Come accade spesso,oggi proponiamo ai nostri lettori la storia di una professionista che ha trasformato la propria esperienza di donna con disabilità in una competenza al servizio di persone, aziende e territori… Cristina Casali è Disability Manager, consulente, formatrice e speaker sui temi dell’accessibilità, dell’inclusione e del turismo accessibile. È fondatrice di Avventure Accessibili®, autrice del libro Vedi ciò che gli altri non vedono e del Podcast Avventure Accessibili, attraverso i quali promuove una nuova cultura dell’accessibilità come leva di innovazione e sviluppo. Affianca persone, aziende, enti pubblici e destinazioni turistiche nella progettazione di servizi, percorsi formativi e progetti che trasformano l’accessibilità in un’opportunità di valore. La disabilità motoria di Cristina è causata da una malattia genetica, la stessa di sua madre e sua figlia. InVisibili ha fatto una chiacchierata con lei.Cristina, da dove e perchè nasce “Avventure Accessibili”?Avventure Accessibili® nasce prima di tutto dalla mia esperienza personale. Convivo con una disabilità motoria dalla nascita e, da sempre, ogni viaggio è stato un insieme di telefonate, verifiche, dubbi e imprevisti. Mi sono resa conto che spesso il problema non era la mancanza di una struttura accessibile ma l’assenza di informazioni affidabili e di una visione d’insieme. Così ho iniziato a mettere a disposizione di altre persone quello che avevo imparato negli anni. Attraverso il sito, i social e anche il Podcast di Avventure Accessibili, oggi aiuto famiglie e viaggiatori con disabilità, ma non solo, a progettare esperienze realmente accessibili, verificando servizi e percorsi. Nel tempo, però, ho capito che il vero cambiamento non nasce solo aiutando il singolo viaggiatore. Bisogna lavorare anche con chi progetta le destinazioni, forma il personale e prende le decisioni. Per questo oggi non mi occupo soltanto di consulenza di viaggio, ma anche di formazione, progettazione e consulenza per enti pubblici, aziende e operatori turistici.Lei concepisce una destinazione turistica non solo come la somma di singoli servizi, ma un sistema costituito da mobilità, strutture ricettive, ristorazione, patrimonio culturale, informazioni, amministrazioni pubbliche e operatori. Non è importante solo che ognuno di questi elementi sia accessibile, ma è fondamentale che ci sia un coordinamento che renda l’esperienza complessiva fruibile; è per questo che per lei risulta fondamentale mettere in relazione il Disability Management e la Destination Management?Assolutamente sì. Per anni abbiamo parlato di accessibilità concentrandoci sui singoli elementi: l’hotel accessibile, il museo accessibile, il mezzo di trasporto accessibile. Ma il turista vive un’esperienza, non servizi separati. Se l’hotel è perfetto ma il taxi non è accessibile, oppure il museo è fruibile ma le informazioni non lo comunicano correttamente, il viaggio diventa comunque complicato. Per questo credo che il Disability Management possa dare un contributo fondamentale anche al turismo. Un Disability Manager è abituato ad analizzare bisogni, eliminare barriere e coordinare persone e competenze diverse. Sono esattamente le capacità che servono per progettare destinazioni realmente inclusive. L’accessibilità non è una caratteristica di una struttura, ma una qualità dell’intero sistema. E credo che una filiera connessa, formata e capace di lavorare insieme crei molto più valore di tante eccellenze isolate. È proprio questa la differenza tra avere servizi accessibili e costruire una destinazione davvero inclusiva.E’ giusto affermare che “Avventure Accessibili” è destinato sia alle persone con disabilità, sia agli operatori turistici; quale tipo di supporto viene offerto agli uni e agli altri?Sì, perché considero questi due mondi strettamente collegati. Alle persone con disabilità offro consulenza nella progettazione del viaggio, verificando concretamente l’accessibilità delle strutture e costruendo itinerari compatibili con le esigenze specifiche di ciascuno. Agli operatori turistici, alle destinazioni, alle aziende e agli enti pubblici porto invece una competenza diversa: li aiuto a progettare servizi più accessibili, a formare il personale e a leggere l’accessibilità non come un obbligo normativo, ma come un’opportunità di innovazione, qualità e competitività. L’obiettivo finale è sempre lo stesso: creare esperienze migliori per tutti.In fase di realizzazione e nella gestione della startup, quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato?