ADEN — Le forze del governo yemenita riconosciuto hanno annunciato lunedì la riconquista di Mocha, il porto sul Mar Rosso, e del distretto di Dhubab, con la costa fino allo stretto di Bab el-Mandeb. Nello stesso giorno gli Houthi hanno rivendicato missili e droni sull’aeroporto di Riad e su una raffineria Aramco, e i ministri di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan si sono riuniti d’urgenza nella capitale saudita per mettere in moto il patto di difesa firmato ad agosto. In quarantotto ore la guerra dello Yemen si gioca su tre tavoli insieme: la costa, le città saudite, le alleanze.L’operazione, battezzata «Alba dello Yemen», era stata annunciata domenica in un discorso televisivo da Rashad al-Alimi, presidente del Consiglio di comando presidenziale, l’esecutivo con sede ad Aden che Riad sostiene dal 2015. Reuters la descrive come un’«avanzata lampo» che ha espulso gli Houthi dalla maggior parte delle aree conquistate a settembre, quando il movimento filo-iraniano, padrone della capitale Sanaa dal 2014, aveva preso Mocha e alcune isole dello stretto.Il portavoce delle forze governative ha parlato di 1.122 «attacchi di precisione» contro artiglieria, lanciarazzi e centri di comando houthi, e ha detto che le Brigate dei Giganti e le Forze dello Scudo Nazionale «sono riuscite a mettere in sicurezza Bab el-Mandeb». La strada tra Dhubab e Mocha è stata tagliata. Dal cielo, la coalizione a guida saudita dice di avere impiegato 100 caccia e colpito 324 obiettivi.Gli Houthi negano. Una fonte sul terreno citata da Xinhua, l’agenzia di Stato cinese, definisce l’annuncio «prematuro» e sostiene che il governo non controlla né la città né il porto; un ufficiale houthi ammette però oltre 56 combattenti uccisi sotto i raid sauditi. Nello stesso tempo gli Houthi premono da tre lati su Taiz, terza città dello Yemen e da anni sotto assedio: hanno tagliato la strada principale verso Aden e preso Turbah, caposaldo della difesa governativa.Missili su RiadYahya Saree, portavoce militare houthi, ha rivendicato lunedì sera tre operazioni contro l’Arabia Saudita con missili balistici, da crociera e droni: l’aeroporto King Khalid di Riad, dove il traffico è stato interrotto, la raffineria Aramco di Rabigh, sul Mar Rosso, dove è scoppiato un incendio, e basi militari nell’Asir, la regione al confine con lo Yemen. Sabato un altro impianto Aramco a sud della capitale aveva preso fuoco.Il portavoce della coalizione, generale Turki al-Maliki, ha definito «fuorvianti» le rivendicazioni: gli Houthi, ha detto, cercano di distogliere l’attenzione «dall’entità delle perdite e dalla crescente rabbia popolare contro di loro».A Riad il principe ereditario Mohammed bin Salman ha ricevuto lunedì i ministri degli Esteri e della Difesa e i capi di stato maggiore di Turchia e Pakistan. Il Patto di difesa congiunta della Mecca, firmato il 7 agosto, stabilisce che un attacco a uno dei tre è un attacco a tutti, ma non dice come. La dichiarazione finale impegna i tre a «fornire le forze e le capacità militari concordate e assicurarne il rapido dispiegamento nel Regno»: nessun numero, nessun calendario, nessuna unità indicata. Condannato anche «il tentativo di colpire La Mecca e Medina» con droni attribuiti agli Houthi.Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco, ha lasciato aperta l’altra porta: «Abbiamo discusso anche di come risolvere la questione per via pacifica, attraverso il dialogo». Il parlamento di Ankara dovrebbe ratificare il patto questo mese; il primo segretario generale sarà un generale pachistano in congedo, con un segretariato a Riad operativo nelle prossime settimane.Gli Stati Uniti restano a distanza. Oltre 200 agenti dell’intelligence americana lavorano in Arabia Saudita a supporto delle operazioni, ha ricostruito il New York Times, e Washington fornisce rifornimento in volo e pattugliamenti difensivi, ma ha rifiutato un coinvolgimento diretto. Lo stretto conta più del solito: con Hormuz chiuso dall’Iran durante la guerra con Stati Uniti e Israele, le petroliere dirottate sul Mar Rosso passano tutte da Bab el-Mandeb.Ahmed Nagi, analista dell’International Crisis Group, ha detto all’AFP che l’operazione governativa segna un cambiamento importante, ma che è presto per parlare di svolta decisiva. L’Onu ha espresso preoccupazione per la «forte escalation» dei combattimenti.