Magari è solo la bolla di chi vi scrive qui, ma ieri il mega concerto di Ultimo a Tor Vergata – con la sua affluenza record di 250.000 persone – ha monopolizzato il chiacchiericcio da web, e lo ha fatto in due modi ben precisi. Il primo è: e questo da dove viene fuori, com’è possibile che ‘sto Moriconi raduni all’improvviso tutta questa gente? Il secondo è: che schifo la retorica ma anche la pratica dei megaconcerti, che serve a nascondere la polvere sotto il tappeto di un settore che invece è in sofferenza – e nasconde il fatto che i concerti di massa sono un’esperienza ben poco piacevole, coinvolgente, “vera”. In rappresentanza di queste due posizioni, vi linkiamo questo e questo: pareri di persone che di musica ne sanno e sanno articolare le loro opinioni. Non i primi che passano.Quello che ci viene da dire è però: grazie, Ultimo.Non fai una musica che possa interessare granché a Soundwall, nemmeno piaci particolarmente al sottoscritto (nessuna ostilità: ho altri gusti, tutto qua), ma accidenti: grazie.…perché questo tuo incredibile successo torvergatesco, e soprattutto il modo in cui sta venendo accolto da un certo tipo di pubblico, svela un sacco di ipocrisie.O, almeno, getta una luce su un po’ di storture su cui sarebbe interessante spendere almeno un po’ di ragionamento. Ammesso e non concesso che nell’era della comunicazione rapida via slide su Instragram e delle prese di posizione da sventolare come clave ci sia ancora qualcuno a cui interessi spendere un po’ di tempo a ragionare.Crediamo davvero che molti siano sinceramente sorpresi dal successo di Ultimo, dal fatto che lui e non altri abbiano superato il record di Vasco Rossi per i paganti di un concerto. Certo che ci crediamo. Ma crediamo anche che a molti non sia arrivato il fatto che questo risultato fosse in realtà per certi versi quasi scontato: visto che prima ancora di compiere 30 anni, Ultimo di stadi – per lo più sold out – ne ha già fatti praticamente una quarantina.Già.Una quarantina.Alla faccia di tutte le polemiche su “…ormai negli stadi ci suona chiunque”, di quelle sui finti sold out, sul modo insomma artificiale di insufflare le carriere di una band o di un cantante facendo credere che possano riempire un’arena open air da decine di migliaia di persone, eccetera eccetera eccetera: la popolarità di Ultimo non ha nulla di artificiale o indotto. È reale. Perché non le fai quaranta e passa date negli stadi se non hai un seguito vero – e gigantesco. Ne fai una, due. E magari ti fai male, poi non le fai più (…a qualcuno figuriamoci ha anche fatto male azzardare un Forum, senza avere i mezzi né artistici né di seguito reale per farlo: non faremo nomi, perché la musica non si deve giudicare dai numeri e perché in qualche caso sono artisti che stimiamo parecchio, ma sappiate che è così).In un’era in cui tutti – nei comunicati stampa, e un po’ anche interagendo coi fan – giocano a chi ce l’ha più lungo (il sold out, lo stadio, il palasport), Ultimo manda semplicemente a casa tutti, tranne appunto Vasco Rossi – che però ehi, ha giusto quarant’anni in più di carriera di lui (e comunque ad Ultimo ha fatto, cavallerescamente, i complimenti – lui e non solo lui).Al netto del fatto che Ultimo artisticamente piaccia o non piaccia, questa in un’epoca appunto in cui si parla e straparla di numeri e si dà loro una grande centralità è una cosa che andrebbe evidenziata in blu cobalto. C’è però un problema: ai media ed agli influencer introdotti e sofisticati Ultimo sta clamorosamente sul cazzo (ricambiatissimi, peraltro – è una ostilità di lunga data, che l’affaire-Sanremo ha solo moltiplicato, ma già covava). Risultato? Una coltre di silenzio si stende sui suoi risultati; o comunque, nel momento in cui li raggiunge vengono riportati sottovoce, senza enfasi, con imbarazzo quasi, e/o proprio con malcelato senso di disprezzo e minimizzazione.Perché?Non è che gioca un ruolo che Ultimo non frequenti e non ammolli pacche sulle spalle alle sette chiese milanesi, tra major e brand e media e quant’altro? Ve lo buttiamo lì, il dubbio. Un dubbio su cui fareste meglio a farvi du’ domande.Fatevele. Ad esempio potreste anche capire perché l’atto di andare ad un concerto vent’anni fa era da sfigati e poveri fissati residuali, mentre oggi pare un corredo obbligatorio nella propria rispettabilità e vitalità sociale. Siamo molto più condizionabili di quanto crediamo.Ma vi buttiamo lì un altro dubbio, a questo punto.Ora: chi segue queste pagine sa bene che c’è ben scarsa simpatia per i monopoli, per i gigantismi, per la corsa a crescere sempre di più (spesso sulla pelle degli appassionati), in generale c’è scarsa simpatia per l’enfasi – mai casuale, ma utilizzata come strumento di marketing e persuasione – che ha investito tutto l’ecosistema musica. Ad esempio certe cose le scrivevamo tre anni fa, non