La nuova età dell’oro americana? Visione e ambizioni della strategia tecnologica di Trump (e Kratsios)

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Per interpretare correttamente origine e raggio d’azione della National Security Science & Technology Strategy, pubblicata nei giorni scorsi dall’amministrazione Trump, non bisogna guardare solo alla National Security Strategy, licenziata nel novembre scorso e di cui la strategia ora divulgata è il braccio tecnologico, ma per certi versi soprattutto al rapporto “Science: a New Golden Age” uscito a fine luglio e firmato da Michael Kratsios, direttore dell’ufficio della Casa Bianca per le politiche scientifiche e tecnologiche.Dopo che David Sacks, fino a qualche mese fa zar per l’intelligenza artificiale e la cybersecurity, è tornato a San Francisco alle sue attività di venture capitalist (anche se continua ad essere un consulente del presidente), Michael John Kotsakas Kratsios, quarantenne dalle chiare origini greche, è rimasto di gran lunga la persona più influente in materia tecnologica nell’attuale amministrazione statunitense. Di cui non è certo una meteora visto che, appena trentenne, fu nominato all’inizio del primo mandato di Trump Chief Technology Officer Usa per poi assumere negli ultimi sei mesi lo strategico ruolo di sottosegretario alla difesa per la ricerca e l’ingegneria. L’aspetto che separa Kratsios da Sacks ma anche da Musk e dai tantissimi altri approdati a Washington dalla Silicon Valley e dai board meeting aziendali per lavorare in questa amministrazione è che la sua carriera è iniziata e sta proseguendo nel settore pubblico. Con un antipasto, quando era ancora uno studente di Princeton, come stagista di Lindsey Graham, senatore repubblicano recentemente scomparso che, dopo la morte di John McCain, è stato per molti anni la voce repubblicana più autorevole sui temi di politica estera e di sicurezza.Venendo ora alle idee di base di “Science: a New Golden Age” e cosa ci fa capire delle priorità e delle azioni riportate nella strategia per la sicurezza tech, innanzitutto, fin dalle righe iniziali e prima ancora dallo scambio di lettere con Trump e dal titolo stesso, Kratsios si confronta non senza una dose di notevole ambizione con il celeberrimo rapporto “Science: the Endless Frontier” preparato da Vannevar Bush, principale consigliere scientifico dei presidenti Roosevelt e Truman. A quel rapporto, che fece letteralmente epoca, seguirono molti atti concreti, il più importante dei quali fu la costituzione della National Science Foundation, ancora oggi uno dei veicoli principali della ricerca pubblica statunitense. Anche allora gli Usa si trovavano alle prese con straordinari avversari, la Germania e il Giappone sulla via di essere sconfitti e già all’orizzonte l’Unione Sovietica pronta a passare molto velocemente da alleata ad avversaria.Due sono però le principali differenze che Kratsios individua rispetto al 1945. Per quanto molti anche negli Usa pensassero allora e fino almeno ai primi anni Sessanta che l’Unione Sovietica potesse sopravanzare gli Stati Uniti in alcune tecnologie (si pensi allo spazio dopo il lancio dello Sputnik oppure alle armi nucleari) o per tasso di crescita economica, oggi la sfida cinese è decisamente più difficile da vincere. E per tutto il documento così come nella strategia per la sicurezza è evidente che il grande protagonista sia la superpotenza asiatica. Sia quando è citata esplicitamente sia quando non lo è ma i riferimenti sembrano altrettanto chiari. Non è solo un tema demografico (per quanto le traiettorie future possano mettere in dubbio il primato da qui alla fine del secolo, la Cina ha oggi una popolazione di più di quattro volte superiore agli Usa) ma anche di capacità di innovazione.E qui veniamo alla seconda differenza. Se ai tempi di Vannevar Bush e fino a qualche tempo fa era piuttosto pacifica la divisione di competenze nella scienza tra il pubblico e il privato, con il primo che dovrebbe occuparsi della ricerca di base e il secondo di