Il 29 agosto gli islandesi potrebbero porre all’Europa una domanda assai più importante di quella scritta sulla scheda: per commerciare liberamente, muovere capitali, lavorare e investire oltre frontiera è davvero necessario consegnare sempre maggiori poteri a Bruxelles?L’Islanda rappresenta un caso quasi perfetto. Fa parte dello Spazio economico europeo, partecipa al mercato unico e aderisce a Schengen. Merci, servizi, capitali e persone circolano liberamente. È dunque profondamente integrata nell’economia continentale pur restando fuori dall’Unione europea.Un referendum per i negoziatiIl referendum comunque non riguarda direttamente l’adesione. Una vittoria del sì consentirebbe di riaprire i negoziati interrotti nel 2013; l’eventuale accordo finale dovrebbe poi essere sottoposto a un secondo voto popolare.Secondo il sondaggio Gallup riportato da Reuters, il Paese è diviso esattamente a metà sulla ripresa delle trattative: 46 per cento favorevole, 46 contrario e 8 per cento indeciso. Il consenso per l’ingresso effettivo rimane inferiore.Ed è comprensibile. L’Unione alla quale Reykjavik dovrebbe aderire è ormai molto diversa dall’idea originaria di un grande spazio nel quale abbattere frontiere economiche e ostacoli agli scambi.Il grande equivoco UeIl grande equivoco europeo è stato confondere mercato comune e governo comune. Infatti, abbattere un dazio significa togliere potere alla politica. Imporre un regolamento uniforme significa invece restituirglielo. In sostanza, permettere a un’impresa di vendere liberamente in tutta Europa amplia il mercato; stabilire da Bruxelles come debba produrre, quali standard debba rispettare e quali obiettivi debba perseguire restringe nuovamente la libertà.Com’è oramai acclarato, l’Europa che avrebbe potuto essere una gigantesca area di libertà economica si è progressivamente trasformata in una macchina regolatoria, un leviatano onnivoro e pervasivo, peraltro destinato a crescere ancora. Energia, agricoltura, automobili, finanza, tecnologie, immobili: quasi nulla sembra poter sfuggire alla sua vocazione normativa. A ogni problema corrispondono una direttiva, un regolamento, un obiettivo obbligatorio, un nuovo adempimento.Dietro questa ipertrofia burocratica esiste anche una cultura politica riconoscibile: diffidenza verso il mercato e la proprietà, fiducia nella pianificazione e convinzione che tecnocrati e politici possano indirizzare meglio degli individui le trasformazioni economiche. A essa si accompagna un’impronta progressista e sinistrorsa che utilizza le istituzioni europee per imporre dall’alto politiche ambientali, economiche e sociali che nei singoli Paesi incontrerebbero maggiori resistenze.A tal proposito, il Green Deal è emblematico. Invece di affidarsi all’innovazione, ai prezzi e alle preferenze dei consumatori, Bruxelles ha costruito un enorme sistema di obiettivi, standard e vincoli. Persino la proprietà immobiliare è entrata nel raggio d’azione del pianificatore attraverso le politiche energetiche sugli edifici.Il dilemma dell’IslandaOccorre pertanto chiedersi: perché un Paese prospero di poco più di 400 mila abitanti dovrebbe volontariamente trasferire ulteriori competenze a questa struttura?La pesca rende il problema ancora più evidente. È una risorsa fondamentale dell’economia islandese, sulla quale Reykjavik ha sempre difeso la propria autonomia. L’adesione comporterebbe il confronto con la politica comune europea della pesca e Reuters indica proprio pesca e agricoltura tra i capitoli più difficili dell’eventuale negoziato.Chi deve decidere delle risorse islandesi: gli islandesi oppure un apparato sovranazionale nel quale il loro peso sarebbe inevitabilmente limitato? I sostenitori dell’adesione avanzano un’obiezione seria. Attraverso lo Spazio economico europeo, l’Islanda già recepisce numerose norme del mercato unico senza avere lo stesso peso degli Stati membri nella loro elaborazione. Entrare significherebbe dunque partecipare maggiormente alle decisioni.Ma l’argomento può essere rovesciato. Se Bruxelles produce troppe norme, la soluzione non è necessariamente entrare nella macchina per ottenere un posto al tavolo. È ridurre le materie sulle quali quella macchina può decidere. L’alternativa alla centralizzazione non consiste nell’avere un rappresentante in più nella stanza dove si centralizza, ma nel lasciare più decisioni fuori da quella stanza.Il senso del votoL’Europa avrebbe potuto svilupparsi come un continente aperto nel quale ordinamenti differenti competono tra loro. La concorrenza, infatti, non riguarda soltanto le imprese. Riguarda anche gli Stati. Se un governo tassa troppo, regolamenta male o soffoca l’iniziativa privata, cittadini, imprese e capitali devono poter scegliere ordinamenti migliori. È uno dei limiti più efficaci al potere politico.L’armonizzazione, al contrario, tende a eliminare questa possibilità. Se tutti devono applicare regole analoghe, diventa più difficile sottrarsi a quelle peggiori. La regolamentazione uniforme rischia così di trasformarsi in una sorta di cartello degli Stati contro la libertà di scelta degli individui.Il referendum islandese riguarda quindi molto più del Paese nordico. Ricorda che Europa e Unione europea non sono sinonimi, come non lo sono mercato comune e governo comune. Si può desiderare un continente senza frontiere economiche e rifiutare una burocrazia sovranazionale pervasiva. Si può difendere la libera circolazione e combattere l’uniformazione.L’Islanda possiede già una parte essenziale di ciò che la struttura comunitaria può offrirle: l’accesso al mercato unico. Ciò che rischierebbe di cedere entrando nell’Unione è molto più prezioso: la propria autonomia.Se il 29 agosto gli islandesi scegliessero di non riaprire i negoziati, non voterebbero contro l’Europa. Difenderebbero un’altra Europa: meno potere, meno burocrazia, meno ideologia e più mercato, proprietà e libertà. Perché il mercato può essere comune senza che debba diventarlo anche il padrone.L'articolo Islandesi, perché consegnarsi alla burocrazia di Bruxelles? proviene da Nicolaporro.it.