Chi Possiede Costantinopoli?

Wait 5 sec.

di Giorgio Livas – La Grecia è forse l’unico paese la cui capitale è il suo passato», osservava la bizantinista Hélène Glykatzi-Ahrweiler. Ogni 29 maggio, Grecia e Turchia non commemorano semplicemente un evento del passato: riattivano uno dei principali miti fondativi delle rispettive identità nazionali. La caduta di Costantinopoli del 1453 costituisce infatti un caso esemplare di come gli Stati moderni abbiano selezionato, reinterpretato e trasmesso il passato per costruire comunità politiche e immaginari collettivi. Nel corso del XIX e XX secolo, le classi dirigenti dei due Stati nazionali hanno incorporato la memoria degli imperi che li hanno preceduti all’interno di una vera e propria pedagogia nazionale. Per la Turchia, il 29 maggio rappresenta l’apice della narrazione della conquista e dell’ascesa ottomana, momento in cui il potere turco si impadronisce della città destinata a diventare Istanbul. Per la Grecia, la stessa data assume il significato opposto: la fine tragica ma eroicizzata dell’Impero romano d’Oriente, incarnata dalla figura dell’ultimo imperatore, Costantino XI Paleologo, trasformato nel corso dei secoli in simbolo di sacrificio, continuità e redenzione nazionale. È all’interno di questo codice culturale, antropologico e politico che vanno lette le dichiarazioni rilasciate quest’anno dal ministro della Difesa greco Nikos Dendias e dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Il primo ha sottolineato come la cultura bizantina abbia mantenuto viva «la fiamma dell’ellenismo» attraverso la lingua greca, la tradizione letteraria e la fede ortodossa, ricordando che la formula «ουκ εάλω η Πόλις» rimane simbolo della memoria storica e della continuità nazionale. Il secondo ha definito la conquista del 1453 non soltanto una vittoria militare, ma «la trasformazione dell’oscurità in luce», accusando quanti, a suo dire, non avrebbero ancora accettato la conquista di Istanbul dopo 573 anni. Due letture opposte dello stesso evento, ma complementari a plasmare i rispettivi fronti interni sotto l’aspatto identitario e di rivendicazione geopolitica nella regione dell’Egeo e del Mediterraneo orientale.Per la Turchia contemporanea, il 29 maggio rappresenta la consacrazione della propria legittimità storica sul Bosforo e sugli Stretti. Per la Grecia, invece, la stessa data continua a evocare la perdita della capitale spirituale dell’ellenismo e l’inizio di una lunga stagione di dominazione ottomana. Non si tratta semplicemente di due interpretazioni differenti dello stesso evento: si tratta di due narrazioni nazionali costruite in modo speculare.Nella memoria greca la città non è mai stata soltanto Costantinopoli. Per secoli è stata semplicemente la Poli, “la Città”. Ancora oggi, in alcuni ambienti ecclesiastici, culturali e popolari, Costantinopoli conserva una centralità simbolica che va ben oltre quella di Atene. Per molti decenni la capitale del regno greco nato nell’Ottocento fu percepita come una necessità politica, mentre la capitale spirituale continuava a essere identificata con la città imperiale sul Bosforo.Questa memoria sopravvive anche nello spazio pubblico. Ad Atene, davanti alla cattedrale metropolitana, si erge la statua dell’ultimo imperatore, Costantino XI Paleologo, trasformato dalla tradizione nazionale in figura quasi sacrale. Ancora più suggestiva è la sua presenza a Mistra, vicino a Sparta, tra le rovine dell’ultimo grande centro bizantino del Peloponneso. Qui, all’ombra delle mura e delle chiese che rappresentarono uno degli ultimi baluardi dell’impero, la figura dell’ultimo basileus assume il significato di un ponte tra il mondo bizantino e la Grecia contemporanea.La sopravvivenza della memoria non riguarda soltanto monumenti e commemorazioni ufficiali. In alcuni villaggi della Grecia continentale e insulare sopravvivono ancora anziani che conoscono e tramandano i tradizionali thrinoi, i lamenti popolari sulla caduta della città. Per secoli queste composizioni sono state trasmesse oralmente, mantenendo vivo il ricordo della perdita. Accanto a esse sopravvive un vasto patrimonio musicale e poetico che ha attraversato le generazioni. La celebre Romiosini di Yannis Ritsos, resa immortale dalla musica di Mikis Theodorakis, è soltanto la più nota espressione moderna di una tradizione che identifica la sopravvivenza del popolo greco con la continuità della romanità orientale.Non è casuale che molti greci, soprattutto in ambienti ecclesiastici e tradizionali, abbiano continuato a definirsi Romioi prima ancora che Greci o Elleni. Il termine deriva da Rhomaioi, i Romani dell’Impero romano d’Oriente. Per oltre un millennio gli abitanti dell’impero non si consideravano bizantini, definizione inventata dagli storici moderni, bensì romani. Questa autocoscienza non è mai completamente scomparsa. Ancora oggi il concetto di Romiosini occupa un posto centrale nella riflessione teologica e identitaria di molti ambienti ortodossi, che vedono nell’Ortodossia non soltanto una confessione religiosa ma la prosecuzione storica della civiltà romano-costantinopolitana.In questa prospettiva, il 1453 non rappresenta soltanto la caduta di una città. È l’inizio di un processo che culminerà con altri traumi collettivi. Nella memoria greca, la catastrofe dell’Asia Minore del 1922 e l’espulsione delle popolazioni greche dall’Anatolia sono spesso interpretate come una seconda