di Samuele Lucia – Herat, 7 ottobre 2023. Alle 11:11 la terra trema con un magnitudo di 6.3. In meno di un minuto decine di villaggi della provincia occidentale vengono rasi al suolo. Case costruite in mattoni di fango si sgretolano come sabbia, lasciando sotto le macerie intere famiglie. Quando i primi soccorritori raggiungono la zona, la tragedia è già evidente: secondo le Nazioni Unite, oltre il 90% delle vittime sono donne e bambini.A spiegare questo dato è stato anche Siddig Ibrahim, responsabile dell’UNICEF a Herat: il terremoto è avvenuto in piena mattinata, quando molti uomini lavoravano nei campi o si trovavano all’estero, mentre donne e bambini erano rimaste nelle abitazioni che sono crollate.Ma fermarsi a questa spiegazione significherebbe raccontare solo metà della storia.L’Afghanistan è uno dei Paesi più sismici del pianeta, la sua posizione lungo la collisione tra la placca indiana e quella eurasiatica, lo espone continuamente a terremoti devastanti. Tuttavia un evento naturale non colpisce mai una società in modo neutrale. Le conseguenze dipendono anche dalle condizioni economiche, sociali e politiche del Paese. Nel caso dell’Afghanistan la vulnerabilità delle donne è aggravata alle restrizioni introdotte dai Talebani dopo il ritorno al potere nell’agosto del 2021.Negli ultimi quattro anni il regime ha progressivamente escluso le donne dalla vita pubblica: è stato vietato loro di frequentare la scuola secondaria e l’università, molte professioni sono state proibite e il lavoro delle operatrici umanitarie è stato fortemente limitato. Secondo UN Women, queste misure non rappresentano soltanto una violazione dei diritti umani, ma incidono direttamente sulle capacità delle donne di affrontare una crisi umanitaria. Le donne hanno maggiori difficoltà a ricevere informazioni, a raggiungere i punti di distribuzione degli aiuti e ad accedere ai servizi sanitari, soprattutto nelle aree rurali.Uno dei punti più delicati riguarda proprio la risposta alle emergenze. Dopo il terremoto di Herat, UN Women ha evidenziato che la scarsità di personale femminile e le restrizioni imposte alle lavoratrici umanitarie hanno complicato l’assistenza alle sopravvissute. In molti casi le donne hanno difficoltà nell’ottenere aiuti senza documenti intestati a un uomo della famiglia. Inoltre, le norme culturali rendevano difficile condividere tende e spazi comuni con persone estranee, aumentando il rischio di esclusione durante la distribuzione degli aiuti.Il Gender Alert pubblicato pochi giorni dopo il sisma da Gender in Humanitarian Action Working Group sottolineava come le donne fossero già esposte a un forte peggioramento della salute mentale, alla mancanza di prodotti igienici essenziali, a problemi di sicurezza nei campi di accoglienza e a un accesso limitato alle informazioni sulla prevenzione dei terremoti. Il documento avvertiva inoltre che le restrizioni alla mobilità femminile e al lavoro delle operatrici umanitarie rischiavano di aggravare ulteriormente la situazione.“Sono regimi dove esiste un Apartheid di genere, come commettere dei crimi, usare violenza contro una parte della popolazione, le femmine, è meno grave che contro i maschi. L’Afghanistan è un paese molto sismico e muoiono migliaia di persone nei terremoti, muoiono in maniera sproporzionata le donne perché i pompieri non possono salvarle da sotto le macerie perché non possono toccare una donna, che non è la loro moglie o la loro figlia o la loro madre. Le donne muoiono in maniera sproporzionata in questi Paesi che sia per un terremoto da cui non ti salvano, o la polizia morale che ti pesta di botte se hai una ciocca di capelli che esce dal velo com’è successo per Mahsa Amini”.Cecilia Sala ha raccontato negli ultimi anni l’Afghanistan attraverso reportage, podcast e interventi televisivi: ha più volte mostrato come il controllo esercitato dai Talebani sulle donne non riguardi soltanto la libertà individuale, ma finisca per condizionare ogni aspetto della società: dalla scuola alla sanità, dall’economia alla possibilità di ricevere assistenza. Osservare il terremoto a Herat attraverso questa prospettiva significa comprendere che una calamità naturale non si abbatte mai su una società “neutra”: colpisce persone che partono da condizioni profondamente diverse.Sempre più esperti e organizzazioni internazionali utilizzano oggi l’espressione “Apartheid di genere” per descrivere il sistema di discriminazione istituzionalizzata imposto alle donne afghane. Il termine richiama l’idea di una segregazione che limita sistematicamente libertà, istruzione, lavoro, salute e partecipazione alla vita pubblica. In questo contesto, un terremoto non è soltanto un fenomeno geologico: diventa il punto d’incontro tra la forza della natura e la fragilità costruita della politica.Le immagini provenute da Herat hanno mostrato edifici distrutti e villaggi cancellati. Ma hanno anche posto una domanda che continua a interrogare la comunità internazionale: quante di quelle vite avrebbero avuto maggiori possibilità di essere salvate in un Paese con un sistema sanitario più forte, con più personale femminile e senza restrizioni che ostacolano l’assistenza sanitaria?Forse una risposta definitiva non esiste. Esiste però una certezza: i terremoti non distinguono tra uomini e donne. Le diseguaglianze invece sì. Ed è proprio in quel divario che oggi si misura una delle tragedie più profonde dell’Afghanistan.