Mondiali 2026, può il calcio unire ciò che la geopolitica divide? La riflessione di Varricchio

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Un bambino che dà un calcio a una lattina di Pepsi in una favela o in un campo di polvere di una megalopoli africana. Una ragazzina con il capo coperto, che segnando un gol con un pallone un po’ sgonfio in una porta improvvisata a Gaza o in un campo profughi iracheno sogna di diventare padrona del proprio destino. E dall’altro capo del mondo i tecnologici stadi del football americano adattati agli spazi e alle regole di un gioco con la palla tonda che è divenuto linguaggio universale. Gesti semplici, ripetuti e riconosciuti negli ambienti più diversi. Dalle scuole più esclusive e centri sportivi avveniristici alle strade delle sterminate periferie del mondo.In un bellissimo libro del grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, dal titolo El futbòl a sol y sombra, si ricorda come già cinquemila anni fa i cinesi – che sembrano avere inventato tutto – lo praticassero con gusto. E poi gli egizi, i greci, i romani – sembra che Giulio Cesare fosse bravo anche in quello, a differenza di Nerone. Per noi italiani – molto sensibili quando si parla di calcio – è motivo di sottile soddisfazione ricordare come siano state le legioni romane a portare nelle isole britanniche il divertimento legato al calcio con i piedi. E dopo Shakespeare, che vi fa riferimento nella Commedia degli equivoci, sono oggi proprio gli inglesi a vantarsi giustamente di avere codificato le regole di quello che, attraverso i viaggi e le contaminazioni culturali, è oggi divenuto sport e intrattenimento globale. Per la seconda volta gli Stati Uniti ospitano la fase finale della Coppa del mondo, il più grande evento legato a questo sport.Molto è cambiato rispetto all’edizione del 1994, per noi italiani rimasta indissolubilmente legata a quelle frazioni di secondo nelle quali milioni di persone idealmente in maglia azzurra guardarono speranzose e infine sgomente il pallone calciato dal “Divin codino” volare alto sopra la traversa nel catino arroventato di Pasadena. Nell’anno nel quale celebrano il 250esimo anniversario dell’Indipendenza, gli Stati Uniti condividono questo appuntamento con Canada e Messico. È la prima volta che la sede dei Mondiali viene suddivisa in tre diversi Paesi, che nel 2030 potrebbero diventare addirittura sei. Le dimensioni continentali del Nord America e la forte valenza simbolica della scelta rendono questa edizione davvero speciale. Durante le esaltanti settimane della manifestazione – tra musica, hot dog e forti emozioni – verranno messe da parte le tensioni dei mesi scorsi tra Paesi confinanti alle prese con dispute commerciali e recriminazioni in materia migratoria.Gli americani, tradizionalmente affezionati a una loro “specialità”, hanno scoperto l’ineguagliabile forza evocatrice di uno sport divenuto il più grande fenomeno di intrattenimento a livello mondiale. Sono cresciuti esponenzialmente gli investimenti, soprattutto all’estero: una tabella pubblicata di recente dal Financial Times mostra come le squadre europee a capitale Usa siano passate da 13 nel 2015 alle 116 odierne. Lo show business ha compreso la straordinaria potenzialità di uno spettacolo capace di catturare per ore l’attenzione di una platea sterminata, alla quale proporre nelle pause – sempre più lunghe – del gioco contenuti musicali e messaggi promozionali. E proprio la forza di attrarre moltitudini ripropone l’antico rapporto tra potere e spettacolo. Tanto più in un’edizione che la Fifa ha voluto rappresentativa di tutti i continenti e di tutti i colori: dai Paesi con calciatori superstar alle piccole isole dei semi-dilettanti trasformati per un attimo fuggente in star globali. Gianni Infantino, capo del calcio mondiale, è stato ricevuto a più riprese nei mesi scorsi alla Casa Bianca e ha scelto Washington quale sede per la presentazione del torneo. Tra stadi che ricordano il Colosseo e progetti di nuovi archi di trionfo in una capitale che ama i richiami all’antica Roma, il football si avvolge di stelle e strisce, offrendo un’immagine vincente del Paese che vuole mostrare al mondo la sua forza e straordinaria capacità evocativa.Saprà la magia del football appianare le tensioni nord-americane e più in generale quelle di un mondo nel quale le regole sembrano lasciare il passo al dominio della forza? Nelle caldi notti di quest’estate agitata è l’augurio che ci scambiamo tutti, anche se sono caduti nel vuoto gli appelli a una tregua olimpica. Geopolitica. Business. Intrattenimento. Propositi ambiziosi, come era stato nel caso di Russia 2018 e Qatar 2022. Ma alla fine, la magia del calcio continua a sfuggire a quanti intendono appropriarsene per propri fini. Lo sguardo di Roberto Baggio dopo avere calciato il rigore del destino e la gioia di quella ragazzina che insacca il pallone racchiudono la poesia di un gioco che continua a emozionare persone di fede, origine e colori diversi accomunate dalla medesima e in fondo innocente speranza. Segnare un gol.Formiche 226