Si chiama Angie Nixon, è una deputata socialista, ha 42 anni e un passato come sindacalista, ma è soprattutto la sua vittoria del 18 agosto alle primarie democratiche per il Senato USA, dopo una campagna elettorale low budget, ad averla portata sulla scena nazionale. Così in Florida ha sbaragliato la concorrenza, battendo nettamente il rivale dem Alexander Vindman. Una vittoria, quella della più radicale Nixon, che rischia di scontrarsi con l’ala più centrista e moderata del partito, ma che segna un nuovo punto a favore dei democratici in uno Stato storicamente conservatore.La campagna elettorale low budget e la vittoria Deputata statale di Jacksonville, ex organizzatrice sindacale e membro dei Democratic Socialists of America, Angie Nixon si è dovuta confrontare a suon di voti con il candidato dell’establishment e colonnello, Alexander Vindman. Una lotta nel contesto delle primarie dem, che dovevano sancire il candidato pronto a correre per le elezioni speciali al Senato del 3 novembre di quest’anno. Due candidati, Nixon e Vindman, giunti al momento del voto non proprio dopo un combattimento ad armi pari, se di “armi” si può parlare quando entrano in gioco le spese sostenute in campagna elettorale in spot televisivi e comunicazione: 60mila dollari, la cifra investita dalla candidata socialista, contro gli oltre due milioni spesi dal candidato moderato.Difficili da mettere a confronto anche le somme raccolte nel corso delle rispettive campagne, dove la prima si era fermata a 975.000 dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman. A nulla, infine, era valsa la notorietà raccolta negli anni da Vindman, ufficiale dell’esercito assegnato al Consiglio di Sicurezza Nazionale e testimone nel primo processo di impeachment contro Trump, accusato nel 2019 di aver temporaneamente bloccato 391 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina, utilizzandoli come leva per ottenere da Zelenskyy un’indagine politicamente utile contro un suo possibile avversario alle elezioni del 2020. La vittoria dell’underdog socialista si è rivelata infatti schiacciante: 56,1% dei voti per lei, contro il 43,9% a favore di Vindman.Chi sono i sostenitori di NixonConsensi quasi plebiscitari quelli riscossi da Nixon nella sua città d’origine, Jacksonville, dove ha conquistato l’80% delle preferenze, ma risultati significativi anche quelli conseguiti in città universitarie come Orlando e nell’area di Miami-Dade. Nixon ha vinto dopo aver basato la sua campagna elettorale su politiche progressiste come l’assistenza all’infanzia gratuita, il blocco degli affitti a livello nazionale. ma anche sulla richiesta di ridurre gli aiuti militari statunitensi a Israele, ottenendo così il sostegno di altri progressisti nazionali come i deputati democratici Maxwell Frost della Florida, Ilhan Omar del Minnesota, Rashida Tlaib del Michigan e Ayanna Pressley del Massachusetts.La sfida di novembre contro la repubblicana Ashley MoodyLa vera posta in gioco, ora, è il seggio di Marco Rubio al Senato, rimasto vacante dopo la nomina di quest’ultimo a Segretario di Stato. Chi vincerà le elezioni speciali di novembre, occuperà il seggio per il restante periodo del mandato di Rubio, fino a gennaio 2029. Si giocherà tutto il 3 novembre, quando Nixon, fresca della vittoria alle primarie dem, se la vedrà con l’altrettanto fresca vincitrice alle primarie repubblicane, Ashley Moody. Ex procuratrice generale dello Stato, quest’ultima era stata nominata dal governatore Ron DeSantis – in via temporanea – a coprire il seggio vacante di Rubio, in attesa di nuove elezioni. Martedì, ha a sua volta sbaragliato la concorrenza sul fronte conservatore, ottenendo il 75,3% dei voti, e battendo i rivali Chris Gleason, Neelam Perry ed Ernie Rivera.Che significato ha la vittoria di NixonIl successo della socialista Nixon alle primarie può certamente essere interpretato attraverso due diverse chiavi di lettura. Da un lato, l’ennesima mancata conquista da parte di un candidato repubblicano, in uno Stato roccaforte dei conservatori, come quello della Florida. Dall’altro, però, difficile