La musica non va in ferie

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Fa caldo. Antó, fa caldo. La gente ha poca voglia di lavorare nel nostro paese. E l’Italia rallenta. E le città si svuotano per le classiche settimane di ferie agostane. Intanto, un settore continua a interrogarsi su un paradosso tutto mediterraneo: possiamo davvero permetterci di fermare la musica proprio quando il pubblico ha più tempo per viverla? Stai facendo i compiti delle vacanze? Se già pronto per le attività del prossimo autunno? La chiusura estiva dei rivenditori, delle rassegne e degli spazi culturali, in Italia e in diversi paesi dell’area mediterranea, quasi potrebbe diventare un’abitudine folle, consolidata ma scapestrata. Un rito collettivo spegne le città, rallenta i servizi e sospende, insieme a tutto il resto, anche l’offerta musicale dal vivo. Le case discografiche e gli uffici stampa chiudono gli uffici. Ma applicare questa logica di pausa generalizzata all’arte dei suoni rischia di essere un errore di prospettiva. La musica, per sua natura, è un flusso continuo, difficile da programmare secondo calendari rigidi o da sospendere per consuetudine. Il bisogno di cultura, di concerti, di luoghi in cui ritrovarsi non conosce sosta stagionale: anzi, tende ad amplificarsi proprio nei mesi estivi, quando le persone dispongono di più tempo libero e di maggiore propensione a uscire, socializzare, cercare esperienze condivise. Chiudere i club invernali per collaborare con quelli estivi, interrompere le programmazioni, silenziare le città nelle settimane centrali dell’estate significa quindi rinunciare a un’occasione, non semplicemente rispettare una tradizione. Un’occasione economica, prima di tutto, in un comparto, quello della musica dal vivo e dell’intrattenimento notturno, (il)limitato a emulazioni di Festival bar in piazza e dimenticabili dj set sulla spiaggia, già segnato da margini fragili e da una ripresa faticosa dopo gli anni difficili della pandemia. Trattare l’espressione artistica come un negozio di alimentari che abbassa la saracinesca per ferie significa, implicitamente, declassarla a servizio accessorio, sospendibile senza conseguenze. Un rischio non da poco per un settore che rivendica, giustamente, il proprio ruolo sociale e identitario nella vita delle cittàMa anche un’occasione culturale: perché uno spazio di aggregazione che si sospende per un mese intero e più, smette, per quel periodo, di essere un punto di riferimento per chi cerca musica, socialità, appartenenza. C’è poi una dimensione simbolica che merita attenzione: trattare l’espressione artistica come un negozio di alimentari che abbassa la saracinesca per ferie significa, implicitamente, declassarla a servizio accessorio, sospendibile senza conseguenze. Un rischio non da poco per un settore che rivendica, giustamente, il proprio ruolo sociale e identitario nella vita delle città. Il tema, va detto, non riguarda solo l’Italia. In altri contesti mediterranei, pensiamo a Ibiza, che dell’estate ha fatto il proprio motore economico e culturale, la stagione calda è invece il momento di massima attivazione, non di ritiro. Un modello diverso, che pone una domanda scomoda ma necessaria a operatori, programmatori e amministrazioni locali: la pausa agostana è davvero una necessità, o solo un’abitudine mai davvero messa in discussione?The post La musica non va in ferie appeared first on Soundwall.