Inquinamento nel mirino: l’insospettabile legame con l’Alzheimer. Ecco chi rischia di più

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Siamo quello che respiriamo, davvero. O almeno lo è la nostra memoria. L’inquinamento, infatti, potrebbe essere collegato a cambiamenti strutturali in regioni cerebrali particolarmente vulnerabili alla malattia di Alzheimer. A dircelo è un nuovo studio, pubblicato su NeuroToxicology, che ha esaminato le scansioni cerebrali e le stime dell’inquinamento atmosferico cui sono stati esposti 1.484 adulti senza demenza o precedenti di ictus. Dalla parte delle donne: l’inquinamento avvelena il cervelloEbbene, in un gruppo di donne anziane la maggiore esposizione al particolato fine e al biossido di azoto è risultata associata a un assottigliamento della corteccia cerebrale, lo strato più esterno del cervello, in regioni importanti per la memoria comunemente colpite dalla malattia di Alzheimer.Il caso degli uomini giovaniI ricercatori hanno riscontrato però un altro fenomeno, collato a un gruppo separato di uomini più giovani: una maggiore esposizione all’inquinamento è risultata associata a un ispessimento della corteccia cerebrale nelle stesse regioni vulnerabili all’Alzheimer. Questa associazione si è indebolita con l’età e si è invertita intorno ai 65 anni, sebbene quest’ultimo fenomeno non fosse statisticamente significativo.I risultati divergenti potrebbero riflettere diverse fasi di una complessa risposta biologica all’inquinamento, ma i ricercatori avvertono che lo studio non può stabilire se l’età, il sesso o altre differenze tra i due gruppi siano responsabili dei risultati. I dubbi dei ricercatori“L’inquinamento atmosferico non ha determinato un modello uniforme di alterazione della struttura cerebrale in tutti i partecipanti”, ha affermato Lauren Salminen, autrice principale dello studio e professoressa associata di neurologia. “I risultati contrastanti suggeriscono che la risposta del cervello all’inquinamento potrebbe cambiare con l’avanzare dell’età. Monitorare le persone nel tempo sarà fondamentale per comprendere il significato di questi modelli in termini di rischio di Alzheimer”.Misurare l’impatto dell’inquinamento sul cervello: la prioritàI ricercatori hanno studiato due gruppi indipendenti: 387 uomini all’interno del Vietnam Era Twin Study of Aging, con un’età media di circa 62 anni, e 1.097 donne del Women’s Health Initiative Memory Study, con un’età media di circa 78 anni.Utilizzando le informazioni sulla residenza dei partecipanti, il team ha stimato l’esposizione, nei tre anni precedenti alla risonanza magnetica effettuata da ciascun individuo, a due inquinanti atmosferici esterni molto diffusi: il particolato fine PM2.5, e il biossido di azoto, ovvero NO2.I veleni nell’ariaIl PM2.5 è costituito da particelle di dimensioni inferiori a 2,5 micrometri, sufficientemente piccole da penetrare in profondità nei polmoni e potenzialmente entrare nel flusso sanguigno. Può provenire dai gas di scarico dei veicoli, dalle centrali elettriche, dagli incendi boschivi e da altre fonti di combustione. L’NO2 è un gas prodotto principalmente dalla combustione di combustibili fossili ed è associato al traffico.I ricercatori hanno quindi misurato lo spessore corticale del cervello. La corteccia è lo strato esterno del cervello coinvolto nella memoria, nel linguaggio, nel processo decisionale e in molte altre funzioni essenziali. Generalmente la corteccia cerebrale si assottiglia con l’età: ma se questo processo è accelerato, può essere un segno di neurodegenerazione.Il team si è concentrato inizialmente su quattro aree particolarmente vulnerabili alla malattia di Alzheimer: corteccia entorinale, fusiforme, temporale inferiore e temporale media. Queste regioni, considerate insieme, costituiscono una misura combinata dello spessore corticale.La scoperta dell’effetto dell’inquinamento nelle donne e nei giovaniTra le donne anziane una maggiore esposizione a entrambi gli inquinanti è risultata associata a un assottigliamento della corteccia in questo gruppo di regioni cerebrali vulnerabili all’Alzheimer. Per ogni microgrammo aggiuntivo per metro cubo di PM2,5, la differenza stimata nello spessore corticale era paragonabile a circa 13 mesi di invecchiamento. Per ogni parte per miliardo aggiuntiva di NO2, la differenza era paragonabile a circa tre mesi. Brutte notizie, dunque.Perché una corteccia cerebrale più spessa non sempre significa un cervello più sanoNel gruppo di uomini più giovani, una maggiore esposizione all’inquinamento è stata associata a una corteccia cerebrale più spessa nelle regioni vulnerabili alla malattia di Alzheimer. Ma attenzione: sebbene lo spessore sia spesso interpretato come un segno di tessuto più sano, nuove ricerche suggeriscono che la corteccia cerebrale possa ispessirsi temporaneamente durante le prime fasi di alcuni processi patologici, per poi assottigliarsi con il progredire della neurodegenerazione. Insomma, non è proprio un buon segno.L’andamento legato all’età tra gli uomini offre un indizio scomodo: l’associazione tra PM2.5 e maggiore spessore corticale si è gradualmente ridotta tra i 55 e i 64 anni, diventando negativa dopo i 65 anni circa.Il rebus dell’inquinamento“I nostri risultati sollevano la possibilità che i cambiamenti cerebrali legati all’inquinamento non siano lineari”, ha affermato Salminen. “Una corteccia più spessa in un certo momento della vita potrebbe rappresentare una risposta biologica precoce” all’inquinamento. Mentre un assottigliamento più tardi nella vita “potrebbe riflettere un danno accumulato”, conclude la studiosa. Naturalmente occorrono ulteriori ricerche, ma appare chiaro che lo smog impatta sulla salute umana in molti modi. Questo articolo Inquinamento nel mirino: l’insospettabile legame con l’Alzheimer. Ecco chi rischia di più proviene da LaPresse