Cisgiordania, l’aumento delle violenze modifica progressivamente il controllo del territorio

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Quasi 63mila episodi contro persone, terre e proprietà palestinesi sono stati registrati in Cisgiordania dal 7 ottobre 2023 dalla Commissione palestinese contro il muro e gli insediamenti, che ne attribuisce 48.174 alle forze israeliane e 14.742 ai coloni. Le cifre provengono dalla Commissione palestinese e non devono essere interpretate come altrettanti scontri armati.Un quadro differente, basato su criteri propri, emerge dai dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari. Tra gennaio e agosto 2026 l’Ocha ha documentato oltre 1.600 attacchi compiuti da coloni che hanno provocato vittime o danni alle proprietà in 275 comunità palestinesi.La media indicata dalle Nazioni Unite è di 6,7 episodi al giorno, rispetto ai cinque del 2025 e agli 1,5 del 2021.Le due serie statistiche non possono essere sovrapposte direttamente, perché riguardano periodi, autori e criteri di rilevazione differenti. I dati dell’Ocha mostrano comunque un aumento della frequenza e della diffusione geografica delle violenze dei coloni.L’effetto sul territorio non dipende soltanto dal numero degli episodi, ma dalla loro accumulazione nel tempo.L’impossibilità di raggiungere un terreno agricolo, la chiusura di una strada, la distruzione di una casa o la perdita di una cisterna possono ridurre progressivamente la capacità di una famiglia o di un’intera comunità di continuare a vivere nella stessa area.Il territorio può quindi modificarsi anche senza un trasferimento formale di sovranità, attraverso il cambiamento delle condizioni necessarie per abitarlo e utilizzarlo.Gli episodi registrati ad Al-Mughayyir mostrano l’intreccio tra accesso ai terreni, violenze dei coloni e interventi delle forze israeliane.Su scala più ampia, avamposti, posti di blocco e restrizioni alla circolazione incidono sui collegamenti tra le località palestinesi e sulla possibilità di raggiungere terreni agricoli, mercati, luoghi di lavoro e servizi.Dal punto di vista strategico, il controllo del territorio non dipende esclusivamente dalla presenza militare.La possibilità di determinare chi può attraversare determinate aree, quali strade possono essere utilizzate e a quali terreni sia possibile accedere influenza direttamente la vita economica e sociale delle comunità.La frammentazione dei collegamenti può inoltre aumentare la dipendenza della popolazione palestinese dalle autorizzazioni e dalle decisioni delle autorità che controllano gli accessi.La Commissione palestinese riferisce anche tentativi di creare 211 nuovi avamposti, molti dei quali a carattere pastorale.La rilevanza territoriale di queste strutture non dipende necessariamente dalle loro dimensioni. Anche un piccolo nucleo può incidere sull’utilizzo di superfici più estese qualora la sua presenza condizioni l’accesso a pascoli, sorgenti, terreni agricoli e percorsi utilizzati dalle comunità circostanti.La convergenza di questi effetti non dimostra tuttavia che ogni episodio di violenza o ogni limitazione derivi da un unico ordine centrale. Le responsabilità dei singoli fatti devono essere accertate separatamente.Rimane invece la responsabilità delle autorità competenti di garantire la sicurezza della popolazione e di contrastare le aggressioni.Anche il controllo del territorio comporta costi per Israele. Insediamenti, avamposti e strade richiedono protezione, pattugliamenti e interventi delle forze di sicurezza.Se l’aumento della pressione sulle comunità palestinesi alimentasse ulteriori ostilità, l’espansione del controllo territoriale potrebbe quindi essere accompagnata da una crescente necessità di risorse militari e da una maggiore instabilità.Particolarmente rilevanti sono gli effetti sull’agricoltura.Secondo la Commissione palestinese, dal 7 ottobre 2023 sarebbero stati danneggiati o sradicati più di 147mila alberi, oltre 100mila dei quali ulivi. Le demolizioni