È stato far comprendere il valore di un progetto che inizialmente veniva percepito come un servizio rivolto a una piccola nicchia. In realtà l’accessibilità riguarda un numero enorme di persone: silver economy, famiglie con passeggini, persone con esigenze temporanee, persone con disabilità visibili e invisibili. Un’altra difficoltà è stata quella di trasformare un’esperienza vissuta in una competenza riconosciuta professionalmente. Oggi il mio lavoro non consiste nel raccontare la mia storia, ma nel trasformare ciò che ho imparato vivendo determinate situazioni in strumenti concreti per aiutare persone, aziende e territori a progettare meglio.Può parlarci del suo libro autobiografico “Vedi ciò che gli altri non vedono: una storia di scelte oltre le difficoltà”?Il libro racconta certamente la mia storia, ma non è un libro sulla disabilità. È un libro sul modo in cui impariamo a guardare la realtà. Per anni ho pensato che la mia diversità fosse soprattutto un limite. Col tempo ho capito che proprio quello sguardo diverso mi permetteva di vedere problemi, opportunità e connessioni che spesso sfuggono agli altri. Da qui nasce anche il titolo. “Vedi ciò che gli altri non vedono” è un invito ad allenare uno sguardo diverso, perché molto spesso il valore non nasce da ciò che ci manca, ma da ciò che abbiamo imparato a vedere vivendo esperienze diverse.A ExpoAid è intervenuta come speaker nel seminario organizzato da SIDiMa e AIDiMa dedicato al Disability Management nel turismo. Qual è stato il messaggio che ha voluto portare?È stato un momento molto importante perché mi ha permesso di unire due dimensioni della mia attività: quella di Disability Manager e quella di professionista che lavora nel turismo. Ho portato la mia esperienza sul ruolo che il Disability Management può avere nello sviluppo delle destinazioni turistiche, spiegando come le competenze del Disability Manager possano contribuire a progettare servizi più accessibili, coordinare i diversi attori del territorio e migliorare l’esperienza delle persone. Credo che oggi il turismo abbia bisogno di una visione sempre più sistemica. L’accessibilità non può essere demandata al singolo operatore: deve diventare parte della governance della destinazione. Solo così può trasformarsi da obbligo normativo a leva di qualità, sostenibilità e competitività. Nel mio intervento sono partita da una domanda che mi aveva posto un bambino della scuola primaria durante il progetto “Con le mie scarpe”: “È difficile vivere con una disabilità?” La mia risposta è stata: “Non è difficile vivere con una disabilità. Lo diventa quando il contesto intorno a me lo rende difficile.” Credo che questa frase riassuma perfettamente il senso del Disability Management e, più in generale, dell’accessibilità. Non possiamo cambiare le persone, ma possiamo progettare contesti che permettano a ciascuno di esprimere le proprie capacità. È per questo che mi piace lavorare sui contesti: nelle aziende, nelle scuole, nelle destinazioni turistiche e nelle pubbliche amministrazioni. Perché quando cambia il contesto, cambia anche l’esperienza delle persone. E, molto spesso, ciò che migliora la vita di una persona con disabilità migliora anche quella di tutti gli altri.Progetti futuri?Sto lavorando su diversi fronti che hanno un filo conduttore comune: aiutare persone, aziende e territori a vedere opportunità dove spesso si vedono solo limiti. Continuerò a sviluppare Avventure Accessibili attraverso consulenze e progetti dedicati alle destinazioni turistiche, affiancando enti pubblici e operatori nella progettazione di servizi realmente accessibili e inclusivi. Proseguiranno anche i percorsi di formazione nelle aziende, dove accompagno organizzazioni e professionisti a trasformare l’accessibilità in una leva di innovazione, qualità e valore. Un progetto a cui tengo particolarmente è “Con le mie scarpe”, un percorso educativo rivolto alle scuole primarie. Attraverso attività esperienziali e di learning by doing, i bambini non si limitano a parlare di inclusione, ma la sperimentano in prima persona. Indossano bende, utilizzano il Braille, scoprono la Lingua dei Segni, affrontano piccole sfide che li aiutano a cambiare prospettiva. L’obiettivo non è spiegare cos’è una disabilità, ma allenare uno sguardo capace di riconoscere le differenze come una risorsa e comprendere che molto spesso le barriere non sono nelle persone, ma nel contesto. Infine sto sviluppando un nuovo percorso dedicato ai professionisti, nato da una convinzione maturata negli ultimi anni: ciascuno di noi possiede esperienze e competenze che possono diventare un valore distintivo, se impariamo a riconoscerle e comunicarle. È un progetto che nasce dalla mia storia, ma parla a ogni professionista che voglia trasformare il proprio modo di vedere in un’opportunità.