Biotecnologie al centro della sicurezza nazionale. La strategia Usa vista da Novelli

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La leadership scientifica e tecnologica non è più soltanto una condizione della competitività economica, ma diventa essa stessa un obiettivo di sicurezza nazionale. È probabilmente questo il passaggio più significativo della nuova National Security Science and Technology Strategy (Nssts) degli Stati Uniti, appena pubblicata: un documento che ridisegna il rapporto tra ricerca, innovazione, industria e sicurezza e colloca le biotecnologie, insieme all’intelligenza artificiale e alle tecnologie quantistiche, tra le aree potenzialmente più trasformative dei prossimi anni.La strategia nasce per sostenere gli obiettivi della National Security Strategy americana del 2025 e parte da una constatazione: la competizione tra potenze si gioca ormai anche sulla capacità di produrre conoscenza, trasformarla rapidamente in tecnologia e difendere ricerca, dati, infrastrutture e catene di approvvigionamento dalla dipendenza o dall’interferenza degli avversari.Dentro questa nuova geografia della sicurezza, le scienze della vita occupano una posizione particolare. Biologia sintetica, ingegneria genomica ed epigenomica, progettazione delle proteine, sviluppo e produzione di nuove terapie, biomanufacturing e neurotecnologie compaiono nell’elenco americano delle tecnologie critiche ed emergenti.A cambiare, insomma, non sono soltanto gli strumenti della ricerca. Sta cambiando il suo stesso peso strategico.La ricerca come fattore di potenza“La nuova Nssts è esplicita nell’inquadrare la leadership scientifica e tecnologica come un obiettivo di sicurezza nazionale, collocando le biotecnologie, insieme ad AI e quantum computing, tra le tecnologie potenzialmente trasformative, e aggiungerei dirompenti”, spiega a Formiche Giuseppe Novelli, professore di Genetica medica all’Università di Roma Tor Vergata e membro del Comitato nazionale per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita presso la presidenza del Consiglio.Secondo Novelli, questo riconoscimento riflette “una profonda trasformazione del ruolo della biotech nell’arena geopolitica”. Uno spartiacque è stato il Covid-19. La pandemia ha mostrato contemporaneamente la potenza della ricerca biomedica e la vulnerabilità di sistemi fortemente dipendenti da catene globali di approvvigionamento per farmaci, principi attivi e dispositivi.“La pandemia ha agito come un acceleratore, rivelando la fragilità delle catene di approvvigionamento globali di farmaci e dispositivi medici e trasformando la capacità di ricerca biomedica in una questione di resilienza nazionale e autonomia strategica. Oggi le biotecnologie sono considerate un’infrastruttura critica, al pari dei semiconduttori o dell’energia”.È questo il salto concettuale che attraversa la strategia americana. Non basta possedere buoni laboratori o produrre ricerca di qualità: la capacità di generare conoscenza, trasformarla in applicazioni, produrre su scala e controllarne le filiere diventa parte della capacità di un Paese di reagire alle crisi e mantenere la propria autonomia.Negli Stati Uniti questa impostazione si accompagna anche al dibattito sul Biosecure Act, la proposta che punta a limitare i rapporti del governo federale con determinati fornitori biotecnologici considerati a rischio. In Europa la direzione è diversa ma il problema è ormai riconosciuto: la Commissione ha proposto lo European Biotech Act per rafforzare ricerca, capacità produttiva e biomanufacturing europei, facilitare l’impiego di Ia e dati e introdurre salvaguardie di biosecurity. La stessa proposta europea definisce biotecnologie e biomanufacturing essenziali per competitività, autonomia strategica e sicurezza economica dell’Unione.