quella applicata, oggi la situazione è radicalmente cambiata per una serie di ragioni che hanno messo in crisi il cosiddetto modello lineare immaginato al tempo, che prevedeva stadi di sviluppo successivo ben delineati delle singole tecnologie. Ai tempi dell’Agi e degli enormi budget messi in campo da attori privati, questa distinzione risulta inutilmente schematica. Soprattutto di fronte a un sistema come quello cinese dove il mix pubblico-privato, al di là degli squilibri generati in termini di indebitamento e sovracapacità produttiva, ha portato a un’accelerazione tecnologica spaventosa. Alla quale secondo Kratsios, che peraltro ha nel suo curriculum un periodo di visiting all’università Tsinghua di Pechino, uno dei principali motori accademici dell’innovazione cinese e alma mater di molti dei suoi protagonisti, avrebbero contribuito in misura determinante oltre ai massicci furti di proprietà intellettuale anche la possibilità di sfruttare in maniera opportunistica l’eccellenza del sistema universitario americano nonché gli investimenti diretti o indiretti di soggetti Usa. Non è un caso che la strategia per la sicurezza scientifica e tecnologica riservi molta attenzione a questi temi, provando anche a tracciare un test di vicinanza relativa tra le due superpotenze, a partire dai Paesi alleati.L’accesso a tecnologie e capitali e più in generale il livello di cooperazione con gli Stati Uniti dipenderà sempre di più dalla capacità di provare la propria distanza da soggetti ritenuti avversari, a partire evidentemente dalla Cina. A chi sarà in grado di superare il test si promette anche uno snellimento dei processi di screening e autorizzazione (la semplificazione per ricercatori e innovatori è uno dei perni essenziali per aumentare la competitività Usa sui quali convergono sia il rapporto che la strategia). Ma come detto è nelle relazioni pubblico-privato che si possono notare alcune delle principali novità del rapporto sulla scienza di Kratsios e della strategia per la sicurezza tecnologica. Non solo non ha più senso una suddivisione di ruoli che lasci aziende, settore pubblico e mondo della ricerca come compartimenti stagni o comunque ben distinti.Nel nuovo mondo serve invece una collaborazione più spinta, in grado di accelerare i cicli tecnologici. Ma soprattutto di orientarli, abbandonando la logica implicita del laissez faire scientifico e tecnologico perseguito finora. Con un ruolo pubblico non più passivo o di semplice tappa buchi rispetto ai possibili fallimenti del mercato. Di fatto appare, almeno in superficie, un evidente riconoscimento dei successi (almeno fino ad ora e pur non sempre confermati dall’evidenza empirica) delle politiche industriali perseguite negli ultimi decenni dall’East Asia e, in un contesto istituzionale diverso, anche della Cina.Anche se bisogna sottolineare un forte tocco statunitense non solo nella retorica, con i continui riferimenti al dinamismo e alla vitalità del libero mercato, ma anche ad esempio nella valorizzazione del ruolo di chi dovrebbe essere il protagonista vero dei processi di innovazione, ben presente in entrambi i documenti. Un ricercatore liberato il più possibile dai tanti impegni amministrativi e in grado di fare più velocemente carriera e vedersi riconosciuti i propri meriti, in termini ad esempio brevettuali, anche nell’amministrazione pubblica. Con quest’ultima giudicata in base ai risultati raggiunti ma anche alla disponibilità ad assumersi rischi elevati per raggiungere obiettivi più sfidanti.Molte sono le incognite sulla strada dell’implementazione della strategia di sicurezza tecnologica e più a monte della visione sulla scienza made in Usa delineata da Kratsios. Ad entrambi i documenti non fanno certo difetto ambizione e visione. In attesa di capire se l’attuazione sarà all’altezza, sia nella capacità di tradurre i principi in dettagli di policy che nella disciplina di azione della Casa Bianca. Che in questo anno e mezzo sono sembrate decisamente inferiori rispetto agli standard minimi richiesti.