Mentre in Italia cresce la pressione per riaprire gli incentivi della Transizione 5.0 alla tecnologia verde cinese, più economica ma capace di erodere ciò che resta della manifattura europea, il rapporto tra Bruxelles e Pechino torna al centro della partita strategica. L’Europa, infatti, da una parte insegue un suo futuro energetico ma dall’altra si consegna sempre di più con le proprie mani alla dipendenza da Pechino. È da questa immagine che parte l’analisi di Carlo Pelanda, economista e saggista esperto del settore, che nell’intervista a Formiche.net mette in fila i segnali di un possibile cambio di passo di Bruxelles e le condizioni perché il negoziato con la Cina porti a risultati positivi e concreti.Come si colloca l’Europa rispetto alla Cina sotto le lenti della transizione energetica?L’Europa, in modo miope, mira alla transizione energetica, vuole guardare al futuro, ma per questioni tattiche a volte preferisce continuare a utilizzare materiali, componenti o prodotti cinesi. A livello strategico si ha così un’Europa che con le sue stesse mani si sta legando sempre di più alla Cina, rafforzando la propria dipendenza. O questa almeno, secondo me, era la situazione circa un mese, un mese e mezzo fa. I segnali più recenti suggeriscono invece che l’Unione europea sta cercando un modo un po’ più assertivo per definire i propri interessi. O almeno che ci sia l’intenzione.Che intende col legarsi sempre di più?Continuiamo a comprare pannelli dalla Cina perché produrli in casa ci costa di più. In alcuni settori c’è una maggiore spinta, sotto il titolo dell’indipendenza energetica, ma lo scoglio è che la Cina offre una tecnologia non buonissima, abbastanza ben funzionante, ma soprattutto a un prezzo imbattibile. E qui c’è il problema del dumping. E questo è solo un settore, ma ce ne sono tanti altri dove come tecnologia siamo, o possiamo diventare rapidamente, superiori, ma come prezzo no. Se si analizza il sistema cinese, tutto ciò che esportano oltre un certo livello di tecnologia è assistito, direttamente o indirettamente, dallo Stato, e questo impedisce la concorrenza per prezzo. Prenda il “bianco”, le lavatrici: non lo si può più fare, non per la qualità ma per il prezzo. È una grande crisi del sistema industriale italiano. E non parliamo delle automobili: lì un dazio ci vuole, ma la Germania ha un posizionamento antico, dai primi anni Novanta, che fa difficoltà a smontare. Un compromesso macro — tu esporti 200 miliardi, ma mi permetti di esportare altrettanto — è difficile.Come possiamo reagire?La soluzione tradizionale è alzare i dazi su una lista di merci, ma l’esperienza americana mostra che l’approccio dazista provoca notevoli danni. Penso quindi che l’Unione europea si debba orientare verso un compromesso con la Cina, secondo cui Bruxelles e gli Stati Membri non tirano su sbarramento alla maniera americana, mentre Pechino garantisce agli europei accesso al suo mercato o una minore pressione su alcuni settori. L’Unione europea ha un deficit commerciale di circa 300 miliardi, quindi nel negoziato c’è l’interesse a bilanciarlo.Quali strumenti restano per contrastare la Cina?Guardiamo a quanto succede sulle terre rare dove è in corso la strutturazione della Pax Silica da parte degli Stati Uniti, cui l’Italia ha aderito, che altro non è che una globalizzazione selettiva, un mercato delle democrazie compatibili con un ciclo di estrazione e lavorazione indipendente dalla Cina. Non ci si riesce in un anno o due, ma in cinque o qualcosa di più sì, e questo è importante. Un secondo livello è il Golden Power, che l’Italia ha già esercitato, per esempio con Pirelli, ma la presenza cinese nelle proprietà di aziende di rilievo è ancora pesante.E sul fronte transatlantico, è possibile un approccio euro-americano comune?L’Unione europea non riesce a convergere con gli Stati Uniti per un approccio potenziato euro-americano. L’America, da un lato, è più dura sui dazi, ma è anche molto più disponibile a mollarli in cambio di concessioni geopolitiche. L’Unione europea vuole evitare una guerra economica con la Cina, quindi il ricorso all’arma dei dazi e delle barriere è più problematico per gli europei, non tanto sul piano tecnico, ma perché non c’è il consenso per farlo in maniera coesa. Ma anche questo gap deve essere colmato necessariamente.Qual è quindi la sua ricetta?Suggerisco di isolare i punti di debolezza della Cina, agire su questi per fare dissuasione, e poi dichiarare una disponibilità di compromesso, affinché non ci sia una guerra economica totale che farebbe male alla Cina ma anche agli europei, per le conseguenze indirette sul mercato globale. Il punto decisivo è la coesione. Se voglio fare cose serie devo avere più convergenza interna tra gli europei. A livello di Consiglio europeo la materia deve essere vista da tecnici molto preparati, per comunicare ai cinesi che l’Europa agisce con una voce sola. E questa voce deve far capire che comprendiamo le loro difficoltà, poiché pur con risultati apparentemente splendidi la Cina è in fase di implosione, anche se i sistemi dittatoriali possono andare avanti pure senza le condizioni di stabilità tipiche, ma dobbiamo mostrare che possiamo fargli molto male. In questo momento non lo stiamo dimostrando, perché non c’è abbastanza unità dell’interesse nazionale dentro l’Unione europea.