Prima ancora che l’Italia repubblicana scegliesse definitivamente il proprio ancoraggio atlantico, una parte decisiva della sua classe dirigente aveva già individuato nell’America Latina uno spazio naturale di proiezione strategica. Non si trattava soltanto di nostalgia culturale, né di un generico richiamo alla comune matrice latina. Per gli statisti italiani del primo Novecento e poi per la generazione democristiana del dopoguerra, il continente latinoamericano rappresentava una vera profondità geopolitica dell’Italia: un’area nella quale lingua, diritto, radici cristiane, migrazioni, lavoro e relazioni economiche avevano già costruito un legame più forte di molte alleanze formali. Se per secoli la storia ha raccontato quel continente attraverso la lente delle sue “vene aperte” e sfruttate dalle grandi potenze, l’Italia vi ha scorso invece un’affinità simmetrica, mossa da una vocazione a riconoscersi tra pari.Luigi Einaudi, già all’inizio del secolo, aveva colto con lucidità questa dimensione. Criticando le velleità coloniali italiane in Africa, contrapponeva alla conquista militare l’idea di un’espansione pacifica, fondata sull’emigrazione, sul lavoro e sulla capacità degli italiani di costruire ricchezza oltre l’Atlantico. Nel Principe Mercante a inizi ‘900 scriveva infatti: “Non si capisce perché siamo andati a cercare un impero in Africa, quando bastava guardare oltre l’Atlantico per capire che ce l’avevamo già”. In quella visione, l’Italia non doveva cercare artificialmente un impero dove non aveva radici profonde: lo aveva già, in forma civile, economica e umana, nelle comunità italiane dell’America Latina. Era un “imperialismo pacifico”, molto diverso dal colonialismo europeo, che avrebbe trovato nuova attualità dopo la caduta del fascismo.È in questo solco che si inserisce l’intuizione di Alcide De Gasperi. Tra il 1944 e il 1949, in un’Italia sconfitta, isolata e guardata con sospetto dalle potenze vincitrici, De Gasperi, comprese che l’America Latina poteva diventare una leva essenziale per il rientro del Paese nella comunità internazionale. L’Argentina, in particolare, non era solo una nazione amica: era la “sorella latina” abitata da milioni di italiani e discendenti di italiani, capace di offrire aiuti alimentari, appoggio diplomatico e un canale politico in una fase in cui Roma aveva bisogno di ricostruire credibilità.La celebre missione negli Stati Uniti nel 1947, quella del cappotto rigirato, viene spesso ricordata per il rapporto con Washington. Ma in quello stesso contesto De Gasperi parlò alla Pan American Union, che sarebbe poi divenuta l’Organizzazione degli Stati americani, rivolgendosi alle “Nazioni sorelle dell’America Latina”. Era un linguaggio politico preciso: l’Italia non si presentava solo come Paese europeo sconfitto, ma come parte di una più vasta comunità latina, fondata sulla civiltà del diritto, sui valori cristiani e su un patrimonio migratorio comune. Il disegno degasperiano poggiava su una cooperazione organica che identificava la latinità e le radici comuni come i pilastri storici su cui edificare un’alleanza strategica fondata sulla reciprocità e sul mutuo interesse.Qualche settimana fa la Fondazione De Gasperi ha riportato alla luce la profondità di questa strategia. Non si trattò di episodi isolati. Nel 1949 il ministro degli Esteri Carlo Sforza promosse una missione straordinaria nelle capitali latinoamericane, guidata dal vicepresidente del Senato Salvatore Aldisio e dal sottosegretario Giuseppe Brusasca. Nello stesso periodo, negli scambi interni alla Farnesina, emerse già l’idea di creare a Roma un grande Istituto italo-latinoamericano. Quell’intuizione avrebbe trovato compimento solo nel 1966, con Amintore Fanfani e la nascita dell’IILA, ma la matrice era già degasperiana: trasformare una relazione storica in un’infrastruttura permanente di politica estera.Per tutta la stagione democristiana, questo legame rimase vivo. Negli anni Sessanta, mentre la Spagna era ancora sotto la dittatura franchista, molte democrazie e forze politiche emergenti dell’America Latina guardarono all’Italia come a un modello alternativo: cristiano, democratico, sociale, occidentale ma non subalterno. La Democrazia cristiana italiana costruì rapporti profondi con le esperienze latinoamericane, in particolare in Cile e Venezuela, contribuendo a una stagione nella quale l’Italia riuscì a parlare con interlocutori molto diversi tra loro.La nascita dell’Iila nel 1966 è forse il simbolo più alto di quella visione. In piena guerra fredda, l’Italia riuscì a creare a Roma un’organizzazione che riuniva tutti i Paesi latinoamericani, da Cuba ai governi conservatori e militari del continente. Questo fu possibile perché, allora, l’importanza strategica dell’America Latina era condivisa trasversalmente. Destra, centro e sinistra