Dell’IA – o SI (super intelligenza) come la denomina ora Trump – non si discutono più importanza e prospettive di impiego. È diventata “la” questione politica del nostro tempo. Preoccupano le possibili conseguenze sulle nostre libertà. Potremmo subirne presto una gravissima compromissione.Straordinario per le possibilità che offre, lo strumento lo è anche per i pericoli ai quali espone. Cumula conoscenze che nessuna memoria umana è in grado di dominare e che esso permette di mettere a frutto in ogni campo dell’operare. Genera efficienze organizzative, solleva da fatiche materiali, libera da responsabilità decisionali. Abbatte dovunque tempi e costi. Ma tende a sottrarsi al dominio dell’uomo. Non è uno strumento di puro servizio. Si autodetermina. Non aiuta solo a decidere. Decide esso stesso.I timori si moltiplicano. Qualcuno comincia a paventare persino che possa ribellarsi ai suoi creatori e rivolgersi contro di loro. Esagerazioni? Ordinaria paura dell’incognito? Di certo, rende concreta la possibilità che l’uomo diventi – come è stato detto – uno spettatore passivo della propria irrilevanza.Non ho competenze tecniche sufficienti. Come credo, del resto, la gran parte di coloro che discutono. Ma chi ha avuto mai le necessarie, ogni volta che si è posto il problema di come regolarsi di fronte alle novità della scienza e delle tecnologie? Eppure, le scelte sono state fatte. Com’è ineludibile. Non sempre si sono rivelate le più opportune. Forse anche perché non sostenute da discussioni condotte con la prudenza richiesta. La politica non può trascurare il futuro. Non se lo può configurare, ma dovrebbe tornare a occuparsene meditatamente. Non emotivamente, come da troppo tempo accade. Non dovrebbe né subirlo con rassegnata passività (nessun futuro è senza radici), né coltivare l’illusione di poterlo dominare.La questione è sicuramente epocale. Apre problemi di una complessità senza precedenti. Sui quali sarebbe urgente una riflessione non premuta dalle paure, ma libera quale altra mai, indipendente anche (per quel che è possibile) dalla pretesa di avere della vicenda una chiara rappresentazione di dettaglio (impossibile oggi, come vediamo, a coloro stessi che vi sono immersi).Si prospettano due scenari. Che sia nel vero chi teme che lo strumento si renderà presto incontrollabile dall’uomo (autoreferenziale negli sviluppi e negli impieghi), ovvero invece che lo siano coloro che ritengono infondati i timori più gravi.Se fossero nel vero i primi, vorrebbe dire che di esso è ormai “impossibile” riconquistare il dominio. La sola via di difesa sarebbe annientarlo. Cancellare l’IA per non esserne cancellati. È ancora praticabile? Non certo per via giuridica. Come “regolare” chi non accetta di subordinarsi? Lo si potrebbe fare con il ricorso alla forza? Esercitata da chi? Dubito molto che l’intero concerto dei governi mondiali accetterebbe di porsi su questa strada. Lo escludono già almeno due dei più rilevanti (Cina e Usa). E poi comunque se anche l’ostracismo fosse veramente generale, resterebbe la (non remota) probabilità che qualcuno lo sviluppi nella clandestinità, com’è sempre accaduto di ciò che è stato bandito in nome di pur nobilissime ragioni (vedi alcool o droghe). Triste? Certamente. Ma anche ineludibile.Se fossero nel vero, dunque, i catastrofisti più estremi, preoccuparsi del futuro dell’IA sarebbe, in definitiva, abbastanza privo di senso. Ci troveremmo in una situazione analoga a quella di ogni altra annunciata “fine del mondo”. Un’evenienza “fideistica”, incombente e incontrastabile.È lecito sperare ancora però che il rischio che corriamo non sia quello di un annientamento dell’umanità, ma quello piuttosto di un suo tendenziale asservimento.Se così fosse, resterebbe l’impraticabilità della via giuridica. Quali regole “esterne” potrebbero mai vincolare lo sviluppo (e il suo modo di incidere sulle nostre vite) di un agente non “imputabile” (chi lo dovrebbe ridurre “a ragione” ne è, per definizione, soggiogato).Sarebbe ancora possibile però alzare barriere “culturali”. Al che sarebbe dunque urgente mettere mano. Anche perché lo scenario che ci rappresentiamo è ancora sicuramente futuribile. Lascia