Per anni è bastato sollevare un “dubbio” o manifestare disagi, su Vicofaro, per finire dalla parte sbagliata della barricata. Don Massimo Biancalani era diventato il “prete dei migranti”, l’incarnazione di un’accoglienza senza esitazioni; chi contestava modalità, numeri e conseguenze di quel modello rischiava invece di essere arruolato d’ufficio nell’esercito degli intolleranti. Peggio: dei fascisti.La decisione del VaticanoPoi è arrivato il Vaticano. Il Dicastero per il Clero ha respinto i ricorsi presentati dal sacerdote contro la decisione del vescovo di Pistoia, confermandone la rimozione dalla guida delle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini.Una circostanza che rende questa storia molto più interessante della solita contrapposizione tra destra e sinistra. Perché questa volta non c’è Salvini. Non c’è il governo Meloni. Non c’è qualche sindaco “cattivo” e di destra da accusare di voler mettere i bastoni tra le ruote alla solidarietà. C’è la Chiesa.Ed è proprio questo il punto che dovrebbe suggerire qualche riflessione a quanti, per anni, hanno trasformato Vicofaro in una specie di “santuario politico” dell’accoglienza.Il problema non è mai stato stabilire se aiutare chi si trova in difficoltà sia giusto. Naturalmente lo è.Il problema è un altro: può la bontà di un principio rendere irrilevante il modo in cui viene applicato? La risposta dovrebbe essere ovvia. No.Già nel giugno 2025 era stata la stessa Diocesi di Pistoia, intervenendo sulla situazione di Vicofaro, a parlare di un numero “esorbitante” di ospiti e di condizioni di alloggio “gravemente precarie ed anche pericolose”, innanzitutto per le persone accolte. Parole difficilmente riconducibili alla propaganda sovranista.Eppure per troppo tempo una parte del dibattito pubblico italiano sull’immigrazione ha funzionato secondo un meccanismo elementare: chi accoglie è buono, chi domanda come, quanti, dove e secondo quali regole diventa sospetto. È una caricatura della realtà che ha prodotto danni enormi.Perché accogliere non significa semplicemente aprire una porta. Significa garantire sicurezza, condizioni dignitose, percorsi di integrazione, rispetto delle norme e convivenza con il territorio. Ne possono raccontare gli abitanti adiacenti della parrocchia. Altrimenti l’accoglienza rischia di diventare soltanto concentrazione di persone fragili dentro situazioni altrettanto fragili. E chiamarla solidarietà non basta a risolvere il problema.La lezione di VicofaroDon Biancalani sostiene che alla radice della sua vicenda vi sia proprio l’accoglienza dei migranti che ha praticato negli anni e che egli considera coerente con il magistero di Papa Francesco. È la sua interpretazione ed è giusto riportarla. Ma rimane un fatto difficilmente aggirabile: dopo il provvedimento del vescovo e i ricorsi presentati dal sacerdote, Roma non gli ha dato ragione.E allora Vicofaro dovrebbe almeno servire a liberarci da un equivoco. Le regole non sono nemiche della solidarietà. Sono ciò che impedisce alla solidarietà di trasformarsi in arbitrio. Lo Stato deve rispettarle. Le amministrazioni devono rispettarle. I cittadini devono rispettarle. E sì, devono rispettarle anche coloro che agiscono mossi dalle intenzioni più nobili.Forse è questa la parte della vicenda che farà più fatica a essere digerita da chi per anni ha trasformato don Biancalani in un simbolo politico: alla fine non è stata la destra a mettere in discussione quel modello. È stata la sua stessa Chiesa.E quando persino il Vaticano arriva a ricordare che accogliere non significa poter prescindere dalle regole, forse sarebbe il caso di smettere di chiamare “intolleranza” ogni domanda scomoda sull’immigrazione. Perché tra il respingere chi ha bisogno e l’accogliere senza limiti esiste una terza strada. Si chiama responsabilità. E rispetto. Anche della città in cui si opera e si predica il Vangelo.L'articolo Rimosso il “prete dei migranti”, ecco la lezione di Vicofaro proviene da Nicolaporro.it.