avrebbero inoltre interessato 5.059 strutture, comprese 1.894 abitazioni occupate.Anche in questo caso si tratta di dati forniti dalla Commissione palestinese, che devono essere distinti dalle rilevazioni prodotte dalle organizzazioni internazionali.La perdita di un ulivo produttivo non riguarda soltanto il raccolto di una stagione. Un albero rappresenta un investimento sviluppato durante anni e la sua distruzione può ridurre il reddito familiare per un periodo prolungato.Lo stesso vale per ricoveri agricoli, pozzi, cisterne e strutture utilizzate per l’allevamento.La perdita dell’accesso a un pascolo o a un terreno può compromettere un’attività economica anche quando gli edifici e le attrezzature rimangono intatti.La crisi assume così anche una dimensione economica. L’incertezza sull’accesso alla terra riduce gli incentivi a investire, mentre le restrizioni alla circolazione possono aumentare i costi di trasporto e rendere meno redditizie attività precedentemente sostenibili.La diminuzione della produzione agricola produce inoltre conseguenze su trasportatori, commercianti e altri servizi collegati all’economia locale.Quando una famiglia abbandona una comunità viene quindi indebolita anche la rete economica che la circonda. Ricostruire un edificio può non essere sufficiente se rimane incerta la possibilità di utilizzare i terreni dai quali dipende il reddito.Un altro elemento riguarda l’espansione degli insediamenti israeliani, compresa l’area E1 a est di Gerusalemme.Diversi governi, compreso quello italiano, hanno sostenuto che la realizzazione del progetto comprometterebbe ulteriormente la continuità territoriale palestinese e renderebbe più difficile la prospettiva di una soluzione basata su due Stati.È tuttavia necessario distinguere tra approvazione dei piani urbanistici, pubblicazione dei bandi, avvio dei lavori e costruzione effettiva delle abitazioni, che rappresentano fasi differenti del processo.La questione centrale riguarda la possibilità di mantenere un territorio palestinese sufficientemente collegato da poter essere amministrato come un’entità politica ed economica funzionante.La separazione tra comunità, mercati, infrastrutture e servizi può rendere progressivamente più difficile la costruzione e il funzionamento di istituzioni autonome.Il rischio è che il negoziato continui formalmente a discutere la creazione di uno Stato palestinese mentre sul terreno diminuiscono le condizioni territoriali necessarie alla sua realizzazione.La questione è stata affrontata anche dalla Corte internazionale di giustizia.Nel parere consultivo del luglio 2024, la Corte ha giudicato contrarie al diritto internazionale la presenza israeliana protratta nei Territori palestinesi occupati e le politiche collegate agli insediamenti e all’annessione.Un parere consultivo non interrompe automaticamente demolizioni, costruzioni o episodi di violenza. La sua efficacia politica dipende anche dalle decisioni adottate dagli Stati e dalle organizzazioni internazionali.Nel medio periodo, una maggiore protezione delle comunità, l’accertamento delle responsabilità per le aggressioni e il ripristino dell’accesso a terreni e infrastrutture potrebbero ridurre l’incertezza e favorire la ripresa delle attività economiche.Il mantenimento delle attuali pressioni rischia invece di rendere più difficile la permanenza di alcune comunità e di aumentare la dipendenza dagli aiuti.Un’ulteriore escalation avrebbe conseguenze ancora maggiori, con nuovi spostamenti della popolazione e ulteriori perdite dei mezzi di sostentamento.La stabilità della Cisgiordania non dipende quindi soltanto dalla diminuzione del numero degli scontri. Dipende anche dalla possibilità per la popolazione di raggiungere i propri terreni, lavorare, commerciare e spostarsi.Quando queste condizioni vengono progressivamente meno, la violenza produce conseguenze territoriali anche senza modifiche formali dei confini, cambiando concretamente la geografia nella quale israeliani e palestinesi vivono.