In ricordo di Franco Baresi: quell’insegnamento sulla leadership (non solo nel calcio) del Capitano

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Al di là delle sue gesta sul campo, Calcio e Finanza non conosceva bene Franco Baresi. Anche perché il suo ruolo dirigenziale all’interno della società rossonera (vicepresidente onorario) non era di quelli che vengono a contatto più spesso con i temi più frequentemente trattati da questa testata. Pertanto, dopo averne doverosamente pubblicato la notizia della scomparsa, è sembrato doveroso lasciare spazio a chi aveva vissuto da vicino la leggenda del Milan e della Nazionale azzurra. E quindi questo articolo giunge volontariamente a distanza di tempo dalla morte del campione di Travagliato.Nello specifico questa testata aveva conosciuto Baresi per mezz’ora o poco più. Un lasso di tempo insufficiente per dire qualsiasi cosa di una persona ma che però bastò, senza che lui intendesse minimamente dare una qualsivoglia lezione, per attingere un insegnamento sulla leadership (valevole non solo nel mondo del calcio) che anche a distanza di anni è rimasto nella mente di chi per lavoro è abituato a parlare da vicino con industriali, capitani di impresa e manager che giustamente sono (o sono stati) celebrati per le loro doti di guida di un’azienda o di una qualsiasi organizzazione.Proprio per questo nel giorno di Ferragosto questa testata ha ritenuto opportuno narrare questo aneddoto. Un insegnamento valido non solo per il mondo dello sport, ma che si attaglia perfettamente a ogni lavoro di squadra, sia esso in economia, in finanza o in qualsiasi settore della vita lavorativa e non.I RICORDI DELL’EPOPEA BERLUSCONI E I DERBY LEGGENDARI, MA IL DOLORE PER QULLA RETROCESSIONE SUL CAMPOSi era nell’autunno 2022 qualche settimana dopo che ad agosto Gerry Cardinale aveva siglato il closing con Elliott che lo ha portato a diventare proprietario del Milan. E la società rossonera aveva organizzato un evento nel quartier generale di via Aldo Rossi con lo scopo della presentazione del businessman newyorchese al mondo dei media italiani. Il programma era denso e in una pausa dell’evento uscimmo su uno dei balconcini di Casa Milan che danno sul piazzale antistante. Di lì a poco, assolutamente per caso (non c’era alcun appuntamento preventivato) uscì sullo stesso balconcino l’amico Carlo Pellegatti accompagnato da Baresi. Carlo introdusse gli uni agli altri e di lì prese piede una piacevolissima conversazione sul calcio di adesso e su quello che fu, spaziando su vari temi degli ultimi 40 anni e più.Ovviamente si parlò di tutti i trionfi dell’era Berlusconi di cui Baresi era stato protagonista primo e assoluto (non a caso il Presidentissimo gli dedicò quel Pallone d’Oro che invece France Football sempre gli negò) e di quella squadra di Sacchi che rivoluzionò per sempre il modo di giocare al calcio, ivi incluso il suo ruolo di libero. Poi si passo ai derby con l’Inter del suo amico Beppe Bergomi e dei tre tedeschi Matthaeus, Brehme e Klinsmann, squadra che riteneva tra le più difficili da battere tra quelle affrontate. Per poi tornare ancora più indietro, allo scudetto della stella del 1978/79. Quando Baresi non era ancora “Kaiser Franz” (in ricordo dell’immenso Beckenbauer) o “Il Capitano” ma semplicemente “El piscinin” per via dei suoi 18 anni in una squadra, quella di Niels Liedholm, che annoverava giocatori e campioni già affermati quali Albertosi, Novellino, Maldera III, Capello, Bigon, Collovati oltre ovviamente a capitan Rivera.Dopodiché, senza che noi lo volessimo minimamente (se non altro per il rispetto dovuto a cotanto giocatore che ci stava regalando perle nei suoi racconti) il discorso scivolò sugli anni bui delle retrocessioni. Sulla prima (quella del 1979/80) non c’era molto da dire visto che a gran parte della squadra si poteva dire ben poco. Il Milan si classificò terzo in quella stagione però venne retrocesso a causa dello scandalo scommesse (e certamente Baresi non era tra i giocatori coinvolti).Quando si passò alla seconda, quella sul campo della stagione 1981/82, si notò subito che subì il contraccolpo.Immediatamente pensammo: ma come?Si aveva davanti:uno tra i migliori, se non addirittura il migliore, difensore