È frequente, in ambito sportivo ma non solo, sfruttare celebrazioni collettive per introdurre nel dibattito pubblico affermazioni di natura politica. Il trionfo diventa così l’occasione per tessere le lodi dei vincitori, e la sconfitta l’opportunità di infierire sui vinti. Si tratta di un uso strumentale dello sport, anche quando la celebrazione è sacrosanta e il messaggio politico può essere condivisibile, come quello reiterato in questi giorni di clamore per i successi riscossi da cittadini italiani nati da genitori provenienti da altre nazioni.Il punto non è condividere o meno l’importanza di una nazione multietnica, condizione che in un Paese caratterizzato da denatalità, invecchiamento e contrazione della popolazione attiva, è necessaria prima ancora di essere auspicabile.Il punto è che questa retorica, inserita all’interno di tale contesto, è semplicemente sbagliata.Affermare che la forza dell’Italia sia la sua multietnicità, per quanto intenda essere un complimento, è in realtà un rimarcare differenze che una nazione realmente multietnica non percepirebbe.Utilizzare poi “la retorica del campione” è in qualche modo fuorviante: anche nel contesto culturale più “chiuso”, i “campioni” hanno spesso trovato modo di emergere. Celebrare l’integrazione soltanto attraverso i campioni rischia di trasmettere un messaggio ambiguo: l’origine straniera viene pienamente accettata soprattutto quando è accompagnata da risultati eccezionali.Questo tipo di riflessione è particolarmente importante in Paesi come il nostro, o come ad esempio, in Giappone, che presenta una dimensione demografica non del tutto dissimile da quella italiana, e che sta recentemente introducendo nel dibattito pubblico un confronto sulla tipologia di “immigrazione” che si vuole sviluppare.Al di là di ogni orientamento politico, è assolutamente legittimo auspicare che il nostro territorio sia sempre più popoloso, e che l’incremento della popolazione avvenga in un contesto di legalità, di condivisione, di arricchimento reciproco.Sarebbe del tutto ipocrita affermare il contrario.Ma c’è un elemento che bisogna tenere in considerazione: non è la “selezione all’ingresso” a fare grande una popolazione, è la capacità di formare grandi individui, e grandi collettività.Certo, è importante che cittadini e nuovi cittadini siano ugualmente coinvolti nel patto sociale, e che a prescindere dalla nazionalità di origine, gli italiani rispettino il corpo di leggi che regolano la nostra collettività, così come è importante la certezza del diritto.Si tratta di un tema molto delicato, soprattutto perché coinvolge spesso aspetti ideologici che, per quanto importanti nella vita delle persone, sono soltanto in parte collegati a questa riflessione, che invece mira ad indagare le risorse di cui un Paese realmente dispone per raggiungere una composizione sociale che sia in grado di coesistere, e cooperare, tenendo presente che, soprattutto per il nostro territorio, la presenza di persone provenienti da luoghi lontani è stata una costante, più che un’eccezione.È in questa chiave di lettura che è più corretto indagare i successi ottenuti dai nostri atleti, cercando di comprendere quali siano state le condizioni, le organizzazioni, i gruppi familiari, amicali, sociali e formativi, che hanno consentito a ragazzi di talento di esprimere appieno il proprio potenziale.E, in controluce, comprendere anche quanti italiani, a prescindere dall’origine, vivano invece in una condizione che non consente loro di esprimere il meglio di sé.Questa è la lezione che dobbiamo apprendere da queste esperienze: il riconoscimento di quei fattori organizzativi che consentono alla popolazione residente di poter arricchire il proprio Paese, attraverso lo sport, le arti, le industrie, la creazione di nuova conoscenza o la capacità di generare altre tipologie di valore pubblico e privato.Di fronte a una demografia in rapido cambiamento, l’intera filiera dei servizi pubblici merita di essere riprogettata per rispondere alle esigenze di una società molto diversa da quella a cui tali servizi intendevano fornire risposta. Asili, scuole, università, musei, centri sportivi, teatri, servizio sanitario, sistema pensionistico, trasporti, servizi di pubblica utilità: l’articolato insieme di attività che, direttamente o indirettamente, il nostro settore pubblico eroga risponde davvero alle necessità della nostra collettività?Non si tratta soltanto di “misurare” quanto i dettami costituzionali vengano effettivamente rispettati. È chiaro che alcuni principi difficilmente troveranno realmente un pieno raggiungimento. Il punto è leggermente diverso: anche quando non pienamente espressi, i nostri servizi sono almeno progettati per rispondere realmente alle esigenze attuali della nostra collettività?Non si tratta soltanto di indici. Si tratta di visioni. E probabilmente, molti dei nostri servizi, se interpretati in questo modo, meriterebbero un ripensamento significativo.