Il ritorno del centro? Da Calenda a Gori, le grandi manovre dell’area riformista

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Nella Repubblica delle ciminiere mute e delle alchimie d’apparato, il Centro non è mai stato un luogo geometricamente definito, quanto piuttosto un arcipelago di ego e ambizioni. Al centro della scena torna a muoversi, con la consueta tempesta di tweet e riunioni riservate, Carlo Calenda, deciso a riaprire i battenti di quel “Terzo Polo” che in passato ha conosciuto la gloria effimera delle urne e la rapidità bruciante delle scissioni. Il leader di Azione batte il ferro finché è caldo, tesse la tela e tende la mano alla galassia centrista, provando a intercettare quel malessere diffuso che attraversa le forze moderate e i corpi intermedi, alla ricerca di una sponda politica autonoma, equidistante tanto dal sovranismo di governo quanto dal massimalismo pseudo-progressista.Le grandi manovre centriste si scontrano, tuttavia, con le resistenze interne e con i veti incrociati dei potenziali alleati. A partire da Luigi Marattin e dal suo Partito Liberaldemocratico, che frenano sulle modalità dell’operazione: la linea dei libdem è chiara nel pretendere un percorso paritetico, non un’incorporazione nei ranghi di Azione. Sulla stessa lunghezza d’onda si registrano le freddezze di chi, come Alessandro Onorato, avverte che un’aggregazione costruita esclusivamente sui vecchi schemi parlamentari finirebbe per regalare un ulteriore vantaggio elettorale a Giorgia Meloni, frammentando lo spazio delle opposizioni senza incidere sui reali flussi dell’elettorato d’opinione.Eppure, sotto la superficie increspata delle polemiche di palazzo, il movimento tellurico non si ferma. A guardare con interesse al progetto sono la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, con il suo Spazio Pubblico, e figure come Falasca, Scalpelli e Nahum, riunite nel loro soggetto Europeisti.eu, pronte a valutare un perimetro capace di coniugare rigore europeista, cultura di governo e riformismo liberale. A rendere ancora più dinamico lo scenario contribuiscono i sussulti in casa dem, dove il disagio di una parte della minoranza riformista nei confronti di un Partito democratico ritenuto troppo sbilanciato sull’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle sembra arrivare a un punto di non ritorno.È in questo vuoto d’aria che prende corpo l’ipotesi, sussurrata con insistenza nei transatlantici, di un possibile avvicinamento al cantiere centrista di Giorgio Gori. L’uscita dell’ex sindaco di Bergamo, oggi parlamentare europeo, figura di riferimento del riformismo democratico, rappresenterebbe l’ennesimo terremoto negli equilibri del Pd. Gori, forte di un profilo amministrativo di spessore e di una critica mai celata nei confronti del collateralismo grillino, non ha al momento un proprio soggetto politico strutturato, ma guarda a un’area di respiro nazionale che sappia incarnare i valori liberali, del garantismo e del riformismo.Per dare casa a queste istanze, intanto, si muove la nascente Federazione dei riformatori, un contenitore pensato per accogliere sensibilità riformiste, laiche, liberali e garantiste che faticano a riconoscersi nel bipolarismo muscolare odierno. Una galassia che potrebbe rivelarsi l’incubatore ideale per far convogliare le energie di chi, come Gori, guarda con favore alla causa terzopolista. Il punto di caduta, tuttavia, dipenderà dalla capacità di superare la sindrome dell’autosufficienza e la paralisi da candidature e di costruire un progetto che non si esaurisca nell’ennesima somma di sigle, ma sappia offrire agli elettori moderati un’alternativa di governo credibile e duratura.