riconoscevano che quel continente non era periferico per l’Italia. Era un’estensione culturale e politica dell’Europa latina, uno spazio nel quale il Paese poteva esercitare influenza, mediazione e cooperazione.Questa continuità si incrinò con la fine della Prima Repubblica. Tangentopoli non cancellò soltanto un sistema politico interno: dissolse anche una classe dirigente che aveva competenze, reti e memoria storica sull’America Latina. Con la scomparsa della Democrazia cristiana, venne meno nel centrodestra una tradizione strutturata di attenzione verso il continente. Al contrario, nel centrosinistra rimasero più continui i legami ereditati dalle reti del Pci, poi del Pds e del Pd, spesso costruiti attraverso l’internazionalismo politico e sindacale. Il risultato fu una politica latinoamericana italiana più intermittente, legata alle sensibilità dei singoli governi e meno a una strategia nazionale condivisa.L’ultima grande eredità di quella stagione bipartisan fu forse la costruzione del foro delle Conferenze Italia-America Latina e Caraibi. Nate nei primi anni Duemila e poi consolidate come appuntamento biennale, esse furono il risultato di uno sforzo condiviso, sostenuto da sensibilità politiche diverse, che riconoscevano ancora nell’America Latina una priorità della Repubblica italiana. Quelle Conferenze hanno rappresentato, per oltre vent’anni, il principale spazio di dialogo politico tra Roma e le capitali latinoamericane. L’Iila, da parte sua, ha provato a garantire continuità istituzionale anche quando la politica estera nazionale diventava più discontinua. Ma è evidente che la sua forza è sempre dipesa anche dalla capacità dell’Italia di considerare l’America Latina non come un dossier occasionale, bensì come una direttrice strategica permanente.Oggi, tuttavia, qualcosa sta cambiando. Il governo Meloni ha riportato l’America Latina al centro di una riflessione strategica italiana, non solo per ragioni economiche e geopolitiche, ma anche per una nuova possibilità di sintonia politica. La presidente del Consiglio ha costruito un rapporto particolarmente solido con Javier Milei in Argentina, ma il quadro è più ampio: l’interlocuzione con José Antonio Kast in Cile, con Santiago Peña in Paraguay, con Daniel Noboa in Ecuador, il possibile rilancio con la Colombia e l’attenzione verso la Bolivia di Rodrigo Paz indicano l’apertura di una fase inedita. Naturalmente, l’America Latina resta un continente plurale, complesso, attraversato da tensioni sociali e alternanze politiche rapide. Tuttavia, la crescita di governi e leadership conservatrici o di centrodestra crea oggi una finestra di opportunità che l’Italia può valorizzare con intelligenza, senza trasformarla in una relazione ideologica, ma inserendola in una più ampia strategia nazionale.Le ragioni di questo rilancio non sono soltanto politiche. L’America Latina possiede oggi molte delle risorse decisive per l’Europa e per l’Italia: energia, agroalimentare, biodiversità, litio, rame, terre rare, capacità produttiva, spazi di crescita e società culturalmente vicine all’Occidente. In un mondo segnato da guerre, instabilità e competizione tra blocchi, la regione rimane una delle aree più compatibili con gli interessi italiani ed europei: occidentale, complementare, relativamente stabile e ancora profondamente legata all’Italia. È qui che diplomazia politica, cooperazione europea, imprese italiane e comunità di origine italiana possono convergere in una strategia di lungo periodo.La vera sfida, però, è trasformare questo interesse in continuità. L’America Latina non può essere una moda diplomatica, né un capitolo da riaprire solo quando cambiano gli equilibri politici regionali. La lezione di Einaudi, De Gasperi, Fanfani e dei grandi democristiani è che il rapporto con il continente latinoamericano appartiene all’interesse nazionale italiano prima ancora che ai colori dei governi. È un patrimonio storico, culturale ed economico che va curato nel tempo.Se l’Italia saprà mantenere questa continuità, utilizzando strumenti come l’Iila, le Conferenze Italia-America Latina e Caraibi, la cooperazione europea, la diplomazia economica e la rete delle comunità italiane, potrà recuperare uno spazio di influenza che le è naturale. L’America Latina continua a guardare all’Italia con simpatia e fiducia. Per Roma, tornare a guardare aldilà dell’oceano non significa abbandonare l’Europa o l’Alleanza atlantica, ma completarle con una dimensione latina che è parte della nostra storia. Per troppo tempo questa alleanza è rimasta sottotraccia, come un fiume carsico della politica estera italiana. Oggi può tornare in superficie. Non come nostalgia del passato, ma come progetto per il futuro. Perché il legame tra Italia e America Latina non è una costruzione artificiale: scorre nelle vene della nostra storia comune.