amputazione dell’ellenismo storico. Lo stesso vale per la scomparsa delle comunità del Ponto, che per secoli avevano rappresentato una delle espressioni più vitali della presenza greca nel Mar Nero. Costantinopoli, Smirne, Trebisonda e il Ponto costituiscono ancora oggi una geografia della memoria che continua a influenzare la percezione greca del rapporto con la Turchia.Questo patrimonio simbolico emerge anche nelle controversie apparentemente più tecniche. La recente disputa sulla denominazione degli Stretti ne è un esempio significativo. Per Ankara, parlare di “Stretti turchi” significa semplicemente riconoscere una realtà geografica e giuridica. Per Atene, invece, Bosforo e Dardanelli non sono soltanto corridoi marittimi strategici attraverso i quali transitano decine di migliaia di navi ogni anno. Essi rappresentano il cuore geografico dell’antica Costantinopoli e dell’universo politico bizantino. Dietro una controversia terminologica si nasconde quindi una disputa sulla memoria e sulla legittimità storica.La commemorazione del 2026 ha mostrato ancora una volta questa contrapposizione. Da una parte il ministro della Difesa greco Nikos Dendias ha insistito sulla continuità culturale dell’ellenismo, sottolineando come la lingua greca, la letteratura e l’ortodossia abbiano mantenuto viva la fiamma di Bisanzio e contribuito persino alla nascita del Rinascimento europeo. Dall’altra, Recep Tayyip Erdoğan ha descritto la conquista ottomana come una rinascita della città e come il passaggio dalle tenebre alla luce. Due letture opposte, entrambe funzionali alla costruzione dell’identità nazionale contemporanea.Ma il lascito di Costantinopoli non divide soltanto Grecia e Turchia. Attraversa anche il mondo ortodosso. La città continua infatti a essere il centro di una disputa per l’eredità imperiale e spirituale di Bisanzio. Lo scontro tra il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e il Patriarcato di Mosca, esploso con particolare intensità dopo la questione ucraina, non riguarda esclusivamente questioni canoniche. Sullo sfondo emerge una domanda più profonda: chi rappresenta oggi la continuità dell’ortodossia imperiale?Costantinopoli rivendica il primato storico derivante dalla propria antichità e dal ruolo svolto nell’impero. Mosca richiama invece la teoria della “Terza Roma”, elaborata dopo il 1453, secondo cui la missione universale dell’ortodossia si sarebbe trasferita dalla città caduta alla capitale russa. Dietro il linguaggio ecclesiastico si intravede una competizione geopolitica che coinvolge Stati, identità nazionali e visioni del mondo.Queste tensioni si riflettono anche a Cipro. Nell’isola, le divisioni emerse negli ultimi anni sul riconoscimento della Chiesa ucraina, sui rapporti con Mosca e sulle aperture ecumeniche verso Roma hanno mostrato come il dibattito sull’eredità bizantina sia tutt’altro che concluso. Le polemiche che hanno accompagnato le recenti vicende ecclesiastiche di Pafos testimoniano l’esistenza di differenti concezioni dell’ortodossia: una più vicina al Patriarcato Ecumenico, una più sensibile alle posizioni russe e una fortemente critica verso ogni forma di dialogo ecumenico.Non è casuale che la recente scomparsa della bizantinista Hélène Glykatzi-Ahrweiler abbia suscitato vasta partecipazione in Grecia. Per la studiosa, Bisanzio costituiva il principale elemento di continuità tra ellenismo antico e Grecia moderna, una visione che continua a occupare un posto centrale nell’identità storica nazionale.A quasi seicento anni dalla caduta della città, la forza di Costantinopoli risiede forse proprio in questa capacità di continuare a esistere senza esistere. Non è più una capitale imperiale, eppure continua a influenzare il modo in cui greci, turchi e ortodossi interpretano il proprio posto nel mondo. Il controllo degli Stretti, la riconversione di Santa Sofia, le tensioni tra Mosca e il Fanar, le dispute ecclesiastiche cipriote e persino le controversie terminologiche sul Bosforo dimostrano che il 1453 non è soltanto una data storica. Sopravvive anche una dimensione profetica. In alcuni ambienti dell’Ortodossia greca continua infatti a circolare l’idea che Costantinopoli possa un giorno ritornare all’ellenismo. Tra i riferimenti più citati figurano le profezie attribuite a san Paisio del Monte Athos, tra le figure spirituali più influenti dell’Ortodossia contemporanea. Al di là della loro veridicità, tali narrazioni testimoniano quanto la perdita della città rimanga ancora oggi un tema vivo nell’immaginario collettivo greco.A quasi sei secoli dalla caduta, Costantinopoli continua a esercitare un’influenza che supera la geografia e la storia. Nelle dispute sugli Stretti, nelle rivalità tra Patriarcati, nella memoria dell’Asia Minore e nelle celebrazioni contrapposte di Grecia e Turchia, il 1453 resta una frontiera simbolica ancora contesa. Sarebbe tuttavia un errore leggere questa memoria come la prova di un’inimicizia eterna tra greci e turchi. Per secoli i due popoli hanno condiviso spazi, culture, tradizioni e destini comuni, influenzandosi reciprocamente ben oltre le contrapposizioni nazionali moderne. Non a caso il cantautore Giorgos Dalaras ha sintetizzato questa vicinanza nei versi «tu sei romeo e io turco, tu Cristo e io Allah, ma entrambi siamo lo stesso popolo». La città è caduta, ma la sua eredità continua a dividere e al tempo stesso a ricordare una storia profondamente intrecciata.