spazio, dunque, ad un’azione (purché decisa e tempestiva) orientata a rafforzare (in ogni sede possibile) la formazione “critica” dell’uomo (troppo frettolosamente sacrificata, nell’ultimo cinquantennio, in nome del dominante avanzare della tecnica).Ai pessimisti andrebbe fatto comprendere, insomma, che non è forse troppo tardi per puntare ad alzare le difese dell’uomo. Renderne forte abbastanza la sua capacità di vigilanza critica. Il libero arbitrio ne è la cifra “naturale”. Lo si può conculcare. Non spegnere. Non è mai riuscito ad alcuno. Né a poteri politici assoluti, né a poteri morali non meno opprimenti (quello, ad esempio, dell’Inquisizione). Non hanno potuto impedire dissenso e indipendenze. Hanno potuto soltanto circoscrivere il numero di chi non si sottometteva. Pur sempre sufficiente a preparare l’esplosione liberatoria.Se poi fossero nel vero invece – come tutti ci auguriamo e come appare anche forse più ragionevole immaginare – coloro che pensano che l’IA sia uno strumento “governabile”, il problema non è, più, ovviamente il “se” regolarla, ma il “come”. Il che non è senza difficoltà.Le strade possono essere infatti due. O si lascia lo strumento nella “responsabilità” di “privati” (le grandi corporation che oggi lo gestiscono o le nuove che nasceranno) o se ne sposta gestione e responsabilità su soggetti pubblici (gli Stati o enti comunque dedicati). Tra le due, nonostante il diverso avviso di tanti, la prima strada è, a mio sommesso modo di vedere, più rassicurante.Uno sviluppo dello strumento in mano a privati in competizione (inesorabilmente pochi, per la dimensione degli investimenti necessari) – pur prestandosi di sicuro a favorirne enormi profitti – lo sottrarrebbe tuttavia alla possibilità (politicamente molto più pericolosa per le libertà da salvaguardare) dei monopoli “ideologici”, ai quali inevitabilmente lo esporrebbe un gestore pubblico. Sarebbero, in questo caso, di impatto tendenzialmente totalizzante. A ben riflettere, tutt’altro che veramente contrastabili. Non lo sarebbero nemmeno negli Stati democratico-pluralisti. Il materiale dominio dello strumento (e il conseguente indirizzo “ideologico” di sviluppi e applicazioni) sarebbe dell’insieme solo in teoria. Nei fatti, lo sarebbe della “parte” politicamente maggioritaria prevalente. Come del resto è sempre avvenuto, anche quando la struttura pubblica si sia pretesa universale. È inevitabile che la sua azione si faccia progressivamente più debole, a misura che mutino gli equilibri di partenza. Chi se ne assicura l’iniziale controllo, tende ad esasperarlo e non a rinegoziarlo. Con l’effetto di generare tensioni e non di spegnerle (come nei progetti). Domandare all’Onu per credere.I profitti di un privato si possono invece contenere con un’opportuna (e redistributiva) tassazione e le conseguenze “dannose” delle “sue” attività si possono, a loro volta, contrastare con appropriate discipline giuridiche del rischio. Per esempio, spostandolo interamente (con divieto di regolamenti convenzionali, come oggi invece consentiti) sui titolari (imputabili, anche quando “impersonali”) delle attività connesse. Chiamandoli insomma a rispondere “oggettivamente”. Del fatto disvoluto insomma e non della sua colposità. Una tecnica giuridica che ha sempre svolto per altro “anche” una rilevante funzione preventiva.Il vero è che l’IA è piena di incognite per preconizzare davvero cosa accadrà. Ma sarebbero errori tanto un atteggiamento rassegnato, che uno oscurantista. Il primo ci consegnerebbe, il secondo sarebbe soltanto velleitario.Scienza e tecnologie accompagnano da sempre il progresso umano. Quando sono state piegate a usi distorti è stato solo per responsabilità degli uomini. È sugli uomini, perciò, che si deve puntare, lasciando loro la diretta responsabilità sia dello strumento sia dei modi per difendersene (importanza del restare criticamente vigili). Sarò forse troppo ottimista, ma ricordo che la bomba atomica a Hiroshima, non “si sganciò”, ma vi “fu sganciata”. Un orrore. Che non si è più ripetuto perché nessuno ne ha conservato il monopolio. Anche tra belve, limitante è l’equilibrio dovuto alla loro plurima esistenza. È una legge della vita. Purtroppo.