“La capacità di uno Stato di condurre ricerca biotech avanzata”, osserva Novelli, “non è più solo una questione di progresso scientifico o competitività economica: è un elemento centrale della sua capacità di garantire la continuità della popolazione, dell’economia e della sicurezza nazionale in un’epoca di crisi”.Quando l’intelligenza artificiale incontra il viventeA rendere ancora più profondo il cambiamento è la convergenza tra biotecnologie e intelligenza artificiale.La Nssts americana include tra le tecnologie critiche non soltanto l’Ia e i foundation model, ma sistemi multi-agent, robotica, embodied intelligence e strumenti per il ragionamento e la decisione. Sul versante biotech, individua invece alcune delle frontiere sulle quali si sta spostando la ricerca: dalla biologia sintetica all’ingegneria del genoma, dalla progettazione delle proteine alle nuove terapie.Per Novelli il punto decisivo è proprio l’incontro fra questi due mondi: “L’Ia sta trasformando la biologia da una scienza descrittiva a una predittiva e progettuale”.La possibilità di generare e analizzare quantità enormi di dati multiomici – Dna, Rna, proteine – e di combinarli con modelli di intelligenza artificiale consente di accelerare la scoperta di farmaci, il protein design e lo sviluppo di terapie personalizzate. Ma apre anche una frontiera ulteriore: “Si apre la possibilità di progettare sequenze biologiche in silico e convertirle rapidamente in materiale fisico, Dna o Rna sintetico, tramite supply chain specializzate”.È quello che Novelli definisce un “cortocircuito tra dato digitale e materiale biologico”. E produce una conseguenza non scontata: “La biotech diventa sempre più simile a un’industria dell’informazione, in cui il controllo dei dati e degli algoritmi di progettazione è tanto cruciale quanto quello dei laboratori”.L’intelligenza artificiale, dunque, non agisce soltanto come acceleratore dei processi già esistenti: “È un abilitatore che rende possibili approcci prima impensabili”, con nuove opportunità terapeutiche ma, inevitabilmente, anche nuovi problemi di sicurezza.Proteggere la ricerca senza chiuderlaÈ qui che emerge una delle tensioni più interessanti della strategia americana. Se la conoscenza scientifica diventa un asset strategico, proteggerla diventa un’esigenza di sicurezza nazionale. Ma la ricerca scientifica vive precisamente della circolazione delle conoscenze, della mobilità dei ricercatori e delle collaborazioni internazionali.La Nssts prova a tenere insieme le due esigenze. Da una parte prevede il rafforzamento della research security, maggiori controlli sui soggetti che ricevono fondi federali, criteri di valutazione basati sul rischio, cybersecurity per ricercatori e istituzioni e, dove appropriato, sistemi automatizzati di verifica dei progetti finanziati. Dall’altra afferma che la protezione dell’ecosistema scientifico non deve comprometterne produttività e agilità.Una tensione destinata a diventare ancora più evidente nelle scienze della vita, dove entrano in gioco non soltanto proprietà intellettuale e tecnologie, ma enormi quantità di informazioni biologiche. Non a caso la strategia americana include esplicitamente dati genomici, biometrici e sanitari tra quelli sensibili da proteggere dall’accesso e dallo sfruttamento da parte di avversari stranieri.Per Novelli la risposta non può però essere una chiusura generalizzata. “La sicurezza nella ricerca, se portata all’estremo, rischia di frammentare la comunità scientifica, rallentare le scoperte e creare inefficienze burocratiche”.La sfida è costruire una protezione “selettiva e basata sul rischio”: individuare tecnologie e dati realmente sensibili – dalle sequenze di Dna sintetico ai grandi dataset genomici – senza trasformare, nelle parole di Novelli, “ogni collaborazione internazionale in un’operazione di intelligence”.Esistono già modelli differenti. Il Regno Unito ha puntato maggiormente sulla definizione di un quadro normativo per la research security; in Germania si è sviluppato anche un approccio fondato sulla consapevolezza e sulla responsabilizzazione delle istituzioni e dei ricercatori. L’obiettivo, in entrambi i casi, resta trovare un punto di equilibrio fra apertura e protezione.L’Europa ha capito la sfidaAnche l’Unione europea ha cominciato a collocare le biotecnologie dentro una cornice più ampia di autonomia strategica. Lo European Biotech Act proposto dalla Commissione punta esplicitamente a rafforzare l’ecosistema industriale, il manufacturing e la ricerca e sviluppo, ad ampliare l’accesso ai capitali, facilitare l’utilizzo di Ia e dati e introdurre salvaguardie contro l’uso improprio delle biotecnologie.Sul fronte farmaceutico, il Critical Medicines Act risponde invece alla vulnerabilità delle catene di fornitura: Parlamento e Consiglio hanno raggiunto a maggio un accordo provvisorio sulle nuove norme, che puntano a diversificare le supply chain e rafforzare nell’Unione la capacità produttiva di medicinali critici e dei loro principi attivi. L’accordo deve ancora completare l’iter formale di adozione.