negare come Nixon possa non piacere proprio a tutti, soprattutto quando si tratta degli esponenti dem più moderati e centristi. Lei, però, rifiuta l’etichetta di radicale: «Se credere che le madri non dovrebbero fare tre lavori solo per mantenere un tetto sopra la loro testa è estremo, mi chiamino pure estrema. Ma da dove vengo io, queste cose non sono radicali ed estreme: questa è solo un minimo di dignità umana», aveva dichiarato infatti nel corso della sua campagna elettorale.Resta però un dato di fatto, ovvero che, per quanto i candidati socialisti stiano sbaragliando la concorrenza in diversi angoli della Florida, in un 2026 che li ha visti avanzare da Philadelphia al Michigan, fino a New York e al Colorado, nel resto dello Stato i consensi rimangano soprattutto legati all’establishment più moderato, come è successo per Debbie Wasserman Schultz e Jared Moskowitz, entrambi eletti alla Camera dei rappresentanti nel 2023.Le reazioni all’interno del partito democraticoTiepide le reazioni di alcuni esponenti dem dopo la sua vittoria, a partire da David Jolly, candidato alla guida dello Stato, che ha commentato: «Rifiuto il socialismo», pur dichiarando di apprezzare Nixon per le sue posizioni in tema di salute e istruzione. Più caloroso il commento di Chuck Schumer, leader dei dem al Senato, che ha sottolineato che «Nixon ha dedicato la sua carriera a battersi per la Florida» e «ha a cuore la difesa delle famiglie dei lavoratori». Ai più reticenti a Washington, Nixon ha comunque risposto, senza arretrare: «Farebbero meglio a prepararsi» e «ci renderemo conto che siamo tutti uguali, che non siamo nemici gli uni degli altri e che stiamo tutti lottando». Se Nixon vincesse alle elezioni di novembre, sarebbe la prima senatrice nera della Florida.Il commento compiaciuto di TrumpNon si è fatto attendere invece il commento beffardo e sornione di Donald Trump, da tempo convinto che i candidati progressisti siano più facili da battere alle urne rispetto ai democratici moderati. Agnelli sacrificali della battaglia contro la retorica woke e di una narrazione che descrive i democratici come sempre più estremisti, i candidati socialisti sarebbero i rivali perfetti in vista delle elezioni di midterm: troppo schierati – secondo la logica trumpiana – per intercettare un elettorato indeciso. «Quel viscido di Vindman ha perso contro una lunatica della sinistra radicale. Non è una figata?», ha quindi commentato il presidente su Truth Social. Per poi aggiungere: «Vindman, se ricordate, era colui che aveva mentito sulla mia “telefonata perfetta” con il presidente Zelensky dell’Ucraina, per poi scoprire che la conversazione era stata registrata di routine e aveva dimostrato che avevo ragione al 100% (completamente innocente!)».Le sconfitte alle primarie dei candidati di Trump: da Cory Mills a Megan DegenfelderSonore sconfitte, invece, quelle inanellate dai candidati appoggiati dal presidente Usa. A partire da Cory Mills, battuto alle primarie repubblicane per la Camera dei Rappresentanti in Florida. Un candidato sul quale Trump aveva inizialmente puntato, salvo poi prendere le distanze e sostenere di avergli consigliato di ritirarsi dalla corsa. Ma quella di Mills non è una sconfitta isolata: nelle ultime settimane, diversi candidati sostenuti dal presidente hanno fallito l’assalto alle primarie repubblicane, in Iowa, Minnesota, South Carolina, Georgia e Wyoming, dove la trumpiana Megan Degenfelder è stata battuta dal senatore statale Eric Barlow.Il presidente ha però potuto incassare anche alcune vittorie, a partire da Byron Donalds, che in Florida ha conquistato la nomination repubblicana per la corsa a governatore e a novembre affronterà l’ex repubblicano David Jolly. In Alaska, invece, la corsa al Senato sarà tra il repubblicano Dan Sullivan e la democratica Mary Peltola, in una sfida che potrebbe avere conseguenze sugli equilibri del Congresso.L'articolo Chi è Angie Nixon, la socialista che divide l’establishment dem dopo aver battuto il moderato Vindman in Florida. E come l’ha presa Trump proviene da Open.