polo serve all’Italia a prescindere dall’esito della gara sulla Gigafactory. Se riusciremo a portarne una in Italia, dovrà contribuire a trasformarne la straordinaria potenza computazionale in ricerca applicata, modelli, brevetti, startup, imprese e servizi. Se la Gigafactory fosse localizzata altrove in Europa, il Polo dovrà comunque federare le capacità italiane esistenti e collegarle alle grandi infrastrutture europee. La Gigafactory è la potenza; il Polo è la capacità di trasformare quella potenza in valore per il Paese”.