di Giuseppe Gagliano – Israele ha condotto otto attacchi contro la base aerea di Abu al-Duhur, nella provincia siriana di Idlib, colpendo pista e depositi in quello che appare come un tentativo di impedirne la riattivazione in vista di una possibile presenza militare turca. L’operazione, che non avrebbe provocato vittime, rappresenta un nuovo segnale della crescente competizione tra Israele e Turchia per gli equilibri della Siria.La base, situata a circa settanta chilometri dal confine turco e inutilizzata come aeroporto militare da anni, potrebbe assumere un ruolo strategico nei programmi di Ankara per sostenere il governo siriano guidato da Ahmed al-Sharaa. Una presenza turca consentirebbe infatti attività di addestramento e sorveglianza e potrebbe comprendere sistemi di difesa aerea e velivoli senza pilota, limitando progressivamente la libertà d’azione dell’aviazione israeliana.Dalla caduta di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, Israele ha colpito numerose infrastrutture e capacità militari siriane e ha rafforzato la propria presenza nelle aree meridionali del Paese. Se durante il precedente governo gli attacchi erano rivolti soprattutto contro le forze iraniane, i depositi di armamenti e le linee di rifornimento di Hezbollah, oggi Tel Aviv punta anche a impedire che altre potenze contribuiscano alla ricostruzione di un apparato militare siriano capace di condizionarne le operazioni.La Turchia è diventata nel frattempo il principale sostenitore politico e militare di Damasco. Ankara punta a consolidare l’autorità del nuovo governo, impedire la formazione di un’entità curda armata lungo il proprio confine, favorire il ritorno di parte dei profughi siriani e ampliare la propria influenza economica e strategica nel Levante.L’attacco ad Abu al-Duhur appare calibrato per evitare uno scontro diretto. Colpire le infrastrutture prima dell’eventuale arrivo di militari turchi permette a Israele di lanciare un avvertimento senza provocare vittime tra le forze di Ankara. La situazione potrebbe però diventare molto più pericolosa qualora la Turchia decidesse di schierare stabilmente uomini, sistemi di difesa aerea e capacità di guerra elettronica nelle basi siriane.Uno scontro diretto avrebbe conseguenze difficilmente prevedibili. Israele dispone di una forte superiorità aerea e di avanzate capacità di intelligence, mentre la Turchia possiede uno dei maggiori eserciti della Nato, un’industria della difesa in espansione e importanti capacità nel settore dei droni e della guerra elettronica. La presenza di personale turco sul territorio siriano aumenterebbe inoltre il rischio di incidenti durante le operazioni israeliane.La crescente rivalità pone un problema anche agli Stati Uniti, alleati strategici di Israele ma legati alla Turchia attraverso la Nato. Washington punta alla stabilizzazione della Siria, mentre Tel Aviv considera essenziale mantenere una libertà d’azione militare che Ankara potrebbe progressivamente limitare.Alla competizione militare si aggiunge quella economica. La ricostruzione siriana richiederà ingenti investimenti in infrastrutture, energia, trasporti e abitazioni, settori nei quali le imprese turche potrebbero conquistare un ruolo centrale, anche grazie ai capitali provenienti dai Paesi del Golfo. Una Siria stabilizzata sotto una forte influenza turca potrebbe inoltre riaprire importanti collegamenti commerciali tra Anatolia e mondo arabo.Israele e Turchia non sembrano interessati a un conflitto diretto, ma perseguono strategie difficilmente conciliabili. Tel Aviv vuole impedire che la Siria torni a disporre di capacità militari in grado di limitarne le operazioni, mentre Ankara punta alla costruzione di uno Stato siriano stabile e legato alla propria sfera d’influenza. Gli attacchi contro Abu al-Duhur mostrano così come la competizione per la Siria rischi di trasformarsi progressivamente in un confronto strategico tra le due maggiori potenze militari della regione.