Akhtar Mansour, l’uomo che trasformò i talebani

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di Giuseppe Gagliano * – La storia del Mullah Akhtar Muhammad Mansour comincia, in realtà, con una morte nascosta. Il Mullah Omar, fondatore e guida storica dei talebani, era deceduto nel 2013, ma la notizia fu tenuta segreta per circa due anni. In quel vuoto accuratamente occultato, Mansour governò il movimento in nome di un capo che non esisteva più.Non si trattava soltanto di proteggere il morale dei combattenti. Nascondere la morte di Omar permetteva di evitare una lotta immediata per la successione, di mantenere i finanziamenti, di impartire ordini attraverso un’autorità simbolica ancora riconosciuta e di impedire che Pakistan, Stati Uniti e governo afghano sfruttassero la crisi.Quando la verità emerse, nel luglio 2015, Mansour si fece proclamare nuovo emiro. La scelta apparve però a una parte del movimento come il risultato di una manovra organizzata da un ristretto gruppo dirigente. Il figlio di Omar, Mullah Yaqub, e comandanti come Abdul Manan Niazi contestarono tanto il metodo quanto la legittimità della successione.Uno scisma che non distrusse il movimento.La frattura produsse una corrente rivale guidata dal Mullah Muhammad Rasul. Niazi ne divenne una delle figure militari più visibili. Per qualche tempo sembrò possibile che i talebani si dividessero in organizzazioni concorrenti, con comandi, finanziatori e territori separati.Mansour reagì combinando cooptazione, forza militare e distribuzione delle cariche. Per rafforzare la propria posizione affidò ruoli importanti a Sirajuddin Haqqani e cercò di assorbire il peso simbolico della famiglia Omar. La sua non fu soltanto una successione personale: fu una riorganizzazione del potere talebano.Il movimento divenne più pragmatico, finanziariamente strutturato e capace di coordinare formazioni locali molto diverse. Imposte clandestine, traffico di oppio, contributi privati, controllo delle strade, sfruttamento delle risorse minerarie ed estorsioni alimentarono un’economia di guerra che non dipendeva da un’unica fonte.Questa autonomia economica fu decisiva. Un’organizzazione insurrezionale sopravvive quando può pagare i combattenti, acquistare armi, risarcire le famiglie e amministrare i territori. Mansour comprese che la continuità finanziaria valeva quanto le vittorie sul campo.La guerra e il doppio gioco dei negoziati.Durante la sua direzione, i talebani intensificarono le operazioni militari e ottennero risultati importanti, tra cui la temporanea conquista di Kunduz nel 2015. La caduta della città mostrò che il governo di Kabul, nonostante l’appoggio occidentale, non riusciva a garantire il controllo stabile del territorio.Mansour mantenne una posizione ambigua nei confronti dei negoziati. Non poteva rifiutarli completamente, perché Pakistan, Cina e Stati Uniti cercavano una soluzione politica. Ma non poteva nemmeno accettarli alle condizioni di Kabul senza rischiare una nuova scissione e la fuga dei comandanti più radicali verso organizzazioni rivali.La guerra diventò così uno strumento negoziale. Ogni offensiva serviva a migliorare la posizione talebana al tavolo delle trattative, mentre ogni apertura diplomatica permetteva di guadagnare tempo, ottenere riconoscimento e approfondire le divisioni tra gli avversari.Il velivolo senza pilota e la sovranità pakistana.Il 21 maggio 2016 Mansour fu ucciso da un attacco statunitense nel Belucistan pakistano, mentre rientrava, secondo le ricostruzioni disponibili, dall’Iran. Viaggiava con documenti pakistani intestati a un’altra identità.L’operazione fu un successo tattico di grande rilievo. Gli Stati Uniti dimostrarono di poter individuare ed eliminare il capo dei talebani ben oltre il territorio afghano. Ma l’attacco mise anche in luce le contraddizioni strategiche dell’intera guerra.La presenza di Mansour in Pakistan confermava l’esistenza di una profondità logistica oltreconfine. Islamabad sosteneva di combattere il terrorismo, ma considerava da tempo alcune componenti talebane strumenti utili per conservare influenza sull’Afghanistan e limitare quella dell’India.Washington, colpendo senza un’autorizzazione pubblica pakistana, mostrò quanto fosse deteriorata la fiducia tra i due alleati. Il Pakistan apparve contemporaneamente come collaboratore, santuario e territorio la cui sovranità poteva essere violata.Una vittoria tattica, una sconfitta strategica.L’eliminazione di Mansour non provocò il crollo dei talebani. Gli succedette rapidamente Haibatullah Akhundzada, affiancato da Sirajuddin Haqqani e Mullah Yaqub. Il movimento riuscì quindi a ricomporre, almeno in parte, le fratture che avevano accompagnato la precedente successione.Dal punto di vista militare, l’episodio dimostrò i limiti delle operazioni di decapitazione. Uccidere un comandante può interrompere comunicazioni e piani operativi, ma non distrugge un’organizzazione radicata socialmente, finanziariamente autonoma e articolata in strutture territoriali.Cinque anni dopo la morte di Mansour, i talebani rientrarono a Kabul. L’attacco americano aveva eliminato un uomo, non le condizioni politiche, economiche e militari che alimentavano l’insurrezione.L’eredità di Mansour si trova proprio qui. Egli trasformò una successione contestata in un sistema di comando capace di sopravvivere alla perdita del proprio vertice. La sua morte sembrò allora una vittoria della superiorità tecnologica statunitense. Con il senno di poi, fu soprattutto la prova che la tecnologia può trovare un bersaglio, ma non necessariamente cambiare il corso della storia.* Giuseppe Gagliano, “Guerre et intelligence économique. Dans la pensée de Christian Harbulot”.