Giappone. Terre rare a seimila metri di profondità per ridurre la dipendenza dalla Cina

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di Giuseppe Gagliano – Stati Uniti e Giappone puntano allo sfruttamento di un enorme giacimento di terre rare individuato a circa seimila metri di profondità nei fondali del Pacifico, vicino all’isola giapponese di Minamitorishima. L’obiettivo è costruire una catena di approvvigionamento alternativa a quella dominata dalla Cina per materiali diventati indispensabili all’industria civile e militare.Secondo le stime dei ricercatori giapponesi, i fondali della zona potrebbero contenere oltre 16 milioni di tonnellate di elementi delle terre rare, tra cui disprosio, terbio, ittrio e gadolinio. Alcune valutazioni indicano riserve di ittrio sufficienti a coprire per secoli l’attuale domanda mondiale. I campioni analizzati presenterebbero inoltre concentrazioni di sostanze radioattive inferiori a quelle di diversi giacimenti terrestri.Il progetto presenta tuttavia enormi difficoltà tecnologiche ed economiche. I fanghi dovrebbero essere raccolti sul fondale e trasportati in superficie attraverso condotte lunghe chilometri, utilizzando apparecchiature capaci di resistere a pressioni elevate e alla corrosione. Sarebbero inoltre necessarie navi specializzate e nuove infrastrutture per il trattamento del materiale estratto.Le terre rare sono fondamentali per magneti ad alte prestazioni, motori elettrici, turbine, sistemi elettronici e numerose tecnologie energetiche. La loro importanza riguarda soprattutto il settore militare, dove vengono utilizzate per velivoli da combattimento, missili guidati, sommergibili, radar, satelliti e sistemi senza pilota.Il principale vantaggio strategico della Cina non deriva però soltanto dalle riserve minerarie. Pechino controlla una parte determinante delle capacità mondiali di separazione, raffinazione e trasformazione delle terre rare. Stati Uniti e Giappone dovrebbero quindi sviluppare l’intera filiera industriale, perché estrarre i materiali dal Pacifico per poi dipendere da impianti cinesi per la loro lavorazione non risolverebbe il problema.Esiste anche un’incognita economica. Pechino potrebbe rispondere alla nascita di nuovi concorrenti aumentando l’offerta e abbassando i prezzi, rendendo meno conveniente l’estrazione sottomarina. Per questo il progetto potrebbe richiedere finanziamenti pubblici, contratti di acquisto a lungo termine e riserve strategiche, assumendo le caratteristiche di un’infrastruttura di sicurezza nazionale più che di una normale iniziativa mineraria.Restano inoltre le conseguenze ambientali. La rimozione dei sedimenti a grandi profondità potrebbe danneggiare ecosistemi ancora poco conosciuti e produrre nubi di particelle capaci di estendersi oltre le zone interessate dalle operazioni. Tokyo dovrà quindi dimostrare che lo sfruttamento delle risorse presenti nella propria zona economica esclusiva può avvenire secondo criteri ambientali rigorosi.La collaborazione con Washington trasforma così Minamitorishima in un punto strategico della competizione economica nel Pacifico. Il Giappone dispone della posizione geografica, delle competenze scientifiche e dei diritti di sfruttamento, mentre gli Stati Uniti possono offrire capitali, tecnologie e una domanda industriale e militare di lungo periodo.L’obiettivo non è cancellare rapidamente il predominio cinese, ma creare una filiera capace di resistere a eventuali restrizioni delle esportazioni da parte di Pechino. La sfida decisiva non sarà quindi soltanto portare in superficie i fanghi situati a seimila metri di profondità, ma costruire impianti e competenze capaci di trasformarli nei materiali necessari alle industrie occidentali.