Questa volta la minaccia arriva dalla Siberia: quasi 200 persone sono finite sotto osservazione nella regione russa di Irkutsk, dopo la morte di una giovane tecnica di laboratorio di 28 anni dell’Istituto anti-peste di Shelekhov per una grave polmonite. Secondo diverse fonti locali, la donna il 25 settembre avrebbe accidentalmente rotto una provetta contenente Yersinia pestis, l’antico batterio responsabile della peste. “Ma questa ricostruzione non è stata ufficialmente confermata dalle autorità russe. Dunque questa vicenda riaccende l’attenzione sulla biosicurezza e sulla necessità di una comunicazione tempestiva nelle emergenze infettive”. Parola del virologo Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva all’Università degli Studi di Milano, convinto che quello siberiano sia un episodio che merita attenzione, ma anche molta prudenza. “Sulla base delle informazioni disponibili – dice il virologo a LaSalute di LaPresse – non siamo di fronte a un’epidemia di peste. Si tratta di un episodio grave e ancora da chiarire, nel quale l’elemento più importante è distinguere i fatti accertati dalle ricostruzioni giornalistiche. Proprio per questo servono trasparenza, condivisione dei dati microbiologici e rapidità nell’indagine epidemiologica”. Non a caso Pregliasco parla di informazioni disponibili: c’è già una ‘scollatura’ fra quanto riportato dalla stampa e le dichiarazioni ufficiali.Che cos’è la peste polmonareLe autorità avrebbero identificato circa 200 contatti e adottato misure di sorveglianza e isolamento. E finora non sarebbero confermati casi secondari. “Se venisse confermata la peste polmonare, si tratterebbe della forma che richiede maggiore attenzione perché, a differenza della peste bubbonica, può trasmettersi direttamente da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie in caso di contatto stretto. Si tratta – aggiunge Pregliasco – di una malattia potenzialmente molto grave e rapidamente evolutiva, ma oggi disponiamo di antibiotici efficaci: la tempestività della diagnosi e della terapia è decisiva”.L’origine professionale dell’infezioneA preoccupare il virologo è un altro aspetto. “Se fosse confermato che il contagio è avvenuto per la rottura accidentale di una provetta contenente batteri vivi, ci troveremmo davanti a un serio evento di biosicurezza. Laboratori che manipolano patogeni ad alta pericolosità – scandisce il virologo – devono disporre di procedure, dispositivi di contenimento, formazione e sistemi di segnalazione degli incidenti estremamente rigorosi. Ogni eventuale falla deve essere ricostruita nel dettaglio, non per alimentare allarmismi, ma per evitare che possa ripetersi”.Tra allarmismo e mancanza di trasparenzaC’è poi la questione della discrepanza tra le prime ricostruzioni e la versione ufficiale. “Nelle emergenze infettive il vuoto informativo è pericoloso quasi quanto l’allarmismo: favorisce voci, paura e interpretazioni incontrollate. La risposta migliore è una sola: dati, trasparenza e sorveglianza epidemiologica”, raccomanda Pregliasco.Se la parola peste fa paura, “per l’Italia e per l’Europa, allo stato attuale, non emergono elementi che facciano pensare a un rischio sanitario immediato. Il caso di Irkutsk deve però essere seguito perché ricorda che patogeni antichi come Yersinia pestis non sono scomparsi e, soprattutto, che la biosicurezza dei laboratori è parte integrante della sicurezza sanitaria globale”.La peste è tornata?Una minaccia che finora era rimasta nei libri di storia torna ad allarmarci. Ma allora la peste è davvero tornata? “Non possiamo affermarlo, ma sorveglianza, biosicurezza e trasparenza restano indispensabili per impedire a un singolo episodio, come quello siberiano, di trasformarsi in un problema di sanità pubblica”, conclude Pregliasco.Questo articolo Peste polmonare in Siberia, che cos’è e perché servono “trasparenza e verifiche” proviene da LaPresse