“L’Europa sta comprendendo la posta in gioco, ma parte da una posizione di complessità”, osserva Novelli. La differenza con Washington riguarda anche l’impostazione: “L’approccio europeo è più orientato alla competitività e alla costruzione di capacità industriali, mentre quello americano è più marcatamente proibitivo e focalizzato sulla sicurezza”.Non significa che Bruxelles ignori il problema della sicurezza. Al contrario, lo stesso Biotech Act europeo include la biosecurity tra i propri obiettivi. Ma l’Europa continua a cercare un equilibrio peculiare fra competitività, autonomia strategica, principio di precauzione e regolamentazione.La sfida italiana: trasformare l’eccellenza in sistemaPer l’Italia la questione diventa ancora più concreta. “Siamo un Paese con un’eccellenza nella ricerca di base e un ruolo di primo piano nella sperimentazione clinica”, sottolinea Novelli. Il problema è trasformare questa capacità scientifica in una strategia capace di tenere insieme ricerca, produzione, filiere, dati e sicurezza.“L’Italia si trova a un crocevia: da un lato è un Paese scientificamente rilevante nella biotech; dall’altro rischia di essere esposta alla dipendenza da fornitori esteri e di non disporre ancora di una strategia nazionale chiara che trasformi la sua capacità scientifica in autonomia strategica e industriale”.Il Paese, peraltro, non parte da zero. Novelli indica innanzitutto il Cnbbsv, organismo di supporto del governo presso la presidenza del Consiglio, come possibile “cabina di regia strategica” capace di coordinare maggiormente le politiche sulle biotecnologie e sulle scienze della vita.C’è poi il tema delle risorse. Il Pnrr ha consentito investimenti rilevanti in ricerca avanzata, tra cui il Centro nazionale per lo sviluppo di terapia genica e farmaci con tecnologia a Rna. Ma secondo Novelli occorre superare la logica dell’intervento temporaneo: servirebbe “un investimento strutturale e pluriennale” rivolto alle tecnologie considerate strategiche, dalla biologia sintetica al protein design e al biomanufacturing, fino alla capacità di risposta alle minacce biologiche.Un’altra infrastruttura da valorizzare è il Tavolo per l’internazionalizzazione delle biotecnologie presso il ministero degli Esteri. Per Novelli potrebbe assumere una funzione più ampia: mappare imprese e competenze nazionali, individuare le biotecnologie emergenti di maggiore interesse per il Paese e integrare nelle politiche di internazionalizzazione anche la valutazione dei rischi connessi al trasferimento tecnologico.Infine c’è la sicurezza della ricerca. L’Italia ha già avviato un proprio percorso attraverso il modello nazionale e le linee guida per la sicurezza e l’integrità della ricerca. Ma proprio il settore biotech, secondo Novelli, richiederebbe un’attenzione specifica ai trasferimenti di know-how e di dati genomici e una capacità nazionale di valutare i rischi delle collaborazioni internazionali.La sfida, insomma, non è scegliere tra apertura scientifica e sicurezza, né trasformare la ricerca biomedica in un’appendice della politica di difesa. È riconoscere che la capacità di produrre conoscenza, tradurla in innovazione e conservarne il controllo nei passaggi più strategici è diventata una componente dell’autonomia di un Paese.“L’Italia non parte da zero”, conclude Novelli. Dispone di competenze scientifiche, infrastrutture e organismi in grado di svolgere un ruolo di coordinamento. Ciò che manca è soprattutto il salto “dalla frammentazione all’integrazione”: una visione capace di trasformare la ricerca biotech da eccellenza scientifica ad asset strategico per la sicurezza nazionale.