della storia del calcio, uno che aveva vinto da capitano tre Coppe dei Campioni e svariati scudetti,uno che dopo un infortunio e un recupero lampo aveva disputato nella finale Mondiale 1994 probabilmente la miglior partita mai giocata da un difensore nei tempi moderni (anche se poi le immagini di repertorio lo riprendono sempre nel momento dell’errore dal dischetto o delle lacrime mentre è consolato dall’allora capo delegazione della Nazionale Raffaele Ranucci).Non solo, ma tra le innumerevoli altre si aveva davanti anche:un giocatore che i tifosi del Milan hanno scelto quale “Rossonero del secolo” nel 1999,un giocatore che secondo Diego Armando Maradona era il “massimo”, il migliore difensore di tutti i tempi,un giocatore che non aveva mai abbandonato il Milan e Milanello anche quando la società era talmente malmessa che per raggranellare qualche soldo organizzava i pranzi di matrimonio nel centro sportivo di Carnago (Berlusconi era ancora molto in là da venire),un giocatore che proprio nella stagione 1982/83 in Serie B rispondeva alla convocazione della Nazionale per debuttare in Azzurro il sabato (a Firenze contro la Romania nelle qualificazioni agli Europei 1984), ma non saltava il giorno successivo neppure l’impegno con il Milan nella categoria cadetta (nello specifico contro il Como al Sinigaglia),e non da ultimo un giocatore, Baresi, che fu anche l’unico dei tre grandi capitani rossoneri ad aver dovuto sostenere la prova (superata nella maniera più brillante possibile) di attaccamento al club. Visto che non lasciò mai la società né negli anni della B né in quelli immediatamente successivi la seconda promozione (nei quali il Milan non partiva per vincere lo scudetto). In questo senso né Paolo Maldini né Gianni Rivera dovettero sostenere tale prova, dato che i presidenti delle loro epoche furono sempre comunque in grado di allestire squadre competitive se non supercompetitive.Insomma veramente davanti a un totem del genere, noi eravamo lì a parlare dell’anno della retrocessione in B?Per fortuna i ricordi di bambino vennero in aiuto ed esclamai: «Sì però Franco tu (nel frattempo si era passati dal formale Lei a un tono più colloquiale, ndr) quella stagione la saltasti quasi completamente per infortunio. Non vorrai mica dire che se avessi giocato un po’ di più non avreste fatto i punti necessari per salvarvi? (il Genoa evitò la Serie B a scapito dei rossoneri per un punto soltanto al termine di quella stagione, ndr)».Baresi annuì e accolse “l’attenuante”. Però solo in parte. Il suo sguardo (quello sguardo che stando ai racconti dei suoi ex compagni di squadra ne faceva un leader silenzioso, uno a cui bastava parlare con gli occhi) era come se dicesse: “È vero, però c’ero comunque anche io”.E il pensiero andò subito a quei leader (nel calcio, ma non solo) che non ci mettono un secondo a intitolarsi i meriti quando le cose vanno bene e nello stesso tempo non impiegano molto nello scaricare su altri le colpe quando al contrario vanno male.Baresi, invece, che poteva mettere in fila un numero di trofei da fare impallidire la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, ancora si crucciava perché su quella nave di quella stagione flop di 40 anni prima c’era anche lui. Stagione di cui per altro aveva colpa minima se non alcuna.Perché poi noi, da giornalisti attenti ai numeri, siamo andati a scandagliare nei giorni successivi la stagione 1981/82 del Milan, scoprendo che Baresi giocò in quella annata 18 partite su 30 (il campionato allora era a 16 squadre con la vittoria che valeva due punti) e la media punti rossonera con Baresi in campo fu di 0,88 mentre quando il numero 6 era stato assente calava a 0,66. Insomma tutto lascia pensare che se il campione di Travagliato non avesse avuto quell’infortunio, il Milan si sarebbe quantomeno salvato tranquillamente. Anche se non ci sarà mai la controprova.Quello che è sicuro invece è la forza con la quale giunse quel messaggio di Baresi. Un messaggio su cosa significa essere parte di una squadra, o ancora di più, guidarla da leader. Un insegnamento valido certamente nel mondo del calcio ma che si può, come si diceva, estendere a tutti contesti sociali e lavorativi in cui il lavoro di gruppo è necessario.