La Cina continua a infiltrarsi nelle università italiane

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L’Università di Bari ha inaugurato nei mesi scorsi a Chengdu un college congiunto dedicato a matematica, fisica e chimica. La collaborazione si inserisce in una serie di partnership accademiche con la Cina e arriva mentre l’Italia aderisce a iniziative che mettono sempre più al centro la sicurezza della ricerca, approfondendo su questo fronte la cooperazione scientifica con gli Stati Uniti, i partner europei e altri Paesi like-minded.Sullo sfondo ci sono gli alert lanciati anche nelle ultime settimane dalle intelligence occidentali sui rischi legati alla cooperazione scientifica con la Cina: dallo spionaggio all’acquisizione di conoscenze e tecnologie potenzialmente funzionali agli interessi strategici di Pechino, compresi quelli militari.È proprio questa dinamica a rendere più delicato il caso del Bari International College. La questione non riguarda soltanto il fatto che l’Italia si stia integrando sempre di più in reti scientifiche e tecnologiche costruite attorno a partner fidati. La crescente attenzione verso ecosistemi di ricerca “trusted” nasce anche dalla necessità, evidenziata dai governi e dalle intelligence occidentali, di proteggere conoscenze e tecnologie da modalità di acquisizione e utilizzo strategico attribuite a Pechino.Il Bari International College, realizzato dall’Università di Bari insieme alla Chengdu Normal University, prevede programmi di doppio titolo, mobilità di studenti e docenti e attività di ricerca condivise. I corsi riguarderanno matematica, fisica e chimica: discipline STEM sempre più strategiche in una competizione internazionale che passa anche dalla capacità di sviluppare e proteggere nuove tecnologie.Il rettore dell’Università di Bari, Roberto Bellotti, ha definito il College una “piattaforma stabile di cooperazione internazionale”.L’autorizzazione alla sua apertura è arrivata dal Ministero dell’Istruzione cinese, organo dello Stato che opera all’interno di un sistema educativo sottoposto alla leadership del Partito Comunista Cinese. Lo stesso ministro dell’Istruzione, Huai Jinpeng, è segretario del gruppo dirigente del PCC all’interno del ministero e membro del Comitato centrale del Partito.Non ci sono, sulla base delle informazioni disponibili, elementi che indichino trasferimenti di ricerca sensibile nell’ambito del progetto Bari-Chengdu. Il punto è più ampio: quali garanzie e quali meccanismi di screening accompagnano partnership strutturali che prevedono attività di ricerca condivisa con la Cina?La domanda assume un peso particolare considerando la direzione intrapresa dall’Italia sul fronte della cooperazione scientifica internazionale. Roma ha aderito alla U.S.-led Kyoto Vision, mentre la collaborazione scientifica tra Italia e Stati Uniti comprende settori come intelligenza artificiale, high-performance computing, tecnologie quantistiche, nucleare, biotecnologie e materiali avanzati. La research security nelle tecnologie critiche è inoltre entrata esplicitamente nell’agenda scientifica bilaterale.Da qui emerge una tensione destinata a diventare sempre più politica: mantenere aperti i canali di cooperazione accademica con la Cina e, allo stesso tempo, integrarsi maggiormente in reti scientifiche e tecnologiche occidentali costruite attorno al concetto di partner e tecnologie “trusted”.Una fonte informata spiega che agli uffici degli atenei europei, compresi quelli italiani, arrivano continuamente richieste di partnership da parte di entità accademiche cinesi. “Quasi tutte riguardano settori sensibili. È molto difficile che si tratti di studi collaborativi su arte, letteratura antica e materie umanistiche in genere”, osserva la fonte.È proprio sulle Stem, sulla ricerca scientifica e sulla tecnologia che la questione diventa più sensibile. Non si tratta soltanto degli ambiti nei quali l’Italia sta rafforzando la condivisione di conoscenze, infrastrutture e capacità con gli Stati Uniti e gli altri partner fidati. Sono anche i settori nei quali governi e intelligence occidentali hanno concentrato maggiormente gli avvertimenti sui tentativi cinesi di utilizzare la cooperazione accademica e scientifica per ottenere accesso a conoscenze, competenze e tecnologie di valore strategico.Il problema, quindi, non è soltanto con chi collaborano le università europee, ma cosa viene condiviso e quale possa essere l’utilizzo successivo dei risultati della cooperazione. Man mano che il know-how scientifico e tecnologico assume un peso maggiore nella competizione strategica internazionale, la sicurezza della ricerca smette di essere una questione confinata agli atenei e diventa anche un tema di sicurezza nazionale.Il dibattito, del resto, non riguarda soltanto l’Italia. In diversi Paesi europei, le collaborazioni universitarie con istituzioni cinesi hanno già sollevato interrogativi sulla capacità degli atenei di valutare non soltanto i singoli progetti, ma anche i partner coinvolti, le fonti di finanziamento e il possibile utilizzo successivo delle conoscenze sviluppate congiuntamente.È su questo terreno che entra in gioco il governo. Il Ministero dell’Università e della Ricerca non dovrebbe fornire agli atenei indicazioni chiare sui limiti, sui controlli e sulle garanzie da applicare a determinate forme di cooperazione internazionale, soprattutto quando riguardano Stem, ricerca scientifica e tecnologia?La crescente integrazione dell’Italia con partner scientifici e tecnologici “trusted”, infatti, non rappresenta semplicemente un binario parallelo rispetto alla cooperazione con la Cina. Riflette un più ampio spostamento verso ecosistemi della ricerca nei quali i partecipanti condividono garanzie, interessi strategici e un certo grado di fiducia sull’utilizzo finale di conoscenze e tecnologie. Sono proprio queste condizioni che le crescenti preoccupazioni occidentali sulla research security rendono più difficile dare per scontate nei rapporti scientifici con Pechino.Più l’Italia entra in questi circuiti, dunque, più diventa difficile lasciare ai singoli atenei la responsabilità di stabilire autonomamente dove passi il confine tra apertura accademica e sicurezza della ricerca. Senza una cornice strategica nazionale, il rischio è che l’integrazione nelle reti tecnologiche dei partner fidati e il mantenimento di una cooperazione accademica strutturata con la Cina procedano contemporaneamente senza che ne siano definiti con sufficiente chiarezza compatibilità, garanzie e limiti.