Antibiotici, perchè il 90% delle persone è convinto che bisogna “finire sempre la cura”

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AGI - L'idea che un ciclo di antibiotici debba sempre essere portato a termine fino all'ultima compressa, anche dopo la scomparsa dei sintomi o per periodi prolungati, è ormai superata per molte infezioni comuni. Eppure, quasi il 90% della popolazione continua a ritenerla una regola d'oro. È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della University of Utah Health, pubblicato sulla rivista Open Forum Infectious Diseases.Dall'indagine condotta su un campione rappresentativo di 1.475 adulti statunitensi, è emerso che l'88% dei partecipanti dichiara di aver sempre sentito, e condiviso, il mantra secondo cui "l'antibiotico va sempre finito". Inoltre, di fronte a un'infezione come la polmonite, per la quale le attuali linee guida mediche raccomandano cicli brevi di soli 3-5 giorni, circa il 60% degli intervistati ha dichiarato di preferire comunque un trattamento di una settimana o più, ritenendolo erroneamente più sicuro o efficace.Le evidenze sui cicli brevi"Storicamente, le principali organizzazioni sanitarie e i medici hanno fornito indicazioni molto perentorie sul dovere di completare sempre l'intero ciclo", spiega Alistair Thorpe, docente di scienze della salute della popolazione presso la University of Utah Health e primo autore dello studio. "Oggi tuttavia disponiamo di un numero crescente di evidenze scientifiche che dimostrano come cicli più brevi siano spesso ugualmente efficaci, più sicuri e meno soggetti a causare effetti collaterali rispetto ad alternative più lunghe", aggiunge.Percezione pubblica e ricerca medicaLa discrepanza tra percezione pubblica e ricerca medica deriva in gran parte dal successo delle vecchie campagne di salute pubblica, concepite quando la conoscenza sulla resistenza batterica e sulla durata ottimale delle terapie era diversa.Quando servono cicli prolungatiSebbene per alcune patologie complesse, come la tubercolosi, i cicli prolungati rimangano fondamentali, per le più comuni infezioni respiratorie o batteriche la medicina moderna tende a ridurre la durata del trattamento.Comunicazione tra medici e pazientiGli autori dello studio sottolineano quindi la necessità di aggiornare la comunicazione tra medici e pazienti, abbandonando gli slogan e personalizzando la durata delle terapie sulla base del singolo caso clinico. "Il fatto che le raccomandazioni cambino è un segno positivo dell'evoluzione della ricerca", dichiara Thorpe. "È fondamentale che i pazienti ne parlino apertamente con il proprio medico curante per definire la durata corretta della terapia", conclude.