ora che ne parlano tutti. Ma fa veramente sorridere che – e qua arriviamo all’altro argomento forte della nostra bolla – ora si sia scoperto che i grandi concerti sono il male, sono spersonalizzanti, sono o sarebbero una esperienza deludente.Ci voleva Ultimo, per farvelo capire? Ci voleva Ultimo per farvelo dire? Belli de mamma.Agevoliamo una foto:defaultOra, secondo voi, come ha vissuto il concerto chi stava in fondo, ma se è per questo chiunque non stava nel primo blocco? Quanto poteva essere soddisfacente l’esperienza, considerando che anche per i posti più indietro gli euro da sborsare erano un centinaio secco?Eppure, vi sveliamo una cosa: praticamente tutte le persone che sono andate a quel concerto sono felici di esserci state (ed erano tante, potevano pure essere molte di più: i 50.000 che vedete in questa foto aerea rappresentano un sold out sacco). La foto infatti ritrae la data ferrarese del 2023 del Boss, già, di Bruce Springsteen.Ora, modo più infantile per analizzare la questione è rifugiarsi nel “Eh, ma Bruce è Bruce, vuoi mettere con quella merda insignificante di Ultimo?”. In questo caso non bisogna pesare lo spessore artistico degli artisti, ma il grado di dedizione dei fan (e la loro soddisfazione). Uno può essere fan di Ultimo, come Springsteen, come dei Clock DVA, come degli Autechre, come di quello che volete voi: se per un fan di Ultimo è stata una esperienza catartica andare a Tor Vergata, sentendo male e vedendo ancora peggio data la vastità dell’area, e questa esperienza lo ha comunque lasciato soddisfatto, perché però la sua opinione conta meno di chi alla fine “Bruce è Bruce!” pur potendo vedere il Boss (forse) col binocolo?I grandi concerti, già negli stadi ma ancora di più nelle spianate (ciao Campovolo!, ciao Imola!, ciao Ippodromi vari!), questo sono: un momento di emozione collettiva, di senso di aggregazione sociale di massa, dove la musica più che una precisa ed artistica causa è semmai un pretesto, un semplice e banalissimo pretesto. Non vai a certi concerti per vedere o ascoltare: no, vai per vederti e ascoltarti – vedere ed ascoltare te, le persone che hanno le tue stesse passioni, cantano i tuoi stessi ritornelli, ‘ste cose qua. Perché per il resto sai che il cantante o la band li vedi di merda (se li vedi), e la musica la senti malino (o malissimo, dipende anche dai limiti di decibel imposti dalle sempre simpatiche autorità locali). Consciamente o inconsciamente, questa cosa la dai per scontata.Questo vale per Ultimo, ma vale anche per Beyoncé, Eminem, Kendrick Lamar; varrà anche per Kanye West quando si degnerà di suonare davvero in Italia, e varrà per Rosalìa se e quando passerà dai palasport alle spianate. Non è che se lo fa Ultimo allora il grande concerto è una merda e soprattutto una pratica da minus habentes, mentre se invece lo fa Springsteen è invece una clamorosa, indimenticabile figata. Chi unicamente ora si sveglia a criticare i grandi concerti e le loro dinamiche, solo sull’onda dei 250.000 di Tor Vergata, prima dov’era? E soprattutto domani dove sarà? Vi sta davvero sul cazzo la musica fruita in maniera massificata, o avete un problema solo con determinati artisti?Ben venga ricordare che il gigantismo in servizio permanente effettivo e i monopoli stanno bruciando l’ecosistema, esattamente come la coltura intensiva poi brucia i terreni, e che tutti i proclami trionfali sul fatto che la musica dal vivo stia battendo ogni record di spesa ed affezione come da recente rapporto SIAE nascondono una realtà in cui pasteggiano in pochissimi, mentre soffrono (e chiudono) in tanti. Però ricordatevi anche che c’è l’altro lato della medaglia: ovvero che i grandi eventi creano indotto, richiedono forza lavoro, fortificano professionalità. Insomma, hanno anche i loro lati positivi, non sottolinearli sarebbe ipocrita e parzialissimo – sarebbe cattivo giornalismo, informazione fatta male. E lo diciamo qui, su queste pagine, dove da tempo mettiamo in guardia – anche nel clubbing, ma non solo nel clubbing – contro l’inflattiva corsa-al-rialzo guidata dall’ansia di guadagno che ha colonizzato l’ecosistema musica, sia nell’underground che nel mainstream.Però ecco, ci vuole equilibrio. E trasparenza. E consapevolezza, ai limiti dell’autocritica.Un trittico che nelle varie uscite su Ultimo che abbiamo letto in queste ore, mmmmmh, non è che fosse sempre presentissimo: troppo ghiotta l’occasione di dargli al Moriconi. Lui, intanto, macina record. E coi suoi ascoltatori e fan ha un rapporto reale, viscerale, non insufflato da social e da influencer sofisticati vari, o da faraoniche campagne di visibilità, o da trovate ai limiti del gossip socialite: foss’anche solo per questo, gli andrebbe portato rispetto. The post Grazie, Ultimo (per aver svelato certi meccanismi, certe ipocrisie) appeared first on Soundwall.