Ho conosciuto negli anni molti genitori di ragazzi e ragazze con disabilità. Una delle loro caratteristiche più comuni, indotta da un ambiente sociale purtroppo poco favorevole ad una dignitosa esistenza dei loro figli, è che si tratta di persone molto determinate. L’approccio delle istituzioni nei confronti della disabilità non è infatti quasi mai quello amichevole della cura, bensì, nella maggior parte dei casi, quello burocratico dell’indifferenza, quando non, se i diritti vengono richiesti con troppa fermezza, quello conflittuale dell’ostilità. Per tale motivo questi genitori tendono spesso a indossare, nei rapporti con le altre persone, una corazza.Quasi mai, inoltre, padri e madri di ragazzi disabili manifestano, almeno in pubblico, la loro fragilità, forse in quanto la ritengono disfunzionale agli interessi dei propri figli, o forse perché, principalmente i padri, un po’ se ne vergognano. Di questa vulnerabilità, tuttavia, costitutiva della natura umana, non vi è nulla per cui provare disagio, così come non lo si deve provare, appunto, per le difficoltà dei propri figli, che pure, in un contesto abilista come quello attuale, tendono talvolta a creare, involontariamente, imbarazzo.La disabilità, soprattutto nelle fattispecie più impegnative, è sempre dolorosa, non soltanto per chi la vive in prima persona. Le giornate istituzionali dedicate ad essa talvolta la edulcorano. I genitori sanno però bene quale fatica vi sia dietro alla necessità di affrontare, spesso da soli, difficili tentativi quotidiani per tutte quelle che invece, per le altre persone, sono le normali esperienze di figli che crescono, vanno a scuola, incontrano amici. Mi si conceda allora in questa occasione, per esprimere la mia vicinanza nei confronti di questi genitori – almeno per quelli che lo trovano nella lettura –, di fare la cosa che faccio di solito, ossia l’antichista, parlando di un eroe omerico a me particolarmente caro, ovvero Odisseo.Fra tutti gli eroi dell’epica greca, Odisseo è in effetti il personaggio più incline a manifestare la propria fragilità. Celebre, in merito, è quanto accade nel libro V dell’Odissea, in cui, seduto sulla spiaggia dell’isola di Calipso, piange lungamente guardando nella direzione della sua casa, Itaca. Molto noto anche l’evento narrato nel libro VIII, in cui, nell’isola dei Feaci, quando sente raccontare dall’aedo Demodocole proprie gesta a Troia, non può reprimere le lacrime, pur cercando di non farsi notare, per non rischiare di svelare la propria identità.Diversi altri sono gli episodi di sofferenza di questo padre, costretto ad andare in guerra contro la propria volontà per dieci anni con un figlio piccolissimo, Telemaco, per poi vagare in mare sulla via del ritorno per altri dieci anni. Particolarmente significativa mi sembra tuttavia, per alcune analogie con il tema di cui tratta questa rubrica, la vicenda del rientro in patria di Odisseo. Tornato infatti ad Itaca con le sembianze, artefatte dalla dea Atena per non farlo riconoscere, di un vecchio mendicante, egli rivide ad un certo punto il proprio cane Argo – così si chiama, peraltro, anche il mio cane –, anziano, malato, sporco, in attesa di quella cura affettuosa che forse, da quando egli se ne era andato, non aveva più ricevuto. Argo, adagiato su un mucchio di letame secco vicino all’ingresso del palazzo regale, in costante attesa di Odisseo, poteva sembrare, ad uno sguardo insensibile, un animale dall’esistenza inutile. In realtà era stato, ed avrebbe potuto continuare ad essere, un cane importante, come importante era Odisseo, sebbene in quel momento vestisse i panni di uno straccione.Tutti i genitori di ragazzi disabili possono, a mio avviso, sentire Argo, abbandonato nella propria solitudine, molto vicino, nel timore che quanto accaduto all’animalepossa succedere anche al proprio figlio, una volta che non saranno più in grado di occuparsene. Immagino che, per chi non ha mai posseduto animali domestici, l’analogia possa risultare inopportuna. Chi, tuttavia, ha avuto cani o gatti con cui ha condiviso parte della vita, sa che essi sono, per certi aspetti, come figli. Non a caso Christopher Nolan, nel suo recente film Odissea, ha reso Argo quasi un protagonista dell’opera, presentando parte della vita di Odisseo – quella antecedente la partenza da Itaca – attraverso i suoi occhi.Argo, in ogni caso, nonostante il lungo tempo trascorso, riuscì, lui solo, a riconoscere il suo padrone, manifestando nel vederlo, pur nella propria misera condizione, tutta la sua gioia. Odisseo avrebbe voluto avvicinarsi, chiamarlo a sé, accarezzarlo, ma non lo fece, sempre per non farsi riconoscere. La scena, una delle più commoventi dell’Odissea, rende protagonista un essere vivente non autore di azioni eroiche, ma in grado semplicemente di attendere, con pazienza, la persona amata. Ecco i quattro celebri versi del libro XVII, che hanno reso eterna la figura di Argo: “Come riconobbe Odisseo, che era vicino, scodinzolò, e abbassò tutte due le orecchie, ma non ce la fece ad arrivare più vicino al padrone, e morì. Odisseo, guardando altrove, si asciugò le lacrime”.L’epica omerica mostra, con poche parole, come la commozione sia un sentimento difficilmente frenabile, e come pertanto la sofferenza non possa essere sempre nascosta, perché si manifesta anche se non lo vogliamo. L’espressione greca che parla di “desiderio di piangere” non è pertanto paradossale. Il desiderio (himeros) naturale è infatti qualcosa di spontaneo, che proprio per questo, almeno in certa misura, va lasciato agire, non impedito.Odisseo, indubbiamente, sapeva anche disciplinare le proprie emozioni, come dimostra in diversi episodi narrati da Omero. Davanti, però, al dolore di un essere vivente molto amato in stato di abbandono, anche lui, uno dei guerrieri più forti dell’esercito ellenico a Troia, non sa trattenere le lacrime.Questa scena, a mio avviso, dice molto, per analogia, della pena che provano ogni giorno, al solo pensiero di ciò che accadrà dopo la loro morte, i genitori di figli disabili. Il timore di sapere che, quando non ci saranno più, il proprio figlio vivrà, probabilmente, nell’indifferenza, produce un dolore che conosce solo chi lo ha sperimentato. Per questo motivo, le istituzioni dovrebbero aiutare maggiormente le famiglie nella pianificazione del “dopo di noi”, non imporre i segreganti centri residenziali come unica soluzione.luca